l
Giorno del ricordo, il 10 febbraio, è stato istituito al fine di
“conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di
tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa
vicenda del confine orientale”. In cosa consiste la “più complessa
vicenda”? Il collettivo Nicoletta Bourbaki ha chiesto a sette storici di
rispondere alla domanda. Una pluralità di sguardi, per oltrepassare le
frontiere che hanno diviso e insanguinato la zona di confine.
Dal 2005, ogni 10 febbraio, sui mezzi d’informazione italiani viene
raccontata una versione parziale e distorta di quel che accadde a
Trieste, in Istria e in tutta quanta la “Venezia Giulia” nella prima
metà del ventesimo secolo. La legge che nel 2004 ha istituito il “Giorno
del ricordo” allude en passant alla “complessa vicenda del
confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che
tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. Una vulgata italocentrica, a
dispetto della multiculturalità di quelle regioni.
L’inquadratura, strettissima e al tempo stesso sgranata, si concentra
sugli episodi di violenza chiamati – per metonimia – “foibe” e
sull‘“esodo”, ovvero l’abbandono di Istria e Dalmazia, a cominciare dal
1945, da parte della maggioranza della popolazione italofona di quelle
regioni.
Nel discorso pubblico italiano, infatti, dagli anni novanta e
seguendo una precisa agenda politica, due argomenti diversi sono stati
collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il
giorno del ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma
dell’ufficialità, e oggi le foibe sono presentate come causa immediata
dell’esodo.
È un nodo che va districato con pazienza.
Quando si parla di foibe, sul confine orientale la storia sembra
cominciare a Trieste nell’aprile 1945. Retrocedendo, al massimo si
arriva in Istria all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio
1943. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo,
violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con
conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un
processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con
fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione
italotedesca della Jugoslavia.
I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei
Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per
la nostra penisola – sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la
falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e
diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano
italiano.
Il non detto pesa e condiziona tutte le ricostruzioni. Molti si
stupirebbero nell’apprendere che alla resistenza “jugoslava” presero
parte numerosi italiani: civili italofoni di quelle zone, ma anche
disertori e sbandati del regio esercito. Nei territori oggi indicati
come Friuli-Venezia Giulia, Repubblica di Slovenia e Repubblica di
Croazia, l’opposizione armata al nazifascismo fu multietnica,
irriducibile a qualsiasi agiografia nazionale.
Se si scostano i pesanti drappeggi scenici di una propaganda che
separa le culture, descrive appartenenze nazionali certissime e
indiscutibili, alimenta le “passioni tristi” del rancore e del
revanscismo, il “confine orientale” si rivela – per citare il titolo di
un importante libro dello storico Piero Purini – un mondo di
“metamorfosi etniche”, identità multiple e continui spostamenti di
popolazioni, dove i confini tra le identità sono instabili e
indeterminati. Anche la frontiera postbellica tra Italia e Jugoslavia,
oggi descritta come un solco invalicabile, in realtà rimase sempre
porosa, permeabile, mutevole.
In una Lettera aperta sul Giorno del ricordo, abbiamo espresso le nostre critiche alla scheda Cosa sono le foibe
pubblicata il 10 febbraio 2016 sul sito di Internazionale, e proposto
alla rivista – che riteniamo un esempio di giornalismo scrupoloso,
competente e indipendente – uno speciale che affrontasse la complessità
di questa storia, coinvolgendo alcuni degli storici che, negli ultimi
anni, hanno pubblicato le più interessanti ricerche storiografiche sul
tema.
Ringraziamo Internazionale per la disponibilità e l’apertura.
Gli storici che hanno contribuito sono: Federico Tenca Montini, Piero
Purini, Carlo Spartaco Capogreco, Eric Gobetti, Anna Di Gianantonio,
Jože Pirjevec e Sandi Volk. Le loro note biobibliografiche sono nei
rispettivi articoli e interviste.
Buona lettura.
***
Sul confine orientale, la storia trasformata in olocausto
Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, Berlino, il 21 settembre 2016.
(Monika Skolimowska, Dpa/Ap/Ansa)
La preminenza attribuita nel nostro paese alla storia del confine
orientale non rappresenta un’esclusiva italiana, ma la variante locale
di un fenomeno più ampio che ha interessato diversi paesi europei a
partire dalla fine degli anni ottanta.
Il caso più simile è l’espulsione (Vertreibung) di svariati milioni di tedeschi dai territori del Großgermanisches Reich, il reich nazista nella massima estensione
dei suoi ideatori, passati alla fine della guerra sotto
l’amministrazione della Polonia e della Cecoslovacchia. La storia
segreta del paese è riscoperta negli stessi anni anche in tanti stati
dell’Europa centrale e orientale, nella fase di passaggio dal modello
comunista all’economia di mercato.
Il contesto generale di queste “riscoperte” è la ritrovata popolarità
di narrazioni storiche rimaste inutilizzabili per decenni a causa della
guerra fredda.
Nonostante si ripeta ossessivamente che una congiura del silenzio
avrebbe impedito di dare agli eventi dei confini orientali la meritata
notorietà (meccanismo centrale nell’esposizione mediatica di cui sono
oggetto all’improvviso), essi in realtà erano stati già assai dibattuti.
Come accaduto per le foibe, anche il Vertreibung aveva
occupato una posizione importante nel dibattito postbellico nella
Germania Occidentale. Alcuni avevano pure tentato di porre le sofferenze
inflitte ai tedeschi dalla vendetta dei confinanti orientali sullo
stesso piano delle atrocità naziste, come testimonia la tesi dello
storico e sociologo Eugen Lemberg, risalente al 1950, secondo cui “ciò
che i tedeschi hanno fatto agli ebrei, i polacchi e i cechi l’han fatto
ai tedeschi”.
Le vicende del confine orientale nostrano furono assai frequentate
dai mezzi d’informazione nazionali almeno fino al 1954. Lo dimostra, tra
i vari contributi dedicati all’argomento, la mole di scritti sulle
foibe e la questione di Trieste apparsi sulla stampa locale lombarda,
raccolti nel 2008 da Antonio Maria Orecchia in La stampa e la memoria.
Il fatto che la questione sia passata di moda con il ritorno di Trieste
all’Italia nel 1954 si deve principalmente alla considerazione che
simili argomenti erano ormai privi di sbocchi politici: gli effetti
della ricostruzione e del boom economico erano ritenuti più appetibili
dei ricordi di guerra. La fine del blocco sovietico e i nuovi irredentismi
Le cose sono cambiate, appunto, sul finire degli anni ottanta,
principalmente come effetto dell’agonia del socialismo reale in Europa
orientale. Nel passaggio da una retorica basata sull’internazionalismo
all’incontrastata affermazione di logiche centrate sullo stato-nazione
si verifica quasi contemporaneamente l’unificazione della Germania e lo
scioglimento delle compagini federative ex socialiste di Cecoslovacchia e
Jugoslavia. Subito, poiché l’equilibrio politico disegnato dalla
conferenza di pace di Parigi appare suscettibile di ulteriori revisioni,
si attivano gli irredentismi. In Germania si valuta brevemente la
possibilità di rinegoziare il confine con la Polonia, prima che il
confine esistente, tecnicamente provvisorio dal 1945, sia accettato
formalmente con una serie di trattati tra il 1990 e il 1991.
Allo stesso modo, la dissoluzione della Jugoslavia stimola in certi
ambienti l’idea che i vari trattati stipulati tra questa e l’Italia, tra
cui quello di Osimo che nel 1975 aveva stabilito definitivamente il
confine, non sarebbero stati ereditati dalle nuove repubbliche di
Slovenia e Croazia.
A farsi portavoce di una simile interpretazione fu soprattutto un
partito di estrema destra, il Movimento sociale italiano. Il suo
segretario, Gianfranco Fini, nel novembre del 1992, sebbene l’Italia
avesse riconosciuto la Slovenia e la Croazia all’inizio dell’anno, si
imbarcò con Roberto Menia, un rappresentante locale del partito, per
lanciare nel golfo di Trieste 350 bottigliette con all’interno un
suggestivo messaggio: “Istria, Fiume, Dalmazia, terre romane, venete,
italiche. La Jugoslavia muore dilaniata dalla guerra: gli ingiusti e
vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo nel 1975 oggi non
valgono più… È anche il nostro giuramento: ‘Istria, Fiume, Dalmazia:
ritorneremo!’”.
Come anche nel caso tedesco, l’impraticabilità di una revisione del
confine si risolse nella richiesta della restituzione dei beni
abbandonati dai cittadini italiani dopo la guerra. Per questo motivo,
per una specie di ricatto, l’Italia (sotto il primo governo Berlusconi)
pose il veto all’ingresso della Slovenia nell’Unione europea nel 1994.
Il veto fu sollevato dal successivo governo di centrosinistra, su
preghiera del presidente americano Bill Clinton. Ancora nel 2006, per
raccontare la vicenda, il quotidiano Libero non trovò titolo migliore
che “I beni degli esuli regalati da Prodi alla Slovenia”. In Germania,
invece, la questione della restituzione dei beni durò fino al 2004,
quando il cancelliere Gerhard Schröder prese pubblicamente le distanze
dall’argomento.
In assenza di ripercussioni pratiche, la questione dei confini
orientali ha continuato a operare sul piano culturale e simbolico per
tutti gli anni duemila. Dal plurale al singolare
Ma in che modo gli eventi storici legati ai confini orientali sono
entrati nel discorso pubblico? Ancora una volta, le traiettorie di
Italia e Germania mostrano importanti tratti di convergenza.
Entrambi paesi invasori di territori situati a oriente e organizzati
in deboli stati di recente formazione, entrambi sconfitti in guerra,
Italia e Germania subirono la vendetta dei popoli che avevano invaso,
con alcune differenze. Se l’esodo dei tedeschi si misura sulla scala dei
milioni, nel caso degli esuli istriani si può parlare di circa 250mila
persone. I tedeschi furono cacciati dalla Cecoslovacchia con i
provvedimenti emessi dal presidente Edvard Beneš ben prima del colpo di
stato comunista del 1948, mentre nessun provvedimento di espulsione
riguardò la minoranza italiana in Jugoslavia, a cui in buona parte fu
consentito di optare per la cittadinanza italiana e il trasferimento
nella madrepatria dalle clausole del trattato di pace del 1947.
In entrambi i paesi, poi, le complesse dinamiche storiche del periodo
postbellico sono riassunte in semplici slogan. Nel caso del Vertreibung,
il termine è usato per descrivere trasferimenti di popolazione che
hanno occupato la durata di svariati anni, dai reinsediamenti ordinati
dai nazisti già al termine degli anni trenta per rinforzare la
componente etnica tedesca nei territori di recente occupazione (dagli
stati baltici verso Polonia e Boemia), ai circa sei milioni di tedeschi
evacuati dalle autorità naziste nell’ultimo anno di guerra, comprendendo
infine tutti quelli che sono stati effettivamente cacciati dopo la
liberazione dei paesi dell’Europa orientale. Allo stesso modo, nella
categoria di “esodo istriano” sono inclusi movimenti di popolazione
avvenuti in circostanze e situazioni diverse, dall’evacuazione forzata
di Zara a seguito dei bombardamenti alleati ai trasferimenti clandestini
a quelli operati legalmente e in forma variamente organizzata
attraverso le opzioni, il tutto lungo un periodo più che decennale.
Il corollario naturale della trattazione pubblica di questi argomenti
è l’incertezza, se non l’esagerazione, sul numero delle vittime. Gli
“espulsi” tedeschi variano, nei rapporti dei mezzi d’informazione, da
cinque a venti milioni, con una congettura sul numero delle vittime
fissata attorno ai due milioni e mezzo. Nel caso italiano il numero
degli esuli varia da duecentomila a 350mila, cifra citata nella maggior
parte dei casi, mentre le stime degli “infoibati” variano a seconda dei
casi da alcune centinaia – il numero dei corpi che secondo le ricerche
disponibili è stato effettivamente individuato sul fondo delle grotte
carsiche – a diverse migliaia di italiani che persero variamente la vita
in territorio jugoslavo dopo l’armistizio.
Poiché il concetto di “infoibamento” è per lo più utilizzato in
maniera simbolica, stime ancora più elevate sono state calcolate da
ambienti militanti includendo anche tutti i soldati italiani caduti e
dispersi in territorio jugoslavo per i più vari motivi, al punto che nel
volume Albo d’oro di Luigi Papo, il tenente colonnello Cuiuli,
comandante del campo di concentramento fascista di Rab/Arbe, morto
suicida in stato d’arresto a seguito dell’insurrezione dei prigionieri
del campo dopo l’8 settembre, risulta tra le vittime delle foibe. Nel
cimitero monumentale costruito in prossimità del campo è ancora
possibile osservare una frusta uguale a quella con cui amava picchiare
personalmente gli internati.
Curiosamente, tanto in Italia quanto in Germania l’interesse
giornalistico verso le storie riscoperte non si estende alle opere
storiografiche che trattano l’argomento da un nuovo punto di vista o a
partire da nuove acquisizioni archivistiche. Sebbene esistano lavori di
buon livello scientifico usciti negli ultimi anni, questi, quando non
sono osteggiati, non ricevono solitamente grande pubblicità, mentre sono
in genere reclamizzate pubblicazioni di carattere sensazionalistico o
libri di ricordi personali di testimoni diretti, dei loro discendenti
nonché semplici ammiratori. In assenza di nuove ricerche di grande
impatto, e dunque in un circuito per lo più parallelo rispetto a quello
del dibattito e della ricerca storiografica, il “mutato atteggiamento”
nei confronti della storia dei confini orientali rispecchia
semplicemente un modo diverso – ma che in realtà somiglia alla visione
sviluppata da ambienti militanti settant’anni fa – di interpretare
eventi noti da tempo. Il Giorno del ricordo
In Germania le espulsioni assumono una visibilità particolare nel corso del Tag der Heimat,
la ricorrenza patriottica dal più ampio significato celebrativo che
ricorre annualmente la seconda domenica di settembre. In Italia, invece,
si è optato per l’istituzione di un’apposita giornata commemorativa, il
Giorno del ricordo, il 10 febbraio. La giornata è stata introdotta
dalla legge numero 92 del 30 marzo 2004, per iniziativa del secondo
governo Berlusconi. Solo quattro anni prima, il precedente governo di
centrosinistra aveva reso l’Italia uno dei primi paesi a commemorare le
vittime della shoah il 27 gennaio, anniversario della liberazione di
Auschwitz da parte dell’Armata rossa, ben prima che le Nazioni Unite,
con la risoluzione 60/7 del 2005, incoraggiasse tutti i paesi a fare lo
stesso.
Al di là del diverso orientamento politico dei due governi, vi sono
altri elementi che indicano una sorta di complementarietà tra le due
date, in una tendenza che sembra accodarsi alla condanna dell’Unione
europea degli opposti totalitarismi, fattore che alcuni autori indicano
alla base della crisi del paradigma antifascista al livello
continentale.
Se, soprattutto nella prima proposta di legge firmata dal già
menzionato Menia, l’intento di commemorare ufficialmente le foibe
conteneva effettivamente elementi di vendetta politica, nella
formulazione definitiva della legge del Giorno del ricordo, approvata ad
ampia maggioranza, è importante il ruolo di quel settore della sinistra
ex comunista che accettò di buon grado l’occasione di segnare una
cesura rispetto alla propria storia politica nonché sottolineare la
propria adesione a quel neopatriottismo che negli ultimi anni stava
prendendo il posto della discriminante antifascista messa in crisi dalla
partecipazione dell’ex Msi al governo.
Alcuni comuni fanno economia celebrando il Giorno della memoria e
quello del ricordo in un unico evento posto a metà tra le due date
Questa critica è peraltro emersa durante la discussione della legge,
quando il deputato Franco Giordano, tra i pochi a votare contro, disse
che “non si può dedicare una giornata della memoria, al pari del 25
aprile e di quella dell’Olocausto, in quanto stiamo parlando di fenomeni
che non sono assolutamente equivalenti e la proposta di renderli
equivalenti […] in realtà allude ad un processo di revisionismo storico
che cambia la natura dello Stato e della Costituzione antifascista”.
La scelta della data, anzitutto, approvata su proposta delle
associazioni degli esuli. Il 10 febbraio è infatti l’anniversario della
ratifica del trattato di Parigi con cui le potenze alleate (Stati Uniti,
Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) stabilirono le condizioni per
la fine delle ostilità con l’Italia. Tra le date alternative disponibili
si possono elencare il 20 marzo, data della partenza dell’ultimo
viaggio del piroscafo Italia carico di profughi da Pola, o il 15
settembre, data di entrata in vigore del trattato di pace stesso.
