Alberto Negri : Perché ci piacciono le “trionfali” riforme di Riad



Sulla stampa sale l’entusiasmo per il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman (MBS), che dopo la tappa dalla regina Elisabetta si prepara a essere ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Air India potrà fare tappa a Riad con gli aerei diretti a Tel Aviv, la fine di un embargo che dura da settant’anni, poi vengono menzionati i provvedimenti per ammettere le donne saudite alla guida, nell’esercito, allo stadio, la settimana della moda, i nuovi visti turistici per gli stranieri.
Tutto questo viene presentato come un’ondata di riforme che stanno scuotendo “i pilastri” del Regno. Che l’Arabia Saudita continui a essere una monarchia assoluta basata su una delle versione più retrograde dell’Islam (il wahabismo,) dove le condanne a morte sono aumentate non diminuite, appaiono dettagli quasi insignificanti. Che Riad dal 2015, da quando MBS è al ministero della Difesa, conduca una disastrosa guerra in Yemen con bombardamenti a tappeto sui civili e 9 milioni di persone siano a rischio carestia, è un fatto che non viene neppure citato.
Ma siamo uomini di mondo e abbiamo capito da un pezzo che prima Israele e poi l’Arabia Saudita sono loro i veri pilastri della politica americana, in Medio Oriente e anche in generale. Soprattutto si comprende assai bene che per l’Iran sciita, avversario di Riad e Israele si preparano tempi duri. Persino le linee di credito italiane di Invitalia per le commesse italiane a Teheran sono entrate nel collimatore.
Trump è stato esplicito: dopo avere investito Gerusalemme come capitale dello stato ebraico, si prepara a trattare sull’atomica con il leader nordcoreano Kim Jong Un con il quale si era insultato a sangue. Allo stesso tempo però vorrebbe cancellare o congelare l’accordo internazionale sul nucleare del 2015 con il regime iraniano degli ayatollah. Un obiettivo condiviso dal nuovo segretario di stato Mike Pompeo che ha appena sostituito Rex Tillerson, troppo “morbido” secondo gli standard della Casa Bianca.
Quando si parla di denaro, soldi e potere gli autocrati arabi diventano improvvisamente dei brillanti riformatori: è il caso di Mohammed bin Salman che a Londra ha messo sul piatto 60 miliardi di dollari di scambi commerciali e si prepara al possibile collocamento alla Borsa inglese dell’Aramco, la maggiore società petrolifera del mondo, la cassaforte della famiglia reale saudita. Un evento epocale che però probabilmente non avverrà prima del 2019: il motivo è che il principe e i suoi consiglieri non hanno ancora ottenuto la quota di 2mila miliardi di valutazione della società, un traguardo considerato indispensabile prima di collocarne il 5 per cento sui mercati internazionali. Tutti ormai lo chiamano il “big deal”, oltre 100 miliardi di dollari.
Una boccata d’ossigeno per la Gran Bretagna che deve pagare i costi della Brexit. Gli inglesi vorrebbero accelerare i tempi perché temono la concorrenza degli americani, da sempre i grandi sponsor del regno wahabita: ed proprio a Washington che andrà tra qualche giorno il principe dove troverà, a oltre Donald Trump, il genero del presidente Jared Kushner, che sfruttando il suo ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente e l’amicizia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu è diventato grande amico dell’erede al trono saudita. Sarebbe stato Kushner a incoraggiare una visita segreta del principe in Israele per fare fronte comune contro l’Iran sciita e il suo alleato siriano Bashar Al Assad.
