È stato probabilmente l’intellettuale più influente
nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Il presidente
George Bush jr circolava con i suoi saggi e articoli sottolineati dai
collaboratori nei passaggi più significativi. Lewis pensava di
utilizzare gli islamici in funzione anti-sovietica, poi fu il più
strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo
definì “un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il
Medio Oriente”Questa è la storia
dell'ultra-centenario più influente del mondo, le cui idee continuano a
incidere sul nostro destino. Nato in Gran Bretagna nel 1916 da famiglia
di origine ebraica, Bernard Lewis si è appassionato in gioventù agli
studi e alle lingue del Medio Oriente. Durante la seconda guerra
mondiale prestò servizio nell'intelligence militare. Considerato uno dei
massimi studiosi del Medio Oriente, è stato professore nella School of
Oriental and African Studies dell'Università di Londra e professore
emerito alla Princeton University. Arabista e turcologo specializzato
sulla storia dei popoli islamici e nelle relazioni tra l'Islam e
l'Occidente, i suoi rapporti hanno influenzato in maniera importante, se
non decisiva, la politica americana dell'ultimo mezzo secolo.
Nel novembre del ’78 il presidente
americano Jimmy Carter nominò il diplomatico George Ball, membro del
Guppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale capo di un task force
incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran che riferiva al
Consigliere della sicurezza nazionale, il celebre Zbigniew Brzezinski.
Già sottosegretario nelle amministrazioni Kennedy e Johnson, contrario
all’intervento in Vietnam, spirito brillante e caustico, ex ambasciatore
all’Onu, Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di
restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l’opposizione
guidata da Khomeini.
George
Ball, in realtà, aveva ricalcato con abilità uno studio sul
fondamentalismo islamico di uno dei massimi esperti mondiali, l’inglese
Bernard Lewis, già allora professore emerito all’Università di
Princeton. Il progetto di Lewis era stato reso noto durante l’incontro
del Bilderberg Group nell’aprile del 1979 in Austria ed elaborato molti
mesi prima della rivoluzione: il rapporto di Lewis appoggiava i
movimenti radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini con
l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente
lungo linee tribali e religiose. Più o meno quello che è accaduto negli
ultimi decenni.
Lewis sosteneva che l’Occidente
dovesse incoraggiare gruppi indipendenti come i curdi, gli armeni, i
maroniti libanesi, i copti etiopi, i turchi dell’Azerbaijan. Il
disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “Arco
di Crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane
dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco della crisi”, coniata da
Lewis, ebbe un’enorme fortuna, fu ripresa da Brzezinski insieme alla
teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica e si diffuse sui
media.
L’Iran, sfortunatamente per
l’amministrazione Carter, si rivelò più un problema per gli Stati Uniti
che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa
nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis:
gli Stati Uniti con l’appoggio militare e logistico del Pakistan e
quello finanziario dell’Arabia Saudita armarono migliaia di mujaheddin
che inchiodarono i russi nel Jihad, una “guerra santa” decennale, un
conflitto disastroso che nell’89 costrinse i sovietici a ritirarsi.
Vent’anni dopo la rivoluzione
iraniana, Bernard Lewis, ispiratore del non intervento americano a
favore dello Shah nel ’79, è stato probabilmente l’intellettuale più
influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Il
presidente George Bush jr circolava con i suoi saggi e articoli
sottolineati dai collaboratori nei passaggi più significativi. Nel ’78
Lewis pensava di utilizzare gli islamici in funzione anti-sovietica, poi
fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam
Hussein: lo definì “un passo decisivo per dare una spinta
modernizzatrice a tutto il Medio Oriente”.
Tutti i neo conservatori
dell’amministrazione Bush andarono a lezione da lui e nel 2007,
all’American Enterprise Institute, Lewis _ che oggi ha 101 anni _ fu
accolto con una standing ovation guidata dal vicepresidente Dick Cheney.
“Se avremo successo nell’abbattere il regime iracheno e iraniano _
aveva scritto Lewis nel 2002 _ vedremo a Baghdad e Teheran scene di
giubilo ancora maggiori di quelle seguite alla liberazione di Kabul”.
Purtroppo né a Kabul né a Baghdad ci furono le manifestazioni gioiose
immaginate dal professor Lewis, che durante la seconda guerra mondiale
fu anche al servizio di Sua Maestà nell’ intelligence britannica, dal
1941 al ’45.
Quello che colpisce non sono le
previsioni sbagliate ma i discorsi che hanno accompagnato le azioni
americane in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del
complotto, questi studi e rapporti sul “nuovo” Medio Oriente
rispondevano alla necessità evidente dell’Amministrazione di Washington _
democratica o repubblicana che fosse _ di giustificare “a posteriori”
le proprie azioni davanti ai media e all’opinione pubblica, senza sapere
prima dove si andasse a parare. Come nel ’78 per l’Iran, gli Stati
Uniti in Iraq non avevano nessun piano concreto, a parte quello
puramente militare. A meno che non si volessero chiamare “piani” la
montagna di carta accumulata nella Zona Verde di Baghdad, dove un
battaglione di burocrati parlava di un Iraq immaginario, che non vedeva
mai.
Oggi con la Siria è la stessa cosa:
dopo avere partecipato alla battaglia contro l’Isis in Iraq e in Siria,
l’amministrazione Usa non sa cosa fare. Sostiene i curdi siriani ma non
vuole scontrarsi con la Turchia di Erdogan, alleato della Nato ma
arci-nemico dei curdi e alla fine lascia che a proteggerli siano le
truppe di Assad, cioè dell’uomo che qualche anno fa gli americani, con
arabi e turchi, avrebbero voluto abbattere dando il via libera
all’afflusso di migliaia di jihadisti in Siria.
L’aspetto più sconfortante di
questi piani americani, apparentemente sofisticati, e delle dotte
analisi che circolano tra lobby e think tank non è soltanto il loro
fallimento alla prova dei fatti. E’ che ad ascoltare le relazioni degli
esperti, talora bravissimi, ci sono persone che poi sui media discettano
di argomenti che non conoscono e di luoghi che non hanno mai visto,
formando poi con i loro interventi l’opinione pubblica occidentale. Più
che alle teorie sui complotti, anche queste elaborate di solito “dopo”
gli eventi, bisogna fare attenzione alla disinformazione quotidiana. Non
solo l’America nel 1979 perse un alleato chiave ma nel 2003, eliminato
il potere secolare dei sunniti, consegnò il governo dell’Iraq agli
sciiti, il 60% della popolazione, C’è da stupirsi se oggi la potenza
straniera più influente in Iraq e in Siria sia, con la Russia, proprio
l’Iran?
Ma nella regione più turbolenta del
mondo si trova sempre qualche asso da giocare. Questa volta è Benjamin
Netanyahu, il premier israeliano, che agitando un pezzo di drone
iraniano, vorrebbe fare la guerra a Teheran. Ma questa volta, forse,
nessuno abboccherà all’amo come accadde nel 2003 con la “pistola
fumante” esibita all’Onu dal segretario di Stato Usa Powell, le prove
delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che non furono ami
trovate. Fu quella la “madre di tutte le bufale”, oggi elegantemente
chiamate anche qui da noi le “fake news”.
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