Il 10 febbraio 2007 il presidente della repubblica Giorgio Napolitano
commemorò le foibe attribuendole a “un disegno annessionistico slavo,
che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947”. Tale
riferimento al trattato, per di più nell’anniversario della sua
ratifica, suscitò l’allarmata reazione dell’omologo croato Mesić.
Questi, oltre a denunciare quelli che riteneva “elementi di aperto
razzismo, revisionismo storico e ricerca di vendetta politica”, dichiarò
senza mezzi termini “disdicevole e potenzialmente pericoloso mettere in
questione il Trattato di pace che l’Italia ha firmato nel 1947”.
Definiva anche “assolutamente inaccettabile per la Croazia qualsiasi
tentativo di mettere in discussione gli accordi di Osimo (…) che la
Croazia ha ereditato come uno dei paesi successori della Federazione
jugoslava”.
Tornando alla scelta del 10 febbraio, essa, come si è visto, da un
lato suggerisce un nesso causale tra la pace imposta dalle potenze cui
l’Italia aveva dichiarato guerra e gli eventi luttuosi che la festività
si propone di commemorare e tramandare, dall’altro fa sì che le foibe e
l’esodo siano ricordati esattamente due settimane dopo la Giornata della
memoria della shoah. Considerato anche che in genere gli eventi legati
alle due ricorrenze si sviluppano a cavallo delle giornate stesse e la
somiglianza delle due denominazioni, oggetto di frequenti lapsus e
malintesi sui mezzi d’informazione, ne deriva una certa confusione, come
prova l’iniziativa di alcuni comuni di fare economia celebrando il
Giorno della memoria e quello del ricordo in un unico evento posto a
metà tra le due date.
Oltre agli effetti osmotici del calendario civile e delle gaffe, ne vanno considerati altri, altrettanto incisivi e significativi. L’estetica dell’appiattimento
L’impianto di celebrazione della shoah, così ben strutturato e declinato
in prodotti d’arte di qualità spesso elevata, tanto da essere divenuto
patrimonio della cultura di massa e del senso comune, esercita, proprio
in virtù del suo successo, un indubbio potere attrattivo sul tentativo
di reclamizzare uccisioni e persecuzioni, nonostante queste abbiano
spesso poco o nulla a che spartire con quelle commesse da Hitler e dai
suoi volenterosi collaboratori di varie nazionalità. Non appena ci si
accinge a raccontare una qualsiasi storia di massacri e persecuzioni,
quindi, l’estetica della shoah emerge quasi naturalmente e procede a
livellare per vaghi nessi associativi vittime di cui viene esaltata
l’innocenza, la giovinezza e il candore a prescindere dalla natura della
persecuzione subita, mentre i carnefici vengono nazificati.
Uno degli effetti di questo appiattimento si produce al livello
iconografico, ed è il motivo per cui le fotografie sono usate in maniera
indifferenziata: i profughi francesi che scappano dai nazisti diventano
esuli istriani, immagini di fosse comuni naziste valgono per l’holodomor
(la grande carestia ucraina del 1929-1933). Le didascalie cambiano, ma
stranamente il crimine ritratto è quasi sempre fascista.
Un altro effetto è l’utilizzo sempre più frequente della parola
“genocidio”. Il termine è stato coniato in ambienti ebraici durante la
seconda guerra mondiale e ratificato nella Convenzione per la
prevenzione e la repressione del delitto di genocidio nel 1948 con la
risoluzione 260 dell’Onu: “Per genocidio si intende ciascuno degli atti
seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte,
un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione
di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di
membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a
condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o
parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.
Tale definizione, come si vede, non menziona le persecuzioni
politiche. Ciononostante, dato il capitale morale che deriva dall’accusa
di genocidio, c’è una tendenza a usare il termine per un’ampia gamma di
massacri e persecuzioni, abuso che ne ha mutato profondamente il
significato e il valore di condanna eccezionale. Il senso della storia
Si diceva di un modo nuovo e “nazionale” di guardare alla storia in un
certo numero di paesi, sia ex fascisti sia tra quelli in via di
transizione dal comunismo. Nel 1989 Franjo Tuđman, l’aspirante leader di
un paese, la Croazia, che si candidava a rientrare in entrambe le
categorie, pubblica un libro indicativamente intitolato L’assurdità della realtà storica.
Il volume è una raccolta di riflessioni vagamente filosofiche sul ruolo
della violenza nella storia, in cui, tra le altre cose, viene posta in
dubbio la consistenza numerica delle vittime ebraiche nel corso della
seconda guerra mondiale, sia al livello europeo sia in Jugoslavia.
Mentre l’élite politica croata cercava di liberarsi della pesante
eredità del regime fascista di Pavelić, in Italia e in Germania, oltre
alle “riscoperte” di cui si è detto, cominciava a manifestarsi un
interesse nuovo anche per il comportamento degli alleati durante la
seconda guerra mondiale. Negli eccessi più noti, come l’incendio di
Dresda – ma si pensi anche alla recente insistenza, in Italia, sui
bombardamenti di Zara –, tale comportamento viene considerato su un
piano simile a quello delle atrocità nazifasciste, collocando tutti
questi eventi nella categoria molto generica di una guerra in cui i
partecipanti, tutti e senza distinzione, si sarebbero macchiati di
crimini analoghi.
L’elevazione dei crimini nazisti – crimini contro l’essenza innata
delle persone – a una categoria di ordine superiore, a crimine terribile
e inedito, a orrore tramandato agli eredi politici (e perfino
biologici) di chi lo ha compiuto o più semplicemente a precetto morale
centrale della nostra civiltà, ha coinciso con l’inizio di un periodo
storico che ha conosciuto l’espansione dei diritti civili e
l’emancipazione e integrazione di ampie quote di umanità oppressa – si
pensi all’emancipazione politica delle donne e alla decolonizzazione.
La sostanziale negazione dell’unicità di questi crimini, confusi in
una variegata schiera di pretesi genocidi tra cui le vendette
postbelliche ai danni di italiani e tedeschi, le sofferenze patite da
determinate categorie sociali e politiche nei paesi comunisti e i
crimini degli alleati occidentali nel corso della guerra scatenata dalla
Germania e dai suoi sostenitori, rischia di ripristinare un antico
ordine del mondo in cui la storia è accettata come un naturale
susseguirsi di violenze e sopraffazioni.
Non è un caso che la rappresentazione dell’Europa centrale e
orientale promossa dalla “nuova sensibilità storica” in Italia e
Germania abbia riscoperto una serie di cliché razzisti – si pensi
all’immagine degli slavi in molto del materiale divulgativo sulle foibe –
sostanzialmente affine alle rappresentazioni prodotte all’inizio del
novecento per giustificare l’intervento armato in quello che veniva
definito un oriente barbarico in preda a odi ancestrali. Ci si può
chiedere quale sarà il risultato dell’incontro di rappresentazioni di
questo genere con le emergenze degli ultimi anni: la crisi della
democrazia liberale, l’ascesa dei populismi e la tendenza alla chiusura
dei confini.
In questo senso non può che preoccupare una recentissima
dichiarazione di Björn Höcke, politico tedesco del partito populista di
destra Alternative für Deutschland (Afd), in prima linea contro
rifugiati e immigrati. Parlando non a caso a Dresda ha affermato che “la
Germania deve smetterla di sentirsi colpevole e operare una svolta nel
modo di ricordare il periodo nazista” e che i tedeschi sarebbero gli
unici ad aver “costruito un monumento alla vergogna nel cuore della loro
capitale”, riferendosi al Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa,
eretto nel 2005 a Berlino.
***
Il prequel del Giorno del ricordo. La Venezia Giulia dalla prima alla seconda guerra mondiale
Non è possibile affrontare i temi del Giorno del ricordo senza prima
analizzare il contesto in cui l’esodo e le foibe avvennero e senza
conoscere la complessità umana e nazionale del “confine orientale”. Per
fare questo è necessario fare un salto all’indietro ed esaminare la
situazione del territorio che all’inizio del novecento era chiamato
Litorale austriaco.
Il Litorale (Küstenland in tedesco, Primorska in sloveno e croato) si
trovava alla confluenza delle tre macroaree linguistiche più grandi
d’Europa: la neolatina, la germanica e la slava. Di conseguenza la
popolazione era mista, con zone a maggioranza slovena (il vasto
territorio a est e a nord di Gorizia, il Carso triestino, il nord
dell’Istria), italiana (il centro di Trieste, gran parte della costa
istriana, il Friuli orientale e la Bisiacaria – cioè la zona del
monfalconese), croata (l’interno dell’Istria). Erano presenti anche
numerosi gruppi minoritari (romeni, serbi, ebrei, greci, cechi, armeni):
il gruppo più consistente era quello tedescofono, presente soprattutto
nelle città medie e grandi.
Spesso l’identità linguistica non era nettamente definita: in parte
dell’Istria gli abitanti parlavano dialetti che non erano chiaramente
sloveni o croati, ma mescolavano le due lingue; nel Friuli orientale la
popolazione si esprimeva in lingua friulana; in quasi tutta la regione
il dialetto venetomorfo rappresentava il vero veicolo di comunicazione
ed era molto più usato della lingua italiana dagli stessi italiani.
Il plurilinguismo era una situazione estremamente diffusa, sia per la
frequenza dei matrimoni misti, sia per la necessità di parlare più
lingue in un territorio multietnico. Il meticciato linguistico era
piuttosto normale, con persone che nei vari ambiti della propria
esistenza usavano una lingua o l’altra (tanto che a Fiume – che non
faceva parte del Litorale, ma nel 1924 fu annessa alla Venezia Giulia –
si diceva che “el più stupido omo parla quattro lingue”) e le stesse
lingue e dialetti erano abbondantemente contaminati da molti
forestierismi.
Mappa dei confini tra Regno d’Italia e impero austro-ungarico prima del 1918.
Negli ultimi decenni dell’ottocento e all’inizio del novecento,
l’espansione del porto e della città di Trieste, l’indotto, le
infrastrutture e i commerci provocarono un forte sviluppo industriale e
causarono una forte immigrazione e un aumento esponenziale della
popolazione dell’intera regione. Trieste in particolare presentava nel
1914 un numero doppio di abitanti rispetto al 1870 e quasi decuplicato
rispetto agli inizi dell’ottocento.
In questa nuova immigrazione erano prevalenti gli sloveni
(provenienti sia da altre zone del Litorale, sia dalla Carniola), gli
italiani immigrati dalle città dell’Istria e dal vicino Regno d’Italia
(soprattutto dal Veneto e dal Friuli), i croati dell’Istria interna e
della Dalmazia, i cechi provenienti dalla Boemia e i tedeschi da tutto
l’impero, ma anche dalla Germania e dalla Svizzera.
Sloveni e croati, almeno fino agli ultimi decenni dell’ottocento e
prevalentemente nei grandi centri, tendevano ad assimilarsi alla
componente italiana, in quanto cultura dominante, in una o due
generazioni. Si trattava del gruppo più forte da un punto di vista
culturale ed economico, anche perché la borghesia del Litorale era in
gran parte italiana o italianizzata. Assimilarsi offriva dunque più
possibilità di avanzamento sociale e un più rapido miglioramento
economico individuale.
Inoltre la diversità dei dialetti in molti casi rendeva difficile ai
singoli la percezione di un’identità nazionale comune: la presa di
coscienza della propria nazionalità da parte di sloveni e croati fu un
fenomeno successivo (basti pensare che una codificazione definitiva e
unitaria dell’alfabeto sloveno era stata raggiunta solo verso il 1835).
Solo nella seconda metà dell’ottocento la tendenza degli immigrati a
italianizzarsi diminuì, grazie a una maggior coscienza nazionale dovuta
all’apertura di numerose scuole slovene e all’aumento del livello
d’istruzione tanto nelle zone d’origine quanto in quelle di arrivo.
Contribuirono a fermare l’assimilazione anche l’aumento
dell’immigrazione che rese i nuovi arrivati meno vulnerabili, dato che
trovavano sul territorio comunità nazionali già coese, la nascita di una
coscienza di classe nel proletariato che si contrapponeva alla
borghesia – italiana –, e infine la politica delle autorità austriache
che, temendo il crescente peso dell’irredentismo italiano, tentavano di
contrapporvi le altre nazionalità presenti.
La popolazione italofona di Trieste era anch’essa composita: autoctoni
residenti in città da molte generazioni, italiani immigrati da altre
zone della duplice monarchia (soprattutto dall’Istria, dalle città della
Dalmazia, dal Friuli orientale e dalla Bisiacaria) e cittadini italiani
– i “regnicoli” – residenti a Trieste ma privi della cittadinanza
austriaca. Politicamente solo una minoranza degli italiani del Litorale
era favorevole all’irredentismo e all’annessione del territorio
all’Italia, ma furono proprio i leader e gli intellettuali irredentisti,
in particolare durante gli anni della prima guerra mondiale, a fornire
gli strumenti interpretativi della situazione locale all’opinione
pubblica italiana.
La popolazione tedesca, nella sola Trieste, contava quasi 12mila
persone. Si trattava soprattutto di funzionari imperiali, di impiegati
nelle filiali di imprese austriache e di commercianti che da oltre un
secolo avevano sul territorio le proprie attività. Erano presenti anche
nuclei consistenti di operai di lingua tedesca tra i ferrovieri e i
cantierini.
Il censimento del 1910 registrò nel Litorale una popolazione totale
di 928.046 persone, di cui 354.908 italiani, 466.730 sloveni e croati,
39.798 di altra lingua e 66.611 cittadini stranieri, compresi i
regnicoli. L’appartenenza nazionale fu stimata in base alla “lingua
d’uso”, ma tale criterio era ambiguo: poteva essere interpretato tanto
come lingua d’uso nelle relazioni interpersonali e lavorative quanto
come lingua d’uso in famiglia. Le rilevazioni furono affidate a
funzionari comunali, ma in buona parte dei centri più grandi (in primis a
Trieste) i comuni erano guidati dal partito liberalnazionale, cioè
dalla borghesia irredentista italiana, per cui si ritenne già allora che
gli addetti alla rilevazione avessero censito come italiani una parte
significativa dei bilingui e trilingui. In alcune zone le autorità
imperiali procedettero a una revisione dei dati: per esempio a Trieste
gli italiani passarono da 170mila a 148.398, mentre gli sloveni da
38mila a 56.917. I primi cambiamenti forzati
La complessità etno-nazionale del Litorale non diede comunque adito, nel
periodo precedente alla grande guerra, a violenze. Gli attriti si
limitarono quasi esclusivamente a polemiche o ad articoli derisori sui
giornali. Maggiori tensioni si ebbero in occasione dell’apertura di
alcune scuole slovene in città o per la proposta di istituire una
università italiana a Trieste, ma la situazione non degenerò mai in
scontri pesanti
Lo scoppio della guerra nel 1914 portò ai primi cambiamenti forzati
della popolazione del Litorale: decine di migliaia di giovani del
territorio furono arruolati e spediti sul fronte russo, qualche migliaio
di renitenti anarchici o socialisti e di irredentisti si rifugiò
nell’ancora neutrale Italia, mentre una parte dei regnicoli rimpatriò a
causa del crollo economico causato alla città dal conflitto. Quando
cominciò a prospettarsi l’entrata in guerra dell’Italia anche i
regnicoli rimasti dovettero fuggire in massa per non trovarsi nella
situazione di cittadini stranieri in un paese nemico. Al momento
dell’inizio delle ostilità il Litorale aveva perso la grande maggioranza
dei cittadini italiani in esso residenti, quasi 35mila persone.
Durante la guerra il Litorale subì un grave spopolamento: il Friuli
orientale, la Bisiacaria e l’Isontino, zone di operazioni o immediata
retrovia, furono evacuati. Lo stesso accadde per il sud dell’Istria,
ritenuto un territorio strategicamente importante per la presenza del
porto di Pola. Gli sfollati furono ammassati in campi profughi sparsi
per il territorio austriaco, mentre chi non era riuscito ad andarsene fu
trasferito verso l’interno dell’Italia dopo l’occupazione dei paesi
friulani e bisiachi da parte delle truppe italiane. Altri abitanti del
Litorale, sorpresi altrove all’interno della monarchia asburgica dallo
scoppio della guerra, non poterono ritornare a causa della limitazione
del movimento dei civili. Con il procedere del conflitto molte
amministrazioni, ditte e fabbriche (e il loro relativo personale) furono
spostate in luoghi più sicuri all’interno dell’Austria-Ungheria. A
Trieste, che nel 1914 contava 243mila abitanti, la popolazione si
ridusse a sole 150mila unità. La metamorfosi successiva alla guerra
La sconfitta dell’Austria-Ungheria produsse una vera e propria
metamorfosi nella composizione etno-linguistica del territorio: già nei
giorni precedenti l’arrivo delle truppe italiane si verificarono i primi
incidenti con vittime slovene. Le nuove autorità italiane presero una
serie di iniziative che via via resero più difficile la permanenza di
coloro che non erano italiani e ostacolarono il ritorno degli sfollati
di nazionalità slovena, croata o tedesca: ai reduci dell’esercito
austriaco fu permesso di restare nel Litorale (ormai ufficialmente
ribattezzato Venezia Giulia) solo se nativi del territorio, mentre
quelli di altre nazionalità dovevano trasferirsi oltre la linea di
demarcazione. Ciò significava che tutti i non italiani immigrati di
recente e anche sloveni, croati e tedeschi residenti nella regione ma
malauguratamente nati altrove dovevano andarsene. In seguito fu previsto
l’arresto per coloro che ancora non avevano ottemperato all’ordinanza e
da dicembre scattarono forme di internamento per i reduci ancora
presenti sul territorio.
