L o
scrittore David Grossman è il vincitore del Premio Israele per la
letteratura, riconoscimento conferito dal Paese alle personalità più
influenti e rappresentative della società israeliana. “Voce critica su
governo e occupazione militare, Grossman ha perso suo figlio, Uri,
ventenne, durante la guerra contro il Libano, nel 2006. Due giorni prima
- era il 10 agosto 2006 - aveva firmato con altri intellettuali, come
Amos Oz e A.B. Yehoshua, un appello al suo governo per il
cessate-il-fuoco
(Foto: AFP/SIR)È di pochi giorni fa la notizia dell’assegnazione a David Grossman
del prestigioso Premio Israele per la Letteratura che viene assegnato
dallo Stato alle personalità più influenti e rappresentative della
società israeliana. “Dall’inizio degli anni ’80, Grossman è stato al
centro della scena culturale israeliana. È una delle voci più profonde,
commoventi e influenti della nostra letteratura”, si legge nella
motivazione della commissione guidata dall’accademico Avner Holtzman.
Tra i romanzi più famosi dello scrittore, che si batte per la pace nel
suo Paese, “Qualcuno con cui correre”, “Che tu sia per me il coltello”,
“Il giardino d’infanzia di Riki”, “A un cerbiatto somiglia il mio
amore”, “Applausi a scena vuota”. Il Sir lo ha intervistato. Che significato ha per lei questo riconoscimento che riceverà
ufficialmente a Gerusalemme durante i festeggiamenti per i 70 anni
dell’indipendenza dello Stato di Israele?
È un premio molto importante in Israele e ne sono davvero felice.
Ritengo sia molto significativo per una persona con le mie idee, con
un’opinione critica del governo e dell’occupazione che ho ormai