Quello con i sauditi è un altro “patto con il diavolo” cui Londra e Washington non vogliono e possono rinunciare. È così che gli inglesi hanno appena venduto ai sauditi 48 caccia Eurofighter Typhoon – di cui una quota consistente è della Leonardo-Finmeccanica – per un valore di 10 miliardi di sterline: si tratta della maggiore commessa militare da quando il principe Mohammed bin Salman è diventato nel 2015 ministro della Difesa. Dall’inizio del conflitto, una sorta di Vietnam arabo che i sauditi non riescono a vincere neppure con il sostegno degli americani, gli inglesi hanno venduto 4,6 miliardi di sterline di armi a Riad. Per non irritare troppo il Qatar, ai ferri corti con Riad per l’appoggio di Doha ai Fratelli Musulmani, Londra in dicembre ha venduto anche al Qatar 24 caccia per un valore di 5miliardi di sterline. Si tratta della solita politica ambigua dell’Occidente che non vuole rinunciare a tenere in piedi il suo complesso militare-industriale: la British Aereospace ha 30mila dipendenti e recentemente ha dovuto lasciare a casa 1.400 lavoratori.
Vale la pena ricordare come è cominciato il rapporto con l’Arabia Saudita, che con Israele è il pilastro della politica occidentale in Medio Oriente.
L’Arabia Saudita è di gran lunga il maggior partner commerciale americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi – oltre 100-120 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni secondo il Congresso – e anche uno dei maggiori investitori in dollari e buoni del Tesoro Usa.
In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata dalla Standard Oil nel 1938 e dall’Aramco, la società di Stato, fondata da tre compagnie Usa. Il bollino di garanzia sul Regno verrà incollato qualche anno dopo da Roosevelt. Pur di compiacere i dettami islamici del suo ospite saudita, il monarca Abdulaziz Ibn Saud, Franklin Delano Roosevelt 73 anni fa si nascose a fumare l’amato Avana nell’ascensore dell’incrociatore Quincey ormeggiato nel canale di Suez. Si era informato bene: qualche tempo prima il Re saudita non aveva sopportato né il sigaro di Churchill né le sue bevute di whiskey. Era il 14 febbraio 1945, dieci giorni dopo Yalta, Stati Uniti e Arabia Saudita stavano per stringere un patto fondamentale negli equilibri del Medio Oriente: petrolio e basi aeree a Dahran in cambio della protezione americana del Regno.
La politica mediorientale americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy. Ma oltre al petrolio Roosevelt chiese un’altra cosa al sovrano, rappresentante della versione più puritana dell’Islam e custode della Mecca: il suo appoggio all’emigrazione ebraica in Palestina. Ibn Saud declinò, affermando che avrebbe urtato gli interessi degli arabi. Il 5 aprile Roosevelt in una lettera si impegnò a non sostenere il ritorno degli ebrei. Ma il successore Harry Truman rinnegò l’impegno e votò all’Onu nel ’47 la spartizione della Palestina: scelse Israele al posto del petrolio, senza naturalmente rinunciarvi. Essere superpotenza significa anche sfruttare posizioni inconciliabili a proprio vantaggio.
Ed è quello che probabilmente farà anche Donald Trump, che essendo contrario all'accordo sul nucleare voluto da Obama con l’Iran ha sicuramente dei punti di vantaggio sul suo predecessore.
Del resto nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale e la Saudi Arabia Monetary Agency convincendo Ibn Saud a investire tutto in dollari – ancora oggi l’85% delle riserve di Riad, 600 miliardi, sono in dollari e titoli Usa – e a oltrepassare il divieto della sharia, la legge islamica, che vieta i prestiti con interessi. Facevano tutto gli americani, che con i soldi sauditi hanno finanziato il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che andassero alle aste. Con una clausola: mai nessuno avrebbe rivelato i nomi degli investitori sauditi.
Non è un caso che appena dopo l’11 settembre 2001 la prima preoccupazione degli americani sia stata mettere in salvo i membri della famiglia Bin Laden presenti negli Usa. Forse Trump non ha neppure dimenticato che il 25% della campagna elettorale di Hillary Clinton – per ammissione proprio del principe –  sia stata finanziata da Riad. Ma questi sono dettagli trascurabili per un businessman e un uomo di mondo.

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