Anche i civili non italiani cominciarono a subire pressioni: circa
800 insegnanti e sacerdoti, considerati il veicolo più pericoloso del
nazionalismo slavo e croato, furono internati, altri furono espulsi.
Provvedimenti del genere furono adottati anche per ex prigionieri di
guerra austriaci in Russia, ritenuti potenziali bolscevichi.
Nel pubblico impiego si verificarono cambiamenti radicali: buona
parte dei funzionari dell’apparato burocratico asburgico e degli organi
imperiali di pubblica sicurezza partirono negli ultimi giorni di guerra o
subito dopo. Molti addetti all’ordine pubblico non italiani furono
trasferiti nel corso del 1919 nel neonato Regno dei Serbi, Croati e
Sloveni in base a un accordo tra i due governi. Migliaia di persone
lasciarono la Venezia Giulia, portando in alcune zone a un vero e
proprio spopolamento: addirittura dalla sola Pola vi fu un esodo che
coinvolse da venti a venticinquemila individui, nella maggioranza
persone legate alle attività del porto militare.
La comunità tedesca fu particolarmente colpita: le sue scuole furono
chiuse (e trasformate per dileggio in caserme), circoli e giornali
dovettero sospendere le attività, si verificarono epurazioni e
licenziamenti nei posti di lavoro, ci furono delazioni nei confronti di
persone che in ambito familiare e privato continuavano a parlare tedesco
e atti intimidatori per spingere i tedescofoni ad andarsene in Austria.
La vox populi dell’epoca parlò di 40mila persone emigrate da Trieste
soprattutto a Vienna e a Graz.
Anche verso la Jugoslavia si verificò un flusso di partenze (che
continuò anche per tutto il ventennio fascista) di sloveni e croati che
trovarono più opportuno lasciare la zona invece di rimanere nelle
proprie case. Alcune organizzazioni di aiuto ai profughi fornirono la
prima assistenza a questi profughi e crearono strutture di accoglienza:
nel marzo del 1919 gli emigrati dalla Venezia Giulia in Jugoslavia
oscillavano già dalle 30 alle 40mila persone (di cui 15mila alloggiate
in campi profughi). Nella sola Lubiana erano presenti quasi cinquemila
profughi dichiarati, ma tra questi non era conteggiato chi non si era
rivolto a organizzazioni ufficiali. La bonifica fascista
A fronte di questi mancati rientri e di queste partenze, le autorità
italiane insediarono nei nuovi territori migliaia di neoimmigrati dal
regno. I primi a esservi trasferiti furono membri delle forze
dell’ordine, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e funzionari
dell’amministrazione pubblica necessari per il controllo dei “territori
redenti”. La politica dell’Italia fu analoga a quella che si adottava
nei confronti dei territori coloniali e il numero delle forze
militarizzate presenti nella Venezia Giulia aumentò a dismisura: 47mila
unità contro le 25mila del periodo asburgico (di cui però ben 17mila
concentrate nel porto militare di Pola).
Ben presto cominciarono a trasferirsi dal regno anche moltissimi
civili. I primi furono i regnicoli già residenti prima della guerra,
seguiti da un numero sempre più consistente di neoimmigrati italiani.
Nel 1921 il numero complessivo dei nuovi immigrati civili nella sola
Trieste era di circa 40mila persone, di cui 25.500 già residenti prima
della guerra. Vi erano diverse motivazioni per l’insediamento nella
città: la fama di ricchezza di cui Trieste godeva nell’immaginario
collettivo italiano, gli inviti che i nuovi immigrati inoltravano ai
parenti, l’effettiva migliore qualità della vita che Trieste, pur nella
situazione di crisi postbellica in cui la città si trovava, offriva
rispetto al contesto rurale di molte zone dell’Italia.
Tuttavia la nuova situazione geopolitica del territorio mostrò presto
tutti i suoi limiti economici, generando marginalità sociale e
disoccupazione tra gli italiani immigrati di recente. Nel 1921 le
autorità dovettero bloccare il flusso in arrivo e imporre misure di
rientro all’immigrazione: dall’inizio di quell’anno alla metà del 1922
furono respinte ai luoghi di partenza più di diecimila persone. Nel
censimento del 1921 i nuovi abitanti di Trieste provenienti dal regno
arrivavano circa al 10 per cento della popolazione complessiva. Negli
anni del fascismo l’immigrazione ebbe nuovo impulso a causa della
politica fascista di italianizzazione dei nuovi territori, ormai
definita ufficialmente “bonifica etnica”. Tra il 1918 e il 1931 furono
128.897 gli italiani immigrati nella Venezia Giulia, dei quali 63.932
concentrati nella provincia di Trieste e 49.009 nella città, dove
risiedevano dunque i due quinti dell’intera comunità italiana immigrata.
Nel 1931 un abitante su sette risultava essersi stabilito nella Venezia
Giulia dopo la guerra. Comunità cancellate
La politica di bonifica etnica del fascismo non si attuò solo con
l’immigrazione di italiani, ma soprattutto con la snazionalizzazione,
l’assimilazione e la spinta all’emigrazione degli “allogeni” o
“alloglotti”. Sloveni e croati della Venezia Giulia nel corso del
ventennio fascista videro l’annientamento di tutte le iniziative
economiche e culturali delle due minoranze. Nel giro di pochi anni le
banche e gli istituti assicurativi di proprietà slovena e croata furono
chiusi o assorbiti da istituti nazionali, i circoli e le istituzioni
culturali soppressi, la stampa e l’editoria sospese, l’uso dello sloveno
e croato vietato nei tribunali e negli uffici pubblici.
Ai contadini sloveni e croati che avevano ottenuto prestiti pubblici
per l’aiuto postbellico furono aumentati talmente i tassi di interesse
da costringerli a svendere le proprietà allo stato, che poi provvedeva a
riassegnarle, a prezzo stracciato, a coloni italiani neoimmigrati. La
“riforma Gentile” portò alla chiusura di tutte le scuole con lingua
d’insegnamento non italiana, mentre i simboli delle due comunità furono
distrutti. L’episodio più significativo fu l’incendio del Narodni dom,
la casa del popolo che rappresentava il cuore culturale e simbolico
delle comunità slovena, croata e ceca di Trieste, dato alle fiamme il 13
luglio 1920 in una delle prime “imprese” degli squadristi giuliani.
Le violenze colpirono istituzioni e singoli individui: scuole,
circoli, giornali, negozi e studi professionali furono devastati dagli
squadristi; intellettuali, attivisti o anche persone comuni colpevoli
solo di esprimersi nella loro madrelingua furono brutalmente malmenati o
addirittura assassinati dai militi fascisti. L’organista sloveno Lojze
Bratuž, colpevole di dirigere un coro sloveno, fu ucciso dagli
squadristi facendogli bere olio per motori; altre volte i fascisti
spararono contro gli elettori che si recavano alle urne o contro operai
in sciopero.
Il Narodni dom, la casa del popolo di Trieste dopo l’incendio del 13 luglio 1920.
(Per gentile concessione della Oze Nšk)
Lo sloveno e il croato furono cancellati addirittura dalla
toponomastica: i nomi delle località slovene e croate furono modificati
in lingua italiana, traducendoli (il monte Snežnik, da sneg, neve,
divenne monte Nevoso), italianizzandoli per assonanza (Hrastovlje, bosco
di querce, divenne Cristoglie) o addirittura inventandoli ex novo
(Ricmanje divenne San Giuseppe della Chiusa). A volte furono fatti
errori marchiani, come nel caso del monte Krn, italianizzato come monte
Nero, confondendo il termine krn (mozzo, tronco) con črn
(nero). Inoltre fu avviata una campagna per il cambiamento dei cognomi e
nomi “allogeni” e la loro “restituzione” in italiano (spesso chi
manteneva il cognome slavo non aveva accesso al posto di lavoro). Anche
per i cognomi si procedette con traduzioni (Kovač=Fabbri, Lisjak=Volpe) e
con assonanze (Kocijančič – Canciani, Jamsek – Giani). Come nel caso
dei toponimi si verificarono episodi grotteschi: Smerdel (da smrditi,
puzzare) divenne alternativamente Smeraldi oppure Odorosi; il cognome
sloveno Starec (vecchio) divenne il fascistissimo Starace.
Molte famiglie smisero di esprimersi in sloveno e croato per adottare
l’italiano; l’impossibilità di frequentare scuole dove si imparassero
le due lingue staccò definitivamente numerosi giovani dal proprio ambito
culturale d’origine. Altri scelsero di andarsene: circa centomila
alloglotti lasciarono il Litorale tra le due guerre per dirigersi
soprattutto in Jugoslavia, Argentina, Brasile, Francia, Belgio, Austria,
Egitto. In Jugoslavia e in Argentina sorsero delle vere e proprie
colonie di sloveni del Litorale che comprendevano decine di migliaia di
persone.
La Jugoslavia fu la meta privilegiata di quest’emigrazione per il
legame nazionale e culturale con la Venezia Giulia. Furono numerosi gli
intellettuali, i professionisti, gli insegnanti, i funzionari di
istituti che si trasferirono nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni,
andando incontro anche a prestigiose carriere. Molti di questi “profughi
intellettuali” andarono a formare l’intellighenzia del nuovo stato
jugoslavo, come docenti universitari, musicisti, architetti, avvocati,
direttori di imprese. Operai, ferrovieri e cantierini trovarono lavoro
nei porti adriatici, nelle nascenti industrie jugoslave e nel comparto
ferroviario. I profughi senza specializzazione invece ebbero un destino
meno fortunato: una parte considerevole dei contadini fu trasferita in
Macedonia, una delle regioni più arretrate del nuovo stato jugoslavo. La catena degli eventi
La snazionalizzazione diede i suoi frutti: nel 1921 il censimento
segnalò nella regione 884.251 abitanti, di cui 503.134 italiani, 257.868
sloveni e 92.806 croati. Nel 1936 un altro censimento, i cui risultati
però furono tenuti segreti, rilevò 1.001.719 abitanti (Fiume compresa),
dei quali 606.623 italiani, 251.760 sloveni e 135.182 croati. Il
risultato leggermente più alto fra i croati fu dovuto, oltre che
all’annessione di Fiume, al fatto che in questo censimento ormai il
grosso dell’operazione di bonifica etnica era già avvenuto, per cui le
rilevazioni furono usate come una sorta di “verifica” della politica di
snazionalizzazione e le pressioni sui censiti furono molto inferiori
rispetto al 1921.
Contro la politica di bonifica etnica e le violenze fasciste nacquero
movimenti clandestini di resistenza nazionale. I più importanti furono
il Tigr – acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (Rijeka) – e
Borba (Lotta) che attuarono azioni e attentati contro simboli e
istituzioni legate alla politica di bonifica etnica fascista. Per
piegare questi gruppi e per intimidire la popolazione fu impiegato il
tribunale speciale per la difesa dello stato, una magistratura fascista
istituita dopo l’attentato del 1926 a Mussolini, che non prevedeva né
ricorsi né appelli. Il tribunale speciale fu largamente impiegato dallo
stato contro gli sloveni e i croati: i processi a loro carico furono
131, gli anni di carcere irrogati a residenti nella Venezia Giulia 4.893
(il 17 per cento delle condanne complessive emesse dal tribunale in
tutta Italia), le condanne a morte 33 su 42 totali, le condanne eseguite
23 su 31.
Durante e alla fine della seconda guerra mondiale si svolsero
episodi di violenza che una certa vulgata istituzionale, attraverso il
Giorno del ricordo, ha trasformato in eventi a sé stanti: le “foibe” e
l‘“esodo”. Ma non sono eventi a sé stanti, non possono essere
estrapolati da una situazione storica di violenza e di sopruso che
continuava da oltre vent’anni. Per non parlare dei crimini avvenuti
durante l’occupazione della Jugoslavia, di cui tratteranno in questo
speciale altri studiosi.
Senza conoscere la catena di eventi che scatenò reazioni di tal
genere, non è possibile dare una chiave di interpretazione corretta a
quegli avvenimenti e il Giorno del ricordo, anziché essere un’occasione
di riflessione storica, rimarrà esclusivamente uno strumento politico.
***
Persecuzioni, crimini fascisti e resistenze nei Balcani e nella Venezia Giulia, 1920-1945
Mappa dei confini italo-jugoslavi nel periodo 1924-1941
Una conversazione con gli storici Carlo Spartaco Capogreco, Anna Di Gianantonio ed Eric Gobetti. Nicoletta Bourbaki. Nell’ottobre 1993, su iniziativa
dei governi dei due paesi, si è costituita una commissione mista
storico-culturale italo-slovena, che ha presentato la sua relazione
nel 2000. Lo scopo dichiarato era ricostruire i processi storici che,
nel periodo 1880-1956, influenzarono i rapporti tra italiani e sloveni,
per poter avviare nuove relazioni tra i due stati. Come giudicate quella
vicenda, sia riguardo a come è nato e si è svolto quel lavoro di
ricerca storica comparata, sia alla luce della diffusione pressoché
nulla – ai limiti della censura – che ha avuto in Italia la relazione
finale? Eric Gobetti. Ho forti perplessità sui tentativi di
creare una “memoria condivisa”, cosa oggettivamente molto difficile in
situazioni di violenze estreme e di lunga durata. Ritengo più logico un
riconoscimento dei rispettivi torti e delle rispettive memorie, senza
necessariamente condividerne gli assunti o trovare una, spesso
impossibile, mediazione. Fatta questa premessa, il lavoro della
commissione ha rappresentato un enorme sforzo, portato avanti con
estrema abilità diplomatica e nobili obiettivi di pacificazione delle
memorie. Si possono muovere molte critiche a quel lavoro (a titolo
d’esempio si può notare la totale assenza del termine “crimini” nel
descrivere le repressioni italiane durante la guerra), tuttavia
l’elemento più significativo è proprio la sua mancata circolazione in
Italia. L’impostazione oggettiva e fattuale di quel testo infatti
andrebbe in contraddizione con la vulgata che si è preferito diffondere
al livello politico e mediatico in questi anni. In definitiva, pur con
tutti i suoi limiti, credo che quel documento potrebbe aiutare almeno a
ristabilire corretti dati fattuali dai quali partire per una seria
analisi di un fenomeno complesso. In questa fase storica, sarei
favorevole a un utilizzo della relazione per esempio nelle scuole e
nelle commemorazioni del 10 febbraio. Tutto sommato, su quei decenni di
violenze l’Italia ha prodotto un vero e proprio documento ufficiale,
perché non utilizzarlo nella data ufficialmente destinata a ricordarli?
Carlo Spartaco Capogreco. Infatti, la mancata
diffusione della relazione da parte dell’Italia non depone bene.
Soprattutto considerando la discutibile impostazione impressa
dall’Italia, alcuni anni dopo, alla legge sul Giorno del ricordo. In
questo senso, come scrissi nel 2007 in occasione della polemica
intercorsa tra gli allora presidenti di Croazia e Italia, Mesić e
Napolitano, il modo in cui era stata scritta la legge istitutiva di
questa commemorazione finiva per consolidare una lettura degli eventi
storici sospesa in un ambito metastorico privo di sfondo nazionale e
internazionale.
Al di là di ogni altra considerazione, aggiungo solo che nelle “leggi
memoriali” sulla shoah (2000) e sulle foibe (2004) l’omissione del
contesto storico e, perfino, del termine “fascismo” non aiutano gli
italiani di oggi a “fare memoria” realmente. A comprendere e a
ricordare, anche, le sofferenze cagionate al nostro e ad altri popoli
dalla dittatura fascista. Sulla legge del 2004 relativa alle foibe,
confermo quanto scrivevo nel 2007 sul numero di aprile di L’Indice dei
libri del mese: con la sua impostazione chiusa e nazionalistica, corre
seriamente il rischio di “legalizzare il ricordo di crimini (altrui)
sull’oblio di altri crimini (i nostri)”. Anna Di Gianantonio. Si è tentato di trovare dei
punti di equilibrio, dei punti di contatto incontrovertibili tra
italiani e sloveni, in base all’idea che gli italiani hanno sbagliato
con il fascismo e gli sloveni con le foibe, ma non so quanto possa
reggere dal punto di vista storico questo tentativo di contemperare le
varie responsabilità. Ultimamente un filone storiografico mette in
discussione il rapporto causa-effetto nella storia. Certamente i fatti
storici hanno un’evoluzione più complessa dei processi chimici o
meccanici, eppure il fascismo e la guerra hanno determinato le vicende
al confine orientale in misura tale che risulta impossibile pensare che
non abbiano avuto conseguenze nel 1945. Non mi pare che si possano
accusare gli sloveni degli abusi da essi stessi subiti durante il
ventennio. Al contrario, al razzismo antislavo tipico di queste terre si
è accennato pochissimo, lo si è molto edulcorato, quando invece per
loro è stata una cosa durissima. Questo razzismo si spiega in primis con
una ragione sociale. Fino alla metà dell’ottocento, infatti, gli slavi
occupavano i posti più bassi e più umili nella gerarchia sociale.
Tutta la cultura italiana legge lo slavo come l’Altro, compreso
Scipio Slataper, che pure era una delle persone più attente alle
implicazioni sociali del “problema slavo”. Nel suo libro Il mio Carso
dipinge gli slavi come rozzi contadini senza cultura e senza storia.
Certo ci sono intellettuali diversi, come Angelo Vivante, che nel suo Irredentismo adriatico
si mostra molto consapevole del problema sociale ed economico che
l’irredentismo può creare all’impero austroungarico, ma mi pare un caso
molto isolato. Quando poi gli slavi già nei primi anni del novecento
riescono a costruire le loro banche e le loro imprese, a emergere
economicamente, si scatena anche una concorrenza. L’affermazione
dell’italianità in ambienti misti porta a negare i legami che ci sono in
una società come questa, dove è molto difficile dire chi è italiano e
chi è sloveno. Aggiungo che la relazione del 2000 non è stata divulgata
anche a opera degli stessi studiosi che l’hanno scritta. Gli stessi che
ci hanno lavorato poi non hanno preteso che il lavoro fosse divulgato. NB. Entriamo nel cuore delle questioni. Cosa rappresenta la Jugoslavia per l’Italia fascista? EG. La Jugoslavia rappresenta il principale
obiettivo strategico non solo dell’Italia fascista ma del nazionalismo
italiano in generale. La prospettiva di espansione territoriale verso
est è infatti precedente al fascismo e viene motivata storicamente con
la secolare presenza veneziana lungo le sponde orientali dell’Adriatico.
Con l’attacco del 1941 e l’annessione di ampie fette di territorio
jugoslavo (della Dalmazia in particolare), il regime ottiene dunque un
significativo successo politico e propagandistico, raggiungendo
obiettivi strategici di lunga durata. NB. L’aspetto che lei sottolinea, della volontà di
espansione italiana nei Balcani anche prima del ventennio fascista e per
tutta la sua durata, è centrale. Il razzismo antislavo a cui accennava
Anna Di Gianantonio ne costituisce un aspetto davvero oscuro e poco
conosciuto, che però serve a comprendere tutto ciò che avverrà in
seguito. Ci torneremo più avanti. Prima analizziamo il culmine di questo
processo: quello delle violenze belliche nei confronti delle
popolazioni slovena, croata e montenegrina. EG. Le forze d’occupazione italiane reagiscono
subito con estrema durezza ai primi fenomeni di resistenza nei Balcani,
che avvengono già poche settimane dopo la resa dell’esercito jugoslavo, e
cioè nell’estate del 1941. In ogni diversa realtà geografica i fenomeni
resistenziali e repressivi assumono forme differenti. In Montenegro
l’apice della repressione si raggiunge immediatamente dopo
l’insurrezione del 13 luglio 1941, quando l’esercito italiano impiega
fino a 70mila uomini in quella che si caratterizza come una vera e
propria spedizione punitiva. In quelle stesse settimane nelle città
della Dalmazia cominciano a operare i tribunali speciali, che condannano
a morte diversi attivisti comunisti. In Slovenia la svolta avviene
nell’inverno del 1942, quando i comandi militari ricevono
l’autorizzazione a operare senza più l’intromissione delle autorità
civili, che dovrebbero amministrare un territorio ufficialmente annesso
all’Italia. L’inizio di questa nuova fase repressiva coincide con la
costruzione di una vera e propria cintura di filo spinato e posti di
blocco attorno a Lubiana, nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del
1942. Nei mesi successivi, poi, una serie di rastrellamenti sempre più
massicci seminano morte e distruzione in Slovenia, Croazia, Bosnia e
Erzegovina.
Mappa dei confini del Regno d’Italia dopo l’occupazione della provincia di Lubiana, 1941.
NB. Che ruolo hanno in tutto questo personaggi come Mario Roatta e Mario Robotti? EG. Mario Roatta, ex capo del servizio informazioni
militare (Sim) e delle forze fasciste in Spagna, è uno dei più
apprezzati generali italiani. Non a caso viene scelto per comandare la
seconda armata, che governa i territori jugoslavi annessi e occupati,
dal confine italiano fino al Montenegro (escluso). Roatta guida
l’esercito italiano in Jugoslavia nei mesi centrali dell’occupazione
(essenzialmente nel corso del 1942) e imposta la strategia italiana su
un doppio binario: un sistema di ampie alleanze militari con le realtà
locali disposte a collaborare in una logica anticomunista, e una
durissima repressione, codificata nella famosa circolare 3C (emessa in
due versioni nella primavera e poi nell’estate del 1942) che identifica
esplicitamente i civili come possibili favoreggiatori dei partigiani e
dunque obiettivo privilegiato delle operazioni repressive. CSC. La circolare 3C era un articolato repertorio
rivolto alle forze di occupazione, contenente disposizioni per
l’internamento dei civili e la lotta antipartigiana non molto diverse da
quelle utilizzate dai nazisti nello stesso periodo. E dai rapporti
della polizia segreta fascista dell’epoca emerge un forte apprezzamento
dei comandi militari italiani per i metodi antiguerriglia usati dai
tedeschi nei Balcani. EG. Quanto a Robotti, già comandante militare in
Slovenia, succede a Roatta al comando dell’armata nel febbraio del 1943.
La sua nomina (che avviene però in una fase di recessione dell’impegno
italiano in questi territori) è dovuta allo zelo con cui ha condotto la
repressione in Slovenia nei mesi precedenti. Robotti è infatti noto agli
studiosi per la severità con cui condusse le operazioni di
rastrellamento, ma soprattutto per un atteggiamento particolarmente
cinico verso le vittime delle repressioni italiane, esemplificato dalla
famosa annotazione: “Si ammazza troppo poco!”. CSC. I nomi di Roatta e Robotti – accusati di
crimini come fucilazione di ostaggi, terrore pianificato e atrocità e
rappresaglie di vario genere – figurarono tra i primi negli elenchi
degli italiani di cui, nel 1945, il governo di Belgrado chiese
l’incriminazione alla War crimes commission dell’Onu. NB. È possibile quantificare il numero di vittime dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia? EG. Non sarà mai possibile stabilire una cifra
precisa. Esistono però cifre parziali, che danno un’idea di un fenomeno
niente affatto estemporaneo o marginale. Gli sloveni fucilati dagli
italiani sono tra i 1.500 e i duemila; cinquemila montenegrini sono
vittime dell’ondata repressiva dell’estate 1941.
Le vittime dell’internamento italiano sono invece circa centomila, e
tra questi si contano cinquemila morti per fame, malattie, inedia. E
ovviamente non stiamo contando i profughi, le migliaia di persone
rimaste senza casa e proprietà in seguito alle devastazioni, ai
saccheggi, agli incendi ordinati dagli italiani. Poi bisognerebbe
considerare le vittime “indirette” del sistema di occupazione italiano,
ovvero uccise fisicamente per mano di ustascia, cetnici e altre forze
collaborazioniste che operano grazie al supporto italiano. NB. Nel suo I campi del Duce, edito anche
in Slovenia e in Croazia, il professor Capogreco ha ricostruito l’intera
rete del sistema concentrazionario fascista operante in Italia e in
Jugoslavia. Quanti furono i campi italiani in Jugoslavia? Potrebbe
parlarci di quelli operanti sulle isole di Rab (Arbe) e di Molat
(Melada)? CSC. L’internamento dei civili jugoslavi,
nell’ambito più generale dell’internamento civile fascista, fu
numericamente preponderante. Se prendiamo in considerazione anche i più
piccoli campi di transito e quelli temporanei, il numero complessivo
delle strutture concentrazionarie italiane attive in Jugoslavia tra la
fine del 1941 e l’8 settembre 1943 fu alquanto alto. Considerando,
invece, solo i campi maggiori, essi furono una decina. Furono impiantati
soprattutto lungo la costa adriatica, mano a mano che si andò
sviluppando la resistenza nei confronti degli occupanti. E per i campi
più importanti gli italiani preferirono la localizzazione insulare, come
avvenne, per esempio, ad Arbe (nel golfo del Quarnero), a Melada
(nell’arcipelago Zaratino) e a Mamula (all’imbocco delle Bocche di
Cattaro).
I campi di Arbe e Melada furono indubbiamente tra i più grandi per
capienza, e i peggiori per condizioni di vita. Peraltro, le pratiche
d’internamento “a tappeto” realizzate dall’Italia fascista in quei due
campi – vista l’assoluta arbitrarietà del sistema di “internamento
parallelo”, irrispettoso delle più elementari tutele previste per i
civili dal diritto internazionale – rientrano nella fattispecie dei
crimini di guerra.
La mortalità, ad Arbe e Melada, fu sempre molto alta e legata
soprattutto alla fame, alle intemperie e agli stenti. Ad Arbe morirono
1.477 persone su un numero totale di reclusi che nell’anno di
funzionamento oscillò dai duemila agli ottomila. È una cifra
raccapricciante. Gli internati di Melada, talvolta, morivano anche per
fucilazione: giustiziati in quanti ostaggi, in occasione di particolari
azioni partigiane. NB. Che memoria ha avuto l’Italia del dopoguerra dei campi di concentramento fascisti e dei luoghi a essi collegati? CSC. All’indomani della seconda guerra mondiale, la
storia dei campi allestiti, tra il 1940 e il 1945, dal Regno d’Italia e
dalla Repubblica di Salò, fu pressoché rimossa dalla memoria collettiva.
Questi argomenti – poco congeniali alla narrazione del passato che andò
affermandosi dopo la fine della guerra – rimasero sostanzialmente
avulsi dal sentire comune degli italiani e dall’interesse della ricerca
accademica. Anche le strutture fisiche e i siti geografici dei campi
italiani – al centro-nord non meno che al sud – furono oggetto di questa
rimozione, restando privi di tutela e divenendo perciò, per così dire,
“luoghi dell’oblio”…
La ricostruzione storica del sistema concentrazionario fascista, la
relativa mappatura geografica e la riappropriazione di quel retaggio da
parte della comunità nazionale richiesero tempi lunghissimi (e in parte
restano ancora incompiuti). Anche perché – tra rimozione istituzionale e
“latitanza” della storiografia ufficiale – a farsi carico delle
ricerche e della riscoperta dei siti, il più delle volte, furono
studiosi free-lance, che agivano unicamente per passione personale.
La rimozione o la lettura assolutoria del passato più scomodo –
supportate dalla mancanza di una “Norimberga italiana” – ebbero,
evidentemente, nei campi di concentramento fascisti uno dei propri
momenti topici, dando luogo a un vuoto di memoria tra i più emblematici e
persistenti del secondo dopoguerra: un buco nero che, oltre alle
vicende dei siti legati alla shoah (i “campi provinciali” per ebrei
istituiti dalla Rsi, a partire dal dicembre 1943), avvolse anche quelle
dell’“internamento parallelo”, la rete di campi fascisti per slavi che
interessò sia la penisola sia i territori jugoslavi occupati; e azzerò
perfino la memoria dei campi coloniali, nonostante che il suo stesso
ideatore, il generale Rodolfo Graziani, ne avesse ammessa e rivendicata
la creazione fin dagli anni trenta.
Tant’è che, nel 1965, a una delegazione slovena giunta in Italia per
rendere omaggio alle spoglie mortali di tanti propri connazionali
internati a Monigo (Treviso), le autorità trevigiane non seppero dir
nulla di quel campo, e neppure indicare il luogo di sepoltura degli
internati deceduti. Un episodio che testimonia la rimozione dello stesso
dato storico dell’esistenza di campi di concentramento italiani. Una
cancellazione tanto tenace e diffusa che contagiò, talvolta, perfino le
benemerite associazioni dei deportati nei lager. In un libro del 1963 – Notte sull’Europa,
a cura di Fernando Entasi e Roberto Forti – l’Associazione nazionale
ex-deportati (Aned) attribuì sbadatamente alcune delle immagini più
raccapriccianti del campo fascista di Arbe all’universo
concentrazionario hitleriano. NB. Quando comincia la partecipazione degli italiani
alla resistenza jugoslava nei territori occupati nel 1941? Che
caratteristiche e dimensioni ha il fenomeno, e che rapporto c’è tra
resistenza jugoslava e resistenza italiana? EG. Sono circa 300mila gli italiani che sperimentano
sulla propria pelle la straordinaria capacità organizzativa e militare
della resistenza jugoslava. Molti di loro porteranno a casa questa
esperienza e, per chi farà la scelta partigiana dopo l’armistizio, la
Jugoslavia rappresenterà sempre un modello da imitare, un incredibile
esempio di efficacia militare, coerenza politica e appoggio popolare.
Si calcola che siano almeno 50mila gli italiani che scelgono di
resistere ai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Si tratta di una cifra
considerevole, ma va sottolineato che molti di questi uomini finiranno
per essere uccisi o catturati nei primi mesi dopo l’armistizio. Per
esempio i primi tentativi di resistenza nelle città dalmate di Spalato e
Dubrovnik vengono subito stroncati dai tedeschi, che riconquistano le
località e fucilano gli ufficiali catturati. Solo i più fortunati e i
più motivati riescono a sfuggire ai rastrellamenti tedeschi e aderiscono
o trovano un accordo con le unità partigiane jugoslave. Col tempo
saranno costituite due divisioni partigiane interamente italiane –
Italia e Garibaldi – che combattono agli ordini dell’esercito di
liberazione jugoslavo fino alla fine della guerra; mentre molti
volontari italiani restano inquadrati come singoli o piccoli gruppi
nelle unità jugoslave.
Nel caso che ho studiato più a fondo, quello della resistenza italiana in Montenegro raccontata nel mio film Partizani,
dei 20mila uomini che inizialmente scelgono la resistenza, solo
cinquemila andranno a formare la divisione Garibaldi nel dicembre del
1943. Dopo aver subìto gravissime perdite ed essere stata integrata con
numerosi rimpiazzi, la Garibaldi rientrerà in Italia nel marzo del 1945
con circa 3.800 uomini. NB. Con Anna Di Gianantonio, i cui studi si basano
molto sulla raccolta di fonti orali, focalizziamo lo sguardo sulle
regioni dell’alto Adriatico, la cosiddetta Venezia Giulia, a partire
dalle centinaia di interviste con i testimoni diretti che ha realizzato.
Che caratteristiche ha la resistenza in queste regioni e perché si
manifesta per certi versi molto prima? Qual è il collante che permette
di tenere assieme le forme prima embrionali e poi più strutturate di
collaborazione antifascista tra i diversi gruppi “nazionali” e
linguistici fin dalla fine della prima guerra mondiale? ADG. Per quanto riguarda le caratteristiche della
resistenza, il punto di partenza è sicuramente il lavoro operaio nelle
fabbriche, in particolare nei cantieri navali, sia di Trieste sia di
Monfalcone. Qui la manodopera è mista, composta da italiani e sloveni,
in un cantiere lavorano migliaia di operai ed è facile avere rapporti
con persone di diverse nazionalità. Tra l’altro è molto significativo
che gli operai italiani, che avevano mansioni più elevate, riescono a
costruire con i colleghi sloveni un rapporto che dura per tutti gli anni
trenta. Quindi il dibattito sul fascismo e successivamente la coesione
nella resistenza hanno radici profonde. Le cellule erano miste, si
riunivano in anfratti del cantiere, nelle navi in costruzione e
discutevano della situazione politica nei momenti di pausa.
L’operaio qualificato spiegava agli altri non solo il lavoro ma anche
la politica. C’erano stati poi dei collegamenti negli anni trenta con
le organizzazioni come il Tigr (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia,
Rijeka – Fiume), composte da sloveni e croati che compivano attentati
terroristici per reagire alle condizioni di vita cui erano costretti.
Quindi nel 1941, al momento dell’occupazione italiana e tedesca del
Regno di Jugoslavia e l’annessione della provincia di Lubiana, i
contatti sono già attivi. NB. Quali paure innesca la collaborazione tra antifascisti italiani e sloveni nelle classi dominanti dell’epoca? ADG. Già all’indomani della prima guerra mondiale ci
furono scontri di piazza e scioperi molto decisi nel cantiere, che il
padronato tentò di sedare. Queste lotte erano nate soprattutto per il
problema della casa, che era drammatico. Monfalcone era distrutta, gli
operai erano costretti a vivere in alloggiamenti di fortuna precari, per
di più in un territorio affetto da malaria, cui erano esposte
soprattutto le donne. Lottavano per un aumento salariale, un orario di
lavoro adeguato e contro gli incidenti sul lavoro, che erano all’ordine
del giorno.
Gli operai quindi entrarono in azione subito, spinti da un lato dalla
volontà di riscattare con più diritti i sacrifici patiti dai soldati e
dai loro familiari durante la guerra, dall’altro dalle condizioni
economiche e sociali in cui vivevano, dure e precarie.
E non solo gli operai. Dopo la guerra il clima insurrezionale è
diffuso, nel periodo che nella storiografia italiana viene chiamato
“biennio rosso”. Fin da subito ci sono occupazioni dei comuni nel 1920,
nel 1921 un gruppo di fascisti assalta il cantiere di Monfalcone con
lanci di bombe contro i lavoratori, uno dei quali viene ucciso. Dalla
fine del 1919 a tutto il 1920 vengono colpite sedi dei circoli di
cultura e delle camere del lavoro, subito entrano in gioco le squadre
fasciste esterne e interne al cantiere, gli “operai a doppia paga” che
si guadagnavano un surplus con il pestaggio dei loro colleghi di lavoro.
Lo scontro è acuto, così come precocissimo è il manifestarsi del
fascismo. La violenza si scatena immediatamente, dalla fine della guerra
e sotto i regimi liberali, grazie all’intervento di squadre
sovvenzionate dagli armatori Cosulich in risposta a scioperi e
manifestazioni. Il clima è incandescente – come ho detto – e proprio per
questo a Monfalcone le squadre entrano in azione praticamente da
subito. NB. Stiamo parlando di episodi di violenza
squadristica, antislovena ma anche antioperaia, che avvengono già prima
della presa del potere da parte del fascismo. ADG. L’opera di repressione, sia nei confronti degli
operai sia nei confronti degli sloveni, avviene già sotto il governo
liberale. L’azione delle squadre fasciste è precoce, precede di molto la
marcia su Roma, che è la data di inizio del fascismo al livello
nazionale. I lavoratori di questo parlano, anche perché gli sloveni
conoscono l’italiano. Trascorrono insieme le domeniche, fanno feste, si
incontrano, discutono, quindi la situazione politica è nota a tutti e
due i gruppi “nazionali”. Questi gruppi di operai però nel corso del
tempo si assottigliano, con i licenziamenti in fabbrica da un lato e la
repressione dall’altro le cellule si riducono a pochi operai.
Si tratta tuttavia di una fetta importante della popolazione, di un
mondo sloveno che è da subito antifascista perché anche la persecuzione
comincia subito. Il Tigr nasce e agisce alla fine degli anni venti e già
nel 1930 si celebra il primo processo di Trieste che si conclude con le
fucilazioni di Basovizza. In seguito si forma una larghissima
aggregazione clandestina di tutte le componenti politiche slovene –
cristiano-sociali, cattolici, liberali, comunisti – che subisce la sua
battuta d’arresto con il secondo processo di Trieste nel 1941, un
processo grandioso e unico nella storia europea, in cui decine di
esponenti di una comunità linguistica, di ogni estrazione politica,
furono processati perché non volevano scomparire, e cinque furono
mandati a morte senza che fosse provato nulla contro di loro. NB. Spostiamoci al secondo dopoguerra, al
“controesodo” dei cantierini monfalconesi che dal 1946 decidono di
trasferirsi in Jugoslavia. Per quella scelta viene proposta
l’interpretazione del perseguimento dell’ideale socialista, o di
adesione alle direttive di partito, quindi motivazioni tutte
ideologiche, fino ad arrivare, pensiamo al libro di Claudio Magris, Alla cieca,
a questa idea dei cantierini che se ne vanno come degli ingenui
idealisti che non hanno capito che si stanno gettando tra le braccia di
un potere dispotico. Leggendo le testimonianze nei suoi libri sembra
emergere una questione spesso non considerata, ovvero quella di una
classe operaia multietnica che è abituata fin dall’ottocento a muoversi
in un’area geografica molto vasta, che non guarda per niente al fatto se
ci si muova nel mondo slavo o meno.
Il celebre “Affiche rouge”, manifesto di propaganda nazista
diffuso a Parigi nel 1944, dopo l’esecuzione di 23 membri del gruppo
Franchi tiratori partigiani - mano d’opera immigrata (Ftp-Moi). Sulla
destra, il monfalconese Spartaco Fontanot.
ADG. Va considerata assolutamente la dimensione
europea di questa ricerca del posto di lavoro. In molti casi parliamo di
operai provetti che trovano lavoro facilmente, come i Fontanot che
vanno a Vienna, dove trovano lavoro, poi vengono mandati in Bulgaria in
un piccolo cantiere, infine ritornano a Trieste e poi a Monfalcone. Un
altro pezzo della famiglia va in Francia, dopo un tentativo fatto negli
Stati Uniti, ma anche in quel caso continua l’attività antifascista sul
campo. Spartaco, per esempio, entra nel famoso gruppo partigiano
composto esclusivamente da mano d’opera immigrata, cioè da stranieri,
che ha compiti di guerriglia urbana. Finirà fucilato dai nazisti come i
cugini Nerone e Jacques, ma anche in quel caso i superstiti tornano a
Monfalcone alla fine. Sono persone che sanno lavorare, costruire una
nave a quel tempo è un’operazione artigianale, c’è un sapere che viene
fatto valere.
Per quanto riguarda coloro che vanno in Jugoslavia dopo la guerra,
bisogna ricordare che nel periodo 1945-1947 operava il Partito comunista
della regione Giulia (Pcrg) e permanevano i “poteri popolari”, forme di
democrazia diretta instaurate dopo il conflitto e prima
dell’amministrazione americana. Aleggiava l’idea che si potesse ancora
“dare una spallata” e creare un mondo nuovo, ma ci fu anche una sequela
spaventosa di attentati fascisti e una mancanza di posti di lavoro
dovuta ai novemila licenziamenti minacciati e ai duemila messi in atto
dal cantiere. A Monfalcone e a Trieste nel luglio del 1946 si svolse un
enorme sciopero chiamato “dei dodici giorni” che cominciò con il blocco
del Giro d’Italia a Pieris e proseguì con il blocco totale di tutte le
fabbriche e le campagne, ma poi fu represso e fallì.
Va ricordato il clima nel dopoguerra alimentato dal Pcrg, che il
partito di Togliatti cercò di “moderare” nel suo desiderio di passare
alla Jugoslavia, cosa che riuscì solo con il ritorno a Trieste di
Vittorio Vidali, che stroncò anche in modo violento coloro che non
avevano rinnegato Tito dopo il 1948. Il Pcrg dunque aveva creato il mito
della Jugoslavia e pertanto esitava a fermare le partenze degli operai.
In conclusione, c’è stata la spinta dei licenziamenti, della
repressione, e l’idea che lì si potesse stare meglio, alimentata anche
dal partito. Infine ci sono gli esuli dall’Istria, che si stabiliscono a
Gorizia, Monfalcone, Trieste. Ci sono scontri, lotta per il posto di
lavoro, licenziamenti da una parte e assunzioni dall’altra. Molti esuli
vengono assunti in cantiere. Mario Udovisi, un esule e un fascista
dichiarato che ho intervistato, sostiene di essere stato una specie di
ufficio di collocamento del cantiere che suggeriva ai responsabili chi
assumere e chi licenziare. Quindi si genera una situazione politica e
sociale di grande tensione. E poi appunto i rapporti e i contatti che
c’erano stati spingono la gente a cercare lavoro altrove, sia per motivi
economici sia per ideali politici. NB. Cosa comportò realmente la rottura tra Tito e
Stalin per gli italiani trasferiti in Jugoslavia? Quali e quanti
finirono stritolati nel conflitto? Negli ultimi anni si è parlato molto
del campo di prigionia di Goli Otok, dove furono mandati i
“cominformisti” e dove finirono anche italiani. ADG. Non tutti cadono nella dinamica repressiva che
segue la rottura tra Stalin e Tito del 1948. Centinaia di persone
partecipano a un’assemblea a Fiume a favore dell’Unione Sovietica dopo
lo strappo del Cominform, subito individuate dalla polizia e quindi
incarcerate, anche se pochi italiani finirono a Goli Otok. A Fiume vi è
una forte concentrazione di dissidenti che prende posizione
pubblicamente, ma quelli che erano da altre parti della Jugoslavia,
della risoluzione verranno a sapere molto tempo dopo, nessuno gli chiede
da che parte stanno, non si pronunciano e continuano a lavorare. Non
tutti sono repressi, e non tutti se ne andranno, alcuni torneranno in
Italia molti anni dopo.
Pino Petean, uno dei miei intervistati, rimane e anche Silvano
Cosolo, che vive a Sarajevo e ne parla come un mondo per lui
meraviglioso, dove si fanno le lotte per migliori condizioni di lavoro.
Ha scritto un libro intitolato Amare Sarajevo in cui descrive
un mondo che sente più libero, parla di libertà religiosa e sessuale, di
un mondo che non aveva nulla a che fare con la rigidità dei costumi
nell’Italia degli anni cinquanta. È il racconto di una bellissima
gioventù, con un rapporto molto aperto con le donne per esempio, in cui
lui fa le lotte operaie nel contesto jugoslavo per avere maggior
reddito, e dove non è che venga perseguitato perché è italiano. Lui
torna molti anni dopo perché vuole tornare al suo paese, a San Canzian
d’Isonzo.
Questi che vanno in Jugoslavia trovano un ambiente per loro
stranamente liberale, riconducibile al fatto che non è un paese
cattolico. A Sarajevo poi già nell’immediato dopoguerra sono
rappresentate e praticate tutte le confessioni religiose, non c’è
discriminazione religiosa. Infine diversi lavoratori con le loro
famiglie tornano in Italia, ma dalla metà degli anni cinquanta. E magari
poi diranno “eravamo sciocchi perché pensavamo di trovare le salsicce
che cascavano dagli alberi”: erano partiti con l’idea di vivere in un
mondo economicamente più ricco, solo perché socialista, mentre si erano
ritrovati in una nazione distrutta dalla guerra.
Tutto questo non significa negare Goli Otok, ma collocare quella
vicenda nella sua prospettiva di repressione politica mirata sugli
oppositori interni, tant’è vero che vi finirono anche alti dirigenti
militari, professionisti, professori jugoslavi. Il fatto è che Tito,
oltre ai problemi di ricostruzione di un paese distrutto, non vuole
avere anche il problema della quinta colonna sovietica al suo interno. A
Goli Otok ci sono quelli che si schierano con l’Urss, e nemmeno tutti, e
la maggior parte proviene da altre repubbliche jugoslave. Conversazione avvenuta via email dal 10 al 24 gennaio 2017.
La Zona di operazioni Litorale Adriatico (Ozak), stabilita
dall’amministrazione militare tedesca nel settembre 1943, annessa de
facto al reich nazista. Analogo statuto ebbe la Zona di operazioni delle
Prealpi (Ozav), che comprendeva le province di Trento, Bolzano e
Belluno.
Intervista con gli storici Jože Pirjevec e Sandi Volk. Nicoletta Bourbaki. Ogni anno si sente ripetere dai
mezzi di informazione che gli infoibati tra 1943 e 1945 furono almeno
diecimila, e si parla spesso di un genocidio della popolazione italiana
paragonabile alla shoah per crudeltà se non per i numeri. È credibile
tutto ciò? Ci può dare una stima attendibile del numero di persone
uccise nella Venezia Giulia dalle forze legate alla resistenza
Jugoslava, nel corso di esecuzioni collettive, tra il settembre 1943 e
il maggio-giugno 1945? Queste vittime sono tutte “infoibate”? JožePirjevec. Per quanto riguarda i
morti in Istria dopo l’8 settembre 1943, il numero è stato
frequentemente gonfiato. Penso che al massimo si possa parlare di 400 –
500 vittime.
Relativamente alle persone decedute a causa di tutte le forme di
violenza – arresti, deportazioni, “infoibamenti” – dopo il 1 maggio
1945, secondo la storica slovena Nevenka Troha le vittime nella zona di
Trieste sarebbero state 601. Claudia Cernigoi fornisce cifre leggermente
più basse e parla di 498 morti. Sempre secondo Troha, nella zona di
Gorizia morirono 901 persone, in Istria e a Fiume 670. Per queste ultime
zone, determinare il numero dei morti risulta più difficile. Sono circa
2.200 morti, ai quali dovremmo aggiungerne alcuni altri, sebbene non ci
siano a disposizione dati precisi. Per esempio, il 12 maggio 1945
intorno a Ilirska Bistrica i partigiani jugoslavi catturarono diverse
migliaia di soldati tedeschi, e secondo alcune fonti almeno una parte di
loro fu uccisa sommariamente. In totale dunque circa tremila,
tremilacinquecento persone, circa due terzi delle quali di nazionalità
italiana, per lo più soldati inquadrati in formazioni che, a diversi
livelli, collaboravano con gli occupanti tedeschi.
Questi numeri trovano conferma in una recente ricerca: Urška Lampe,
nella sua tesi di dottorato dell’Università del Litorale di Capodistria –
Deportazioni dalla Venezia Giulia dopo la seconda guerra mondiale, 1945-1954 –
cita documenti dell’ufficio zone di confine, tra i quali ha reperito i
dati di uno studio sugli scomparsi, coordinato negli anni cinquanta dal
commissariato generale del governo per il Territorio di Trieste. Nel
1959, dopo alcuni anni di ricerca, i risultati mostrarono che nel
territorio di Trieste, Gorizia e Udine i morti per diverse cause –
“infoibati”, fucilati o deceduti per malattia – furono 645; i deportati
che poi rientrarono dai campi jugoslavi 1.239; quelli che non
ritornarono 1.982. Dunque, secondo questa indagine il numero totale
delle vittime per mano jugoslava nel periodo dopo la liberazione non
dovrebbe superare i 2.627, numero non dissimile dalle stime sopra
menzionate. Inoltre possiamo ritenere che un certo numero di persone
rimpatriate non sia stata registrata o non si sia presentata alle
autorità per paura di un nuovo arresto dovuto al presunto passato
fascista. Sono cifre che le autorità italiane avevano a disposizione già
nel 1959, ma non sono mai state pubblicate. Ciò mi sembra
significativo, perché dimostra che grande operazione propagandistica e
politica sia stata portata avanti negli ultimi decenni. NB. Quali persone furono uccise, e in quali
contesti? Si parla di foibe istriane, dell’occupazione di Trieste nel
maggio del 1945, di deportazioni… JP. Si tratta di situazioni molto diverse. Dopo l’8
settembre 1943 l’Italia crollò, l’amministrazione statale scomparve,
l’esercito italiano e le forze dell’ordine si dissolsero. Di
conseguenza, in Istria si verificò una sorta d’insurrezione popolare,
fondamentalmente anarchica, che si manifestò con assalti a municipi,
tentativi di distruggere i registri erariali e così via. Negli stessi
giorni, però, si formarono in Istria le prime formazioni partigiane,
composte da croati, ma anche da italiani che manifestavano il loro odio
nei confronti della borghesia locale.
I maggiorenti fascisti erano già fuggiti, quelli rimasti erano pesci
piccoli legati al regime: piccoli borghesi, commercianti,
professionisti, maestri di scuola. Molti di questi vennero arrestati e
concentrati in varie località, nella maggior parte dei casi in base alle
decisioni degli organi centrali del movimento partigiano istriano, ma
non mancarono episodi di vendetta personale. In seguito, come emerso
dalle ricerche dello storico croato Darko Dukovski, un tribunale di
guerra svolse indagini sugli arrestati e una settantina di persone fu
condannata a morte. Nelle zone dove i fascisti avevano attuato
repressioni più feroci contro la popolazione la reazione popolare fu
ancora più radicale.
Quando all’inizio dell’ottobre 1943 i tedeschi cominciarono a
occupare l’Istria per assicurarsi il controllo sulla neocostituita Zona
di operazione Litorale Adriatico (Ozak), le forze partigiane non furono
in grado di far fronte alla Wehrmacht. Per questa ragione decisero di
sbarazzarsi dei prigionieri. Molti di questi furono frettolosamente
fucilati. In altri casi si procedette invece al loro rilascio, in alcuni
frangenti liberando, senza rendersene conto, anche criminali fascisti.
Relativamente al numero delle vittime, nelle stime degli storici non ci
sono grandi divergenze: dovrebbero aggirarsi tra 400 e 500, sebbene il
numero delle persone realmente “infoibate” – cioè gettate nelle voragini
carsiche – sia inferiore, tra le 250 e le 300. Le altre morirono in
modi diversi e alcune semplicemente scomparvero. I morti sul territorio
dell’attuale Repubblica di Slovenia dovrebbero essere 26, mentre le
altre vittime si riferiscono alla parte dell’Istria che oggi si trova in
Croazia.
Va sottolineato che i tedeschi, quando occuparono l’Istria
nell’ottobre del 1943, fecero decisamente molte più vittime e
deportarono moltissimi istriani a Dachau e in altri campi di
concentramento, ma di questo non parla quasi nessuno.
A guidare la repressione sul Litorale Adriatico fu mandato Odilo
Globočnik, uno degli alti ufficiali nazisti più vicini a Himmler.
Globočnik ha una storia particolare: nato a Trieste da padre sloveno,
emigrato in Austria dopo il crollo dell’impero asburgico, aveva fatto
una notevole carriera dentro il partito, diventando uno dei leader del
nazismo carinziano. Nel 1941 fu inviato in Polonia per pianificare lo
sterminio degli ebrei. Nel 1943, accusato di malversazioni e di
appropriazione indebita, fu mandato punitivamente a Trieste con i suoi
collaboratori per combattere i partigiani. Oltre a effettuare
repressioni e rappresaglie, lo staff di Globočnik sfruttò la questione
foibe in funzione antibolscevica, come era stato già fatto nel caso
dell’eccidio di Katyń in Polonia. I corpi decomposti delle vittime
istriane furono recuperati, le loro foto affisse nelle vie cittadine.
Furono pubblicati opuscoli sull’argomento. Le autorità fasciste, quelle
di Salò, si agganciarono immediatamente a quel filone, e l’azione
propagandistica acquisì un’enorme risonanza, collegandosi poi – a guerra
finita – alla questione delle foibe triestine e goriziane. NB. Riguardo alle foibe triestine e goriziane e alle
deportazioni, abbiamo visto che negli avvenimenti del 1943 le vittime
appartengono alla borghesia dei paesi istriani. Invece nei fatti del
1945 le vittime chi sono? JP. Negli ultimi giorni di guerra quasi tutti i
nazisti fuggirono, cercando di raggiungere l’Austria o la Germania. In
loco rimasero i collaborazionisti. Quando la quarta armata dell’esercito
jugoslavo liberò e occupò Trieste e Gorizia, si scatenò una caccia
all’uomo diretta contro quelle persone. Diverse cause convergevano in
quella vicenda: da una parte la volontà di controllare e neutralizzare i
possibili avversari, dall’altra ragioni di vendetta personale, di
rivalsa. Si verificarono pure episodi di saccheggio, perché le nuove
autorità non erano in grado di controllare la situazione. NB. Si accusano spesso i partigiani jugoslavi di
avere infoibato molti dirigenti e partigiani del Comitato di liberazione
nazionale di Trieste, è vero? Perché le forze legate alla resistenza
jugoslava, compresi diversi reparti formati da partigiani italiani
comunisti, si scontrarono con le forze della resistenza italiana
“moderata”? JP. La resistenza italiana – che oltre a essere
appunto “moderata”, era anche numericamente modesta – non fu in grado di
comprendere che la frontiera stabilita nel 1920 a Rapallo era ormai
obsoleta. Pensava ancora di poter conservare il vecchio confine, che
privava la nazione slovena di un quarto del suo territorio. Quei
“liberali” italiani riconoscevano i molti torti subiti dagli sloveni
durante il fascismo, e assicuravano che in futuro i rapporti interetnici
nella zona sarebbero stati più corretti, ma non erano disposti ad
accettare una frontiera diversa tra Italia e Jugoslavia. Men che meno,
l’idea di Trieste jugoslava.
Per questo motivo i rapporti tra le due resistenze furono
conflittuali fin dall’inizio: alcuni esponenti della resistenza
moderata, non molti per la verità, furono arrestati e rinchiusi nelle
prigioni dell’Ozna, la polizia segreta della Jugoslavia. Vi rimasero per
qualche mese e alla fine del 1945 alcuni furono fucilati. NB. Di quante persone stiamo parlando? JP. Non abbiamo dati certi. Grazie all’intervento di
uno dei capi comunisti sloveni, Boris Kraigher, i membri del Cln
incarcerati a Trieste – tra i più noti lo storico Carlo Schiffrer –
furono tutti rilasciati tranne uno. Due membri del Cln goriziano furono
deportati e probabilmente uccisi già a maggio. Uno dei capi del Cln di
Trieste, Giovanni Paladin, pubblicò un elenco di trenta partigiani del
Corpo volontari per la libertà a suo dire deportati o “infoibati”. Tra
questi troviamo i nomi di alcuni morti in prigionia, ma anche di altri
che riuscirono a ritornare dopo alcuni anni. NB. Perché fin dall’immediato dopoguerra in Italia
si comincia a parlare di foibe? E perché questo termine diventa così
carico di significati simbolici? JP. Bisogna dire innanzitutto che l’idea della
voragine in cui sono gettati i nemici ha qualcosa di orrido, di
spaventoso, è molto efficace nel colpire emozionalmente ed evocare paure
primordiali.
Da un punto di vista politico, invece, in una situazione in cui la
questione del confine orientale era ancora aperta, le forze di destra –
non tanto la politica ufficiale, ma piuttosto i giornali ed i fascisti
che si erano riscoperti “democratici” – sfruttarono a fondo le “foibe”,
elaborando una narrazione che colpisse l’immaginario collettivo. NB. La foiba di Basovizza è stata proclamata
monumento nazionale perché vi sarebbero stati gettati i cadaveri di
centinaia se non migliaia di persone. Su quali basi si afferma ciò? JP. Su nessuna, per quanto mi risulta. Io ho visto i
documenti statunitensi e britannici su Basovizza. Appena presero il
controllo di Trieste, dopo il 12 giugno 1945, gli alleati furono
sollecitati dalle forze politiche italiane a effettuare un’esplorazione
della foiba. Nei primi giorni dopo la ritirata jugoslava ci furono
alcune esplorazioni. Ricerche più concrete cominciarono alla fine di
luglio o all’inizio agosto, e si protrassero fino alla fine di novembre.
Nella voragine furono trovati i resti di 150 persone, tutti soldati
tedeschi e un civile, oltre a carogne di cavalli. Tra la fine di aprile e
l’inizio del maggio 1945, infatti, Basovizza fu teatro di intensi
combattimenti tra tedeschi e partigiani. A scontri finiti era necessario
liberarsi il più presto possibile dei nemici caduti e delle carogne
degli animali, gettando tutto nella fossa più vicina. Non si trattava di
una foiba naturale, tipica del Carso, ma del pozzo d’ingresso di una
miniera di carbone, mai entrata in funzione. Da tempo era utilizzata
dagli abitanti della zona come discarica, e in due o tre casi era stata
teatro di suicidi. Sembra che anche fascisti e nazisti vi abbiano
gettato i corpi dei loro avversari per sbarazzarsene.
Statunitensi e britannici svolsero una ricerca molto approfondita,
cercando di individuare le vittime basandosi sulle uniformi. In
particolare cercarono i bottoni, perché da essi si poteva capire a quale
formazione appartenessero le vittime. Nonostante l’impegno profuso
nella ricerca – speravano di poter sfruttare la vicenda a fini politici
contro la Jugoslavia comunista – non riuscirono a trovare praticamente
nulla oltre a quanto già citato. Negli anni successivi furono fatti
altri sopralluoghi da speleologi triestini e anche dall’esercito
italiano. Il risultato è stato nullo.
Negli anni cinquanta il pozzo di Basovizza fu usato per un certo
periodo come discarica dal comune di Trieste. Gli alleati, prima di
abbandonare Trieste nel 1954, vi gettarono a loro volta molta ferraglia.
Successivamente, una ditta locale ottenne il permesso di sgomberare la
“foiba” da quel materiale, per poterlo riutilizzare come ferrovecchio.
Nemmeno gli operai che ci lavorarono trovarono resti umani.
Nel 1959 il pozzo fu sigillato con una lastra di pietra, affinché
nessuno potesse procedere a ulteriori indagini, con il pretesto che la
sua esplorazione era troppo pericolosa per la presenza di esplosivi o
simili. C’era stato effettivamente un ferito, si trattava di uno degli
operai della ditta incaricata di svuotare il pozzo. Aveva utilizzato
durante il carnevale un petardo trovato nella fossa.
Nei primi anni sessanta il pozzo di Basovizza diventò una specie di
simbolo di tutte le “foibe” della nostra zona, un luogo di
pellegrinaggio, tanto che nel 1992 è stato proclamato monumento
nazionale. NB. È corretto a suo parere parlare di “negazionismo” in merito alle foibe come si fa riguardo alla shoah? JP. È offensivo, francamente. Per il libro sulle
foibe che ho pubblicato con Einaudi nel 2009 insieme ad alcuni
collaboratori, sono stato accusato di essere un negazionista, alla
stregua di David Irving, lo studioso che nega la shoah. Ma io non nego
affatto le foibe: ne contesto l’uso politico e l’entità delle cifre
riportate. Si tratta di conoscere la verità storica e inserirla in una
realtà oggi lontana e difficilmente comprensibile nella sua
drammaticità. Non va dimenticato che in ogni paese dove c’è stata la
resistenza, a guerra finita ci furono episodi di repressione analoghi,
anche feroci. Ma dove si sono ammazzati tra connazionali – italiani che
uccidevano italiani, francesi che uccidevano francesi, norvegesi che
uccidevano norvegesi… – la questione è stata lasciata cadere nell’oblio.
Nelle nostre terre, dove sloveni, croati, serbi, jugoslavi hanno
ammazzato italiani, ovviamente la vicenda è stata coltivata e sfruttata
da coloro che hanno interesse che i rapporti tra i nostri popoli non
migliorino.
Il Territorio libero di Trieste (TlT), istituito dal
trattato di pace del 1947 e diviso provvisoriamente in zona A (sotto
amministrazione angloamericana) e zona B (sotto amministrazione
jugoslava). Nel 1954, in base al memorandum di Londra, la zona A passò
sotto amministrazione italiana. Con il trattato di Osimo nel 1975 Italia
e Jugoslavia sancirono la definitiva spartizione del TlT tra i due
stati.
Nicoletta Bourbaki. Parliamo dell’esodo dai
territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia al termine della seconda
guerra mondiale. I numeri dei profughi sono nebulosi e non c’è completa
chiarezza nemmeno sull’arco temporale. Perché? Sandi Volk. Perché quei numeri servivano allo stato
italiano alla conferenza di pace, quale dimostrazione dell’attaccamento
della popolazione all’Italia e proprio per questo sono numeri
inattendibili. La verifica più facile, rispetto al numero canonico di
350mila, consiste nel prendere e sommare le cifre fornite per le varie
ondate: da Zara e da Pola, ipotizzando che se ne siano andati tutti gli
abitanti censiti nell’anteguerra, rispettivamente 21.372 e 32mila; da
Fiume 38mila, e si tratta della stima più alta; dalla zona B del
Territorio libero di Trieste 40mila (anche in questo caso è la stima più
alta); dai territori annessi alla Slovenia dopo il trattato di pace,
cioè dalla parte orientale e settentrionale dell’ex provincia di
Gorizia, 21.322. Il risultato è 152.694 persone.
Anche i numeri del censimento effettuato dall’Opera per l’assistenza
ai profughi giuliani e dalmati (Oapgd, più conosciuta come Opera
profughi) agli inizi degli anni cinquanta sono tutt’altro che
affidabili. L’Opera profughi reperì 140.091 persone con la qualifica
ufficiale di profugo rilasciata dalle prefetture e 4.553 profughi
deceduti dopo l’emigrazione. A questi furono aggiunte 46.260 persone non
materialmente reperite, verosimilmente emigrate all’estero, e altre
10.536 persone che non avevano avuto la qualifica di profugo ma che, a
dire dell’Opera profughi, “non potevano essere escluse”, compresi i
familiari acquisiti dopo l’emigrazione. In questo modo l’Opera profughi è
arrivata a “censire” 201.440 profughi ai quali ha però aggiunto 50mila
persone “presumibilmente” sfuggite al censimento, arrivando così a
250mila profughi.
Questo tipo di “censimento” è alla base di tutte le ancor più
fantasiose quantificazioni successive. Padre Flaminio Rocchi, artefice
della cifra “ufficiale” dei 350mila, aggiunge al numero dei profughi
anche i deceduti prima dell’esodo! Mi pare evidente che ci sia una
volontà politica di non arrivare a una quantificazione seria, che
peraltro potrebbe essere ottenuta tranquillamente ricorrendo alle schede
di censimento dell’Opera profughi oppure, meglio ancora, alle anagrafi
slovene e croate, dove sono annotate le cancellazioni dalla residenza e
dalla cittadinanza. NB. Per quale ragione si associano le foibe all’esodo, pur essendo fenomeni distinti? SV. L’esodo è presentato come conseguenza di un
tentativo di genocidio degli italiani in quanto tali. Le foibe, appunto.
L’argomento degli intenti genocidi dei partigiani nei confronti degli
italiani fu utilizzato dalla classe dirigente italiana dell’Istria già
all’indomani l’8 settembre 1943, per cercare di ottenere un intervento
angloamericano in Istria. Era chiaro che il movimento partigiano non le
avrebbe mai consentito di conservare – o riprendere – il potere. Al
contrario, come dimostrava quanto stava accadendo in Italia, l’arrivo
degli angloamericani avrebbe garantito all’élite italiana dell’Istria il
mantenimento del suo ruolo sociale e politico. Perciò i maggiorenti
istriani cominciarono a inviare al governo del Regno del Sud, a
Brindisi, una serie di relazioni, petizioni e appelli in cui si
descrivevano gli intenti sterminatori degli “jugoslavi” e si
preannunciava la partenza in massa della popolazione italiana. Fu anche
sulla base di quelle comunicazioni che nel 1944 il governo Bonomi cercò
di fare pressione sugli alleati – che le respinsero – perché sbarcassero
in Istria, e di organizzare in segreto – la cosa fu tenuta nascosta ai
partiti di sinistra nel governo, ma fu scoperta da Togliatti –
l’alleanza tra X Mas e formazioni Osoppo contro l’esercito popolare di
liberazione jugoslavo al momento del crollo tedesco.
L’esodo preannunciato fu di fatto organizzato dopo la fine della
guerra, quando già a margine della conferenza di pace il ceto dirigente
istriano cominciò a pianificare l’emigrazione della popolazione in caso
di assegnazione dei territori contesi alla Jugoslavia, e a progettare il
suo insediamento nel goriziano e a Trieste. Anche la Democrazia
cristiana triestina si impegnò a insediare a Trieste il maggior numero
possibile di profughi dall’Istria, per rafforzare il campo dei
sostenitori del ritorno della città all’Italia, in quel momento
inconsistente a livello numerico. NB. Si dice che gli italiani d’Istria scelsero di
andarsene per rimanere italiani e al tempo stesso che furono obbligati
ad andarsene in quanto italiani: cosa c’è di vero – o di falso – in
queste affermazioni? Quale fu il destino di chi scelse di rimanere? SV. Chi rimase si trovò in una situazione in cui da
gruppo dominante passava a gruppo minoritario. Sebbene la Jugoslavia si
facesse vanto delle numerose minoranze che vivevano al suo interno,
compresa quella italiana, e garantisse agli italiani posti negli
organismi rappresentativi e nelle istituzioni politiche, ci furono anche
spinte alla “slovenizzazione” o “croatizzazione”, con i diritti
garantiti sulla carta alla minoranza italiana applicati in maniera molto
diseguale.
Quanto alle interpretazioni citate, si tratta dell’ennesima
semplificazione a uso politico. Se ne andarono italiani, sloveni e
croati, come attestano le stesse organizzazioni dei profughi. Anche
perché il diritto a optare per la cittadinanza italiana non era legato
alla nazionalità, bensì alla “lingua d’uso italiana”.
Sul fatto che gli italiani furono tutti cacciati, diverse
testimonianze di profughi e documenti delle associazioni attestano che
la Jugoslavia rigettò parecchie domande d’opzione per la cittadinanza
italiana. Credo che le cose vadano viste nel contesto complessivo: si
trattò sicuramente di uno stravolgimento dell’ordine sociale, con
episodi anche di discriminazione degli italiani da parte di alcune
autorità locali (le autorità federali jugoslave erano decisamente
contrarie a tali pratiche e intervennero in varie occasioni), ma fu
anche un fenomeno inserito in un contesto economico e sociale in cui
l’emigrazione è stata sempre presente, con significativi aumenti dopo
l’annessione della regione all’Italia e dopo le distruzioni belliche. Il
geografo Gianfranco Battisti ha descritto l’esodo come
l’intensificazione di un processo, già in atto precedentemente, di
spostamento degli italiani dalle zone del confine orientale verso
l’interno dell’Italia, verso il “triangolo industriale”, che infatti fu
una delle principali zone d’insediamento dei profughi del dopoguerra.
Inoltre vanno considerate le singole realtà dell’Istria, spesso molto
diverse tra loro, e le realtà di singoli gruppi, per esempio i
funzionari dello stato italiano immigrati tra le due guerre che
“seguirono il posto di lavoro” tornando in Italia.
Sarebbe inoltre necessario indagare l’attività delle organizzazioni
filoitaliane e il peso che ebbero nello spingere gli istriani a partire:
il Comitato di liberazione nazionale dell’Istria distribuiva denaro
alle famiglie dei sostenitori e simpatizzanti dell’Italia e
sovvenzionava attività di propaganda. Il fatto che all’inizio degli anni
cinquanta, in una situazione di totale indigenza della popolazione, il
Cln dell’Istria comunicasse che i sussidi sarebbero cessati e i soldi
sarebbero stati utilizzati per il sostegno ai profughi in Italia, fu
certamente un fattore che spinse la gente ad andarsene, come anche la
propaganda volta a far partire gli istriani. Sicuramente ci fu chi se ne
andò “per restare italiano”, ma si trattava di solito del ceto
dominante. Si verificarono anche episodi di persone espulse, solitamente
oppositori politici o attivisti delle organizzazioni filoitaliane,
prese e accompagnate alla frontiera, ma si trattò di casi molto
limitati. NB. Si diceva che l’esodo è avvenuto in un arco temporale molto ampio, ma è corretto parlare di un unico esodo? SV. È problematico, perché in realtà cominciò nella
primavera del 1941, con l’esodo da Zara decretato dalle autorità
militari italiane in previsione dell’attacco alla Jugoslavia, esodo che
coinvolse alcune migliaia di persone. Se teniamo conto che la data
limite “ufficiale” è il 1958 e in realtà le persone ebbero la qualifica
di profughi anche più tardi, definirlo un unico esodo è piuttosto
azzardato. NB. Dipendeva anche dall’anno, dalla situazione internazionale? SV. Sì, sicuramente. Infatti, come già detto, per
capire contesti e motivazioni andrebbero approfondite le singole ondate.
Ma evidentemente si preferisce ridurre tutto a una “partenza degli
italiani per rimanere italiani”. Questa è una spiegazione politica che
non spiega nulla, in ciò speculare a quelle date da parte jugoslava
secondo cui quelli che se ne n’erano andati erano tutti fascisti ovvero
“sfruttatori del popolo”. NB. Qual è il ruolo dei Cln di Pola e Fiume
nell’esodo dalle rispettive città? E quale fu l’atteggiamento
dell’Italia rispetto a questi trasferimenti da Pola e Fiume, che sono un
po’ diversi rispetto agli altri? SV. Il Cln di Fiume fu il primo a usare apertamente
l’invito all’esodo come strumento di lotta politica con il quale
convincere gli alleati ad assegnare la città all’Italia. Ma, a parte
qualche volantino, ebbe poco peso reale. Il Cln di Pola, invece, era
un’organizzazione probabilmente maggioritaria in città, interlocutrice
ufficiale del governo italiano e con in mano le leve del potere
politico. Di fatto, decretò e organizzò l’esodo, sempre per convincere
la conferenza di pace che quelle terre dovevano tornare all’Italia,
nella speranza che ciò potesse accadere magari a lungo termine. Il
governo italiano mise a disposizione del Cln di Pola denaro, trasporti e
posti dove alloggiare gli emigrati, senza però un piano preciso per il
loro insediamento definitivo. I profughi furono dunque sventagliati per
tutta Italia in situazioni di alloggio e sanitarie pessime, in ex campi
di concentramento, caserme, edifici abbandonati, campi profughi, spesso
insieme ai profughi dalle ex colonie africane – che erano molto più
numerosi – e agli sfollati causati delle distruzioni belliche.
Nonostante la retorica sui loro meriti patriottici, molti rimasero in
quelle condizioni per decenni. L’ultimo campo profughi fu chiuso alla
metà degli anni settanta.
Ad allungare i tempi per la sistemazione definitiva di istriani e
dalmati contribuì anche la scelta, collaudata proprio con l’esodo da
Pola, di insediarli il più compattamente possibile, in particolare nelle
zone del confine orientale, soprattutto a Trieste e nel goriziano, e in
zone politicamente inaffidabili per i governi democristiani, come
Emilia-Romagna e Toscana, allo scopo di “bonificare” nazionalmente o
politicamente quelle zone. L’insediamento compatto in borghi destinati
esclusivamente ai profughi istriani corrispondeva anche all’interesse
delle organizzazioni degli esuli. Queste, evitando che i profughi – cioè
la loro base – si “diluissero” nella società, potevano mantenere il
proprio peso e il ruolo politico.
Tuttavia già negli anni cinquanta gli stessi dirigenti delle
organizzazioni dei profughi cominciarono a porsi la domanda se fosse
stato giusto scegliere la strada dell’emigrazione definitiva. Alcuni,
come Guido Miglia, dirigente del Cln di Pola, giunsero a sostenere che
l’esodo era stato usato strumentalmente dalle forze politiche italiane
più reazionarie in funzione anticomunista e per mantenere tesi i
rapporti con la Jugoslavia. NB. Il nome Comitato di liberazione nazionale di
solito è associato alla lotta antifascista. I Cln di Fiume, di Pola e
dell’Istria sono coinvolti nella lotta antifascista? SV. No, nascono dopo la fine della guerra. Durante
la guerra, in Istria i Cln praticamente non ci sono. Quello di Pirano e
quello di Isola sono gli unici di cui abbia conoscenza, ma la loro
attività fu pressoché insignificante. Tutti gli altri Cln sono nati,
come dicevo, dopo la guerra e avevano come obiettivo il mantenimento di
quei territori all’interno dello stato italiano. Facevano anche attività
clandestina: raccoglievano informazioni di tipo giornalistico, che
venivano passate a Radio Venezia Giulia, e di tipo spionistico, che
passavano ai servizi segreti. C’era anche un’attività di tipo “militare”
(sabotaggi, eccetera), ed è uno degli aspetti meno studiati di questa
vicenda.
Il più importante e duraturo di questi Cln fu quello dell’Istria, che
fu organizzato a Trieste con i rappresentanti dei comitati clandestini
delle varie località istriane. Una volta riorganizzato su base
partitica, il Cln dell’Istria diventò l’interlocutore principale di Roma
per quanto riguardava l’appartenenza statale dell’Istria, ma fu anche
molto importante nella vita politica triestina. Per esempio, fu proprio
il Cln dell’Istria a portare la maggioranza dei partecipanti alla prima
manifestazione di massa del fronte favorevole all’Italia a Trieste nella
primavera del 1946. Dopo il 1954 si trasformò da organizzazione dei
filoitaliani dell’Istria in organizzazione dei profughi a tutto tondo,
mantenendo rapporti privilegiati con il governo e aumentando il suo peso
nella politica triestina. NB. Quali altre organizzazioni si occupavano dei profughi? SV. Ce n’erano una miriade, organizzate su base di
provenienza geografica o di categoria, ma per quanto riguarda
l’assistenza, la più importante fu di gran lunga l’Opera profughi, che
ho già citato. L’Opera fu un organismo unico, nato su iniziativa dello
stato italiano ma diretto da privati, che gestì completamente
l’assistenza agli esuli in qualunque aspetto, dall’alloggio nei campi
profughi, all’assistenza all’infanzia, alla sistemazione lavorativa.
Ebbe un ruolo molto importante anche perché contribuì a costruire una
nuova identità “profuga” che sostituì la precedente identità locale,
fatta anche di dialetti diversi e di accentuate rivalità
campanilistiche.
La costruzione di questa identità “profuga” comune avvenne nei vari
enti, istituti e iniziative dell’Opera – dove giocoforza si trovarono
insieme esuli di tutte le età e di tutte le località dell’Istria –
attraverso l’uso del dialetto quale “lingua ufficiale”, attraverso la
costruzione di una memoria storica patriottica comune, attraverso i
mezzi d’informazione (negli anni cinquanta la radio Rai nazionale
trasmetteva uno specifico programma per i profughi), attraverso i raduni
e le celebrazioni delle organizzazioni degli esuli. NB. Qual è l’identikit del profugo istriano? SV. In realtà non c’è un identikit del profugo
istriano, perché se ne andarono persone di tutti i tipi, provenienti da
luoghi diversi, di condizioni sociali diverse, per ragioni diverse.
Nell’Archivio centrale dello stato ci sono elenchi molto dettagliati dei
profughi, divisi per categorie professionali o addirittura di mestiere,
in cui si trova di tutto. NB. Ma dunque esiste una statistica sui profughi? SV. Esistono le statistiche basate sul censimento
dell’Opera profughi, che sono del tutto inaffidabili. Tuttavia, potendo
accedere ai moduli del censimento, che sono molto dettagliati, sarebbe
sicuramente possibile fare delle statistiche. Ma l’archivio, con il
pretesto che contiene dati personali, è consultabile solo da pochi
eletti e, purtroppo, chi ha avuto modo di accedere a quei dati non ha
mai prodotto nulla di interessante o di scientificamente significativo.
NB. L’orientamento politico dei profughi era determinante? SV. Direi discriminante per poter accedere ai
sostegni e agli aiuti dello stato. Per avere la qualifica di profugo,
che dava diritto all’assistenza (aiuti economici, accesso al campo
profughi, assistenza all’infanzia, ai giovani e agli anziani, impiego,
assegnazione degli alloggi), si doveva passare per apposite commissioni
al livello provinciale, di cui facevano parte, con ruolo decisivo, le
organizzazioni dei profughi. Chi era considerato “non abbastanza
italiano” non otteneva la qualifica. Va anche detto che non tutti i
profughi erano ritenuti ugualmente meritevoli o affidabili per le
iniziative di “rafforzamento dell’italianità” e di bonifica politica di
zone ritenute “calde”. Spesso ai profughi le commissioni chiedevano
anche di fornire informazioni su conoscenti e altro, e non tutti erano
disponibili a farlo. I “cominformisti” istriani, cioè i comunisti che
nel 1948 si schierarono con Stalin contro Tito e poi si rifugiarono in
Italia, spesso nemmeno si rivolsero alle commissioni. E in queste ultime
ci fu chi propose di non dare loro nessun tipo di assistenza. Alla
fine, ai cominformisti fu concesso unicamente l’alloggiamento nei campi.
Ci furono inoltre notevoli differenze nel livello di assistenza,
anche a seconda delle varie “ondate” di profughi. Ciò generò proteste e
recriminazioni anche pesanti da parte di chi era partito già nel 1945 e
considerava i profughi recenti “meno fedeli all’Italia” rispetto a chi
se n’era andato subito. Una categoria particolare fu poi quella dei
cosiddetti “muggesani”, quelli che abbandonarono alcune frazioni del
comune di Muggia comprese nella zona A del Territorio libero di Trieste,
cedute alla Jugoslavia nel 1954. Erano in gran parte operai dei
cantieri navali di Muggia (che rimase in Italia) di orientamento
comunista. Proprio per questo della loro sistemazione non si occuparono
gli organismi di governo o l’Opera profughi, bensì l’amministrazione
comunista del comune di Muggia. Fu l’unico caso in cui fu rotto il
monopolio dei partiti di governo, della Dc in primis, nella gestione
dell’assistenza ai profughi a Trieste. Un monopolio che fu segnato anche
da pesanti scandali finanziari e da appropriazioni indebite. NB. Al termine del secondo conflitto mondiale in
Europa abbiamo diversi esempi di spostamenti forzati di popolazione, che
a loro volta rientrano nel quadro degli scambi di popolazione che hanno
interessato il continente per tutto il novecento. Quali sono le
differenze e quali le similitudini con l’esodo dell’Adriatico orientale?
Per esempio rispetto ai tedeschi della Polonia o dei Sudeti? SV. La differenza sostanziale è che non c’è uno
scambio di popolazioni, anche se l’Italia l’aveva proposto durante le
trattative di pace, né un esodo forzato. Nulla di paragonabile con gli
scambi di popolazione tra Polonia e Ucraina o con l’espulsione dei
tedeschi dall’Europa orientale, fenomeni accompagnati da massacri, campi
di concentramento e scontri armati. Le stesse organizzazioni dei
profughi hanno focalizzato le similitudini piuttosto sulla gestione
della sistemazione dei profughi. In particolare, ho trovato richiami
alla vicenda dei finlandesi emigrati dai territori annessi all’Urss dopo
il 1945, in parte a quella dei tedeschi espulsi dai paesi dell’est, ma
soprattutto a quella dei profughi greci dopo il 1923, quando i cristiani
ortodossi dell’Anatolia dovettero emigrare in Grecia mentre i musulmani
di Grecia dovettero trasferirsi in Turchia. In Grecia l’insediamento
dei profughi ebbe un impatto molto maggiore che in Italia, dato che i
profughi erano più di un milione su una popolazione totale di circa 4,5
milioni di abitanti. Il loro insediamento fu mirato, gestito da
organizzazioni ad hoc ed ebbe anche precise finalità politiche, in
questo caso opposte a quelle perseguite in Italia: i profughi greci
erano infatti generalmente schierati su posizioni liberali e di sinistra
e furono utilizzati per rafforzare il partito liberale di Venizelos. NB. L’antropologa Pamela Ballinger paragona gli
esuli istriani a quelli cubani, per l’ideologia, per l’uso politico dei
profughi a Miami… SV. Credo il paragone possa essere plausibile, anche se personalmente li vedo più simili ai pieds noirs,
i coloni francesi emigrati dopo l’indipendenza algerina. I dirigenti e
le organizzazioni degli ex coloni francesi usarono spesso argomentazioni
razziste nei confronti degli algerini, sottolineando la “missione
civilizzatrice” dei francesi nei confronti dei barbari indigeni,
argomentazioni simili a quelle usate dalle organizzazioni degli esuli
nei confronti degli “slavi”. Chiaramente questo paragone calza
relativamente all’atteggiamento delle organizzazioni e delle loro
dirigenze, non a quello della massa profuga.
***
Il viaggio continua. Possibili percorsi di approfondimento
Per questo speciale abbiamo camminato nelle terre attraversate dal
confine orientale d’Italia guardando al di là dell’Adriatico. Abbiamo
incontrato sette autori le cui ricerche ci hanno colpito per la capacità
di far luce su aspetti poco noti, o per l’originale sguardo
multidisciplinare e sovranazionale. Accanto ai loro saggi ne aggiungiamo
alcuni altri per chi voglia proseguire su questo cammino, valorizzando
anche lavori scritti da storici stranieri. Per ogni proposta spieghiamo
cosa ci ha indotto a selezionarla nella vasta letteratura scientifica
disponibile sul tema. Molto infatti si è scritto in Italia in proposito,
talora con risultati molto validi, ma spesso rimane da superare la
ritrosia a varcare letteralmente il confine e confrontarsi con l’altro.
Ecco perché ci sembra inevitabile, pur con tutti i limiti del caso evidenziati nelle interviste, partire da Relazioni italo-slovene 1880-1956. Il testo è stato
approvato all’unanimità il 27 giugno 2000 dalla commissione
storico-culturale italo-slovena, costituita nel 1993 sotto l’egida dei
ministeri degli esteri dei due paesi e formata da storici sia italiani
sia sloveni. Purtroppo, la relazione non ha avuto in Italia alcuna
diffusione ufficiale. Lo scritto è lungo 30 pagine ed è liberamente scaricabile in diversi formati.
Per una carrellata visiva sulle medesime vicende sipuò guardare Meja - guerre di confine,
documentario di Giuseppe Giannotti, prodotto da Rai Educational nel
2008, della durata di 58 minuti. Realizzato con il supporto scientifico
del Centro di ricerca e documentazione storica e sociale Leopoldo
Gasparini di Gradisca d’Isonzo (Go), è stato presentato in pubblico nel
2011 e infine trasmesso su Rai Storia nel 2016. Il video intervalla le
immagini dell’epoca e le interviste ai testimoni con l’intervento di
storici di diverse nazionalità, affrontando le vicende del confine
orientale dal 1918 alla firma del trattato di Maastricht. Qui è suddiviso in 4 puntate di 12-15 minuti.
Entrando in biblioteca proponiamo un percorso cronologico, a partire dalle tematiche analizzate in questo speciale.
Rolf Wörsdörfer, Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955
(il Mulino, 2009). Dalla costruzione dell’identità nazionale, al
nazionalismo come forma di rappresentanza politica, al fascismo,
all’occupazione nazista, alla lotta partigiana e alla nascita della
Jugoslavia socialista: la storia politica e sociale del confine
orientale vista da uno storico tedesco che conduce un’analisi
comparativa tra la storiografia italiana, tedesca e slovena.
Piero Purini, Metamorfosi etniche: i cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria (1914-1975)
(Kappa Vu, 2014). I bruschi sovvertimenti demografici sul confine
orientale cominciano con la grande guerra. Questo saggio segue
attraverso fonti italiane, tedesche, inglesi, slovene e croate tutti gli
spostamenti di popolazione nell’area dal 1914 fino alla firma del
trattato di Osimo nel 1975, pacificazione finale di un’area soggetta a
svariati traumi correlati ai diversi scenari politici internazionali.
Marta Verginella, Il confine degli altri: la questione giuliana e la memoria slovena
(Donzelli, 2008). Il libro di Verginella, professoressa ordinaria di
storia del diciannovesimo secolo all’università di Lubiana, racconta la
storia del litorale sloveno in maniera empatica e originale, conducendo
il pubblico italiano alla scoperta delle ragioni dell’altro.
Milica Kacin Wohinz, Alle origini del fascismo di confine: gli sloveni della Venezia Giulia sotto l’occupazione italiana 1918-1921
(Fondazione Sklad Dorce Sardoc, 2010). La storia della comunità slovena
della Venezia Giulia dall’annessione del territorio all’Italia fino
all’invasione della Jugoslavia: dalle promesse tradite da parte delle
nuove autorità italiane, alle violenze fasciste, alla snazionalizzazione
forzata, all’emigrazione, alla nascita del movimento antifascista
sloveno.
Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943)
(Bollati Boringhieri, 2003). Le politiche di occupazione italiane in
Europa durante la seconda guerra mondiale sono inquadrate come parte
integrante del progetto imperiale fascista. Con un occhio particolare
alle vicende della Grecia e dei Balcani, Rodogno rende esplicito il
progetto di sfruttamento economico alla base dell’espansionismo italiano
nell’Europa orientale, e descrive in modo preciso la logica tipicamente
coloniale con cui furono gestiti i rapporti con le popolazioni dei
territori occupati.
Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Yugoslavia (1941-1943)
(Laterza, 2013). L’invasione della Jugoslavia da parte delle forze
dell’Asse, l’esplodere della violenza su base “etnica” a opera di
ustascia e cetnici (sostenuti rispettivamente da tedeschi e italiani nel
quadro di una concorrenza tra alleati), il sorgere e lo sviluppo della
resistenza guidata dai comunisti, le rappresaglie e le politiche
repressive messe in atto dal regio esercito italiano. Attraverso
citazioni e documenti non si tralascia di ricostruire le motivazioni e
il vissuto delle parti in lotta.
Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943)
(Einaudi, 2004). Il saggio descrive le diverse forme di reclusione dei
civili a opera dell’Italia fascista nella seconda guerra mondiale e
tratta la storia e il funzionamento di ogni singolo campo di prigionia,
sia quelli posti sul territorio italiano sia quelli nei paesi occupati,
tra cui spicca per dimensioni e mortalità quello dell’isola di Arbe/Rab,
destinato ai familiari dei resistenti jugoslavi.
Alessandra Kersevan, Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943
(Nutrimenti, 2008). Una ricostruzione minuziosa e documentata del
sistema concentrazionario italiano allestito prima e durante l’invasione
nazifascista della Jugoslavia. L’opera descrive struttura e
funzionamento dei lager ubicati a Gonars, Arbe, Visco, Cairo Montenotte,
Renicci, Colfiorito, luoghi dove morirono di fame, stenti ed esecuzioni
sommarie migliaia di civili sloveni, croati, serbi, montenegrini.
Istituzioni oggi dimenticate, delle quali anche il paesaggio – come la
coscienza nazionale italiana – reca pochi segni.
Galliano Fogar, Dalle aggressioni fasciste alla occupazione nazista, in Dallo squadrismo fascista alle stragi della risiera (con il resoconto del processo). Trieste-Istria-Friuli 1919-1945
(Aned-Trieste, 1974). Nella “Venezia Giulia” la resistenza e la
conseguente repressione antipartigiana cominciarono già nell’autunno del
1941, dopo l’invasione della Jugoslavia. Lo stato fascista mise in moto
una macchina repressiva che, senza soluzione di continuità, dopo l’8
settembre 1943 fu inglobata nell’amministrazione militare nazista
dell’Ozak. Fogar analizza i vari aspetti del collaborazionismo giuliano:
amministrativo, militare, confindustriale.
Karl Stuhlpfarrer, Le zone d’operazione Prealpi e Litorale Adriatico, 1943-1945
(Libreria Adamo, 1979). La ricostruzione dettagliata della storia della
Zona d’operazioni Litorale Adriatico basata sull’analisi della
documentazione esistente in lingua tedesca.
Bogdan C. Novak, Trieste 1941-1954: la lotta politica, etnica e ideologica
(Mursia, 1973). Un libro non recentissimo (la prima edizione per la
University of Chicago è del 1970), scritto da uno storico sloveno poi
trasferitosi negli Stati Uniti. È stato uno dei primi studi ad
analizzare comparativamente la storia di Trieste basandosi su fonti
italiane, statunitensi e jugoslave, riuscendo in questo modo a inserire
la questione della Venezia Giulia in un contesto realmente
internazionale.
Nevenka Troha, Chi avrà Trieste? Sloveni e italiani tra due stati
(Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel
Friuli Venezia Giulia, 2009). La storia della questione di Trieste vista
dall’altra parte, cioè da quella jugoslava. Questo volume ha permesso
agli storici italiani di avere una visione degli avvenimenti non
italocentrica, ma con un focus privilegiato sulla situazione e le
aspettative degli abitanti del territorio di lingua slovena e sulle
azioni e i provvedimenti delle autorità jugoslave.
Glenda Sluga. The problem of Trieste and the italo-yugoslav border, difference, identity, and sovereignty in twentieth-century Europe
(SUNY Press, 2001). Analizzata da una prospettiva postcoloniale la
questione della sovranità sulla città di Trieste nel secondo dopoguerra
rivela l’inadeguatezza degli strumenti della “geopolitica” e la
strumentalità delle retoriche nazionali di fronte a una realtà
multiculturale e plurilinguistica.
Anna Di Gianantonio et alii, L’immaginario imprigionato.
Dinamiche sociali, nuovi scenari politici e costruzione della memoria
nel secondo dopoguerra monfalconese (Consorzio Culturale del
Monfalconese; Istituto Regionale per la Storia del Movimento di
Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, 2005). La vicenda dell’esodo dei
cantierini monfalconesi in Jugoslavia e del turbolento dopoguerra in uno
dei centri industriali più importanti dell’alto Adriatico, raccontata
attraverso le testimonianze dei testimoni diretti e dei protagonisti.
Jože Pirjevec, Foibe: una storia d’Italia (Einaudi, 2009).
Una ricerca che affronta il tema delle foibe inserendolo nella
narrazione della storia dei rapporti tra le diverse popolazioni
dell’alto Adriatico e nel contesto del secondo conflitto mondiale e
dell’immediato dopoguerra. Il testo svolge l’analisi sia dei documenti
d’archivio sia delle narrazioni che hanno sovraccaricato i corpi
rinvenuti nelle cavità carsiche di significati politici e identitari.
Costantino Di Sante, Nei campi di Tito. Soldati, deportati e prigionieri di guerra italiani in Jugoslavia (1941-1952)
(Ombre corte, 2007). Chi furono davvero gli infoibati? Nella maggior
parte dei casi si trattò di deportati e talvolta di prigionieri di
guerra. Quest’opera indaga in parte sul loro destino nei campi di
prigionia jugoslavi nel drammatico dopoguerra di un paese devastato, ma
soprattutto consente di esplorare la più vasta tematica dello scambio di
prigionieri tra Italia e Jugoslavia nell’ambito dell’escalation
politico-diplomatica avvenuta tra questi due paesi e di come essa abbia
influenzato anche il discorso sulle foibe.
Claudia Cernigoi, Operazione foibe tra storia e mito (Kappa
Vu, 2005). Elenchi di infoibati/deportati della Venezia Giulia
cominciarono a essere diffusi già durante la guerra, ritornando in auge
negli anni ottanta-novanta con numeri di vittime ancor maggiori. Con una
verifica accurata negli archivi, Claudia Cernigoi ha scoperto molti
dati inesatti (persone ancora vive, duplicazioni, morti per altre cause,
eccetera), in molti casi la collaborazione attiva con i nazisti degli
scomparsi da Trieste, e ha indagato sul passato spesso torbido dei
personaggi che pubblicarono queste liste. È significativo che alcuni
ambienti abbiano reagito con l’accusa di negazionismo: un’accusa
solitamente riferita alla negazione della shoah e per estensione a
realtà scientifiche incontrovertibili, che in questo caso è stata
strumentalmente rovesciata di significato e da allora è utilizzata
frequentemente per chiunque manifesti un approccio critico al tema delle
foibe.
Cristiana Colummi, Liliana Ferrari, Gianna Nassisi, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956
(Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel
Friuli-Venezia Giulia, 1980). A tutt’oggi il punto di partenza per ogni
ricerca sull’esodo istriano del secondo dopoguerra. Un’indagine sulla
situazione precedente alla partenza, sulle paure reali o indotte negli
istriani, sulla dinamica dell’esodo, sulle sue ragioni, sulla propaganda
sia jugoslava sia italiana. In questo studio sono trattate per la prima
volta con sistematicità la varie fasi dell’esodo, i problemi di
quantificazione dei profughi, le loro condizioni e il loro destino una
volta giunti in Italia. Recentemente l’Irsml ha digitalizzato il volume,
che è oggi liberamente consultabile su Google Books.
Sandi Volk, Esuli a Trieste: bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale
(Kappa Vu, 2004). Un libro che si focalizza soprattutto sulla
condizione degli esuli dopo la partenza e sull’uso che fu fatto di essi
da parte dei partiti di area governativa e da parte delle associazioni
dei profughi per modificare gli equilibri etnico-nazionali e politici
dei territori dove vennero insediati.
Gloria Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d’Istria 1930-1960
(LEG, 2015). Alla metà degli anni novanta Nemec ha condotto
un’importante opera di ricerca nell’ambito della storia orale
relativamente alla comunità di un piccolo paese istriano, Grisignana
d’Istria. La ricercatrice ha raccolto le testimonianze di coloro che se
ne andarono nel dopoguerra ma anche di alcuni rimasti. Il puntuale
confronto tra le memorie degli intervistati e una ricostruzione della
storia sociale e politica dell’Istria fa emergere le complesse realtà
celate dietro la scelta dell’esodo così come di quella di rimanere nel
proprio paese d’origine, nonché i processi di costruzione dell’identità
legati a tali scelte.
Pamela Ballinger, La memoria dell’esilio. Esodo e identità al confine dei Balcani (Il Veltro Editrice, 2010). Gli istriani, esuli e rimasti, sono stati per l’antropologa statunitense Pamela Ballinger il case study
perfetto per indagare l’intreccio tra identità, memoria e frontiera.
Nel saggio passa al setaccio ogni narrazione dell’esodo, sia essa
pubblica o privata, storiografica o letteraria, nazionale o
internazionale. Il risultato è una cartina di tornasole delle
rappresentazioni date nel tempo del confine orientale, dall’irredentismo
fino alla “vigilia” del Giorno del ricordo (il testo originale in
inglese è stato pubblicato nel 2003).
Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico
(Kappa Vu, 2014). La ricostruzione di come il tema “foibe” è stato ed è
trattato nel dibattito pubblico e sui mezzi d’informazione italiani,
analizzando le semplificazioni e le distorsioni dei fatti storici in una
chiave comparativa europea e rintracciando le radici e lo sviluppo
delle narrazioni contemporanee.
Il
Giorno del ricordo, il 10 febbraio, è stato istituito al fine di
“conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di
tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più…
Israele governo di estrema destra e opposizione 156 Israele opposizione civile e democratica 618 Sulla scia del colpo di stato giudiziario, le discussioni israeliane sul trasferimento all’estero non si fermano più ai gruppi di social media. In una lussureggiante valle dell’Italia nordoccidentale si stanno concretizzando idee di emigrazione collettiva – e iniziative simili stanno prendendo forma anche altrove Hilo Glazer 2 settembre 2023 1:19 IDT “Mentre il numero di ore di luce nella democrazia del loro paese continua a diminuire, sempre più israeliani arrivano nella valle montuosa alla ricerca di un nuovo inizio. Tra loro ci sono giovani con bambini nel marsupio, altri con bambini in età scolare, e ci sono persone con i capelli grigi come me. Un insegnante, un imprenditore tecnologico, uno psicologo, un toelettatore, un allenatore di basket. Alcuni dicono che stanno solo esplorando, ma si vergognano ancora di ammettere che stanno seriamente considerando l'opzione. Altri s...
Gaza Operazione 'Guardiano delle Mura' ARCHIVE.IS The Children in the Israel-Hamas War Who Were Killed - The New York T… They Were Only ChildrenBy Mona El-Naggar, Adam Rasgon and Mona BoshnaqMay 26, 2021 Just minutes after the war between Israel and Hamas broke out, a 5-year-old boy named Baraa al-Gharabli was killed in Jabaliya, Gaza. A 16-year-old, Mustafa Obaid, was killed in the same strike, on the evening of May.... Just minutes after the war between Israel and Hamas broke out, a 5-year-old boy named Baraa al-Gharabli was killed in Jabaliya, Gaza. A 16-year-old, Mustafa Obaid, was killed in the same strike, on the evening of May 10. Around the same time, four cousins — Yazan al-Masri, 2, Marwan al-Masri, 6, Rahaf al-Masri, 10, and Ibrahim al-Masri, 11 — were killed in Beit Hanoun, Gaza. “It was devastating,” said Mukhlis al-Masri, a cousin. “The pain for our family is indescribable.” They Were Only Children By Mona El-Naggar, Adam Rasgon and Mona Boshnaq May 26, 2021 Whe...
I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA - Limes 1. I CONFINI DELLA TERRA DI ISRAELE SPESSO richiamano l’attenzione in base all’uso geopolitico e storico che se ne fa. Gli stereotipi sui confini israeliani, generalmente, seguono due binari che definiscono lo spazio di Israele in maniera… limesonline.com Il testo sacro offre due diverse definizioni dello spazio israeliano, dalle dimensioni completamente diverse. L’origine e il senso teologico di queste versioni di Erets Yisra’el si offrono a vari usi geopolitici. Tra yerushah e achuzah . L’opinione del rabbino Rav Ovadya. di Pierpaolo Pinchas Punturello ARTICOLI , Israele , Palestina , religioni , Medio Oriente 1. I CONFINI DELLA TERRA DI ISRAELE SPESSO richiamano l’attenzione in base all’uso geopolitico e storico che se ne fa. Gli stereotipi sui confini israeliani, generalmente, seguono due binari che defi...
The Palestinian Authority is thwarting the activities of a real estate company after its owner publicly criticized Palestinian President Mahmoud Abbas. Seven weeks ago, the Palestinian Land Authority suspended the processing of a project for registering and parceling private land purchased by the Palestinian-Canadian Sabawi family. The family is the majority owner of a real estate company listed in the Palestinian stock exchange, but over 1,500 also holds stocks in the company. Through an unofficial channel, the company learned that the director of the Palestinian Land Authority was acting in accordance with direct orders from Abbas’ presidential bureau. A spokesperson for the bureau denies any connection with the actions of the Palestinian Land Authority an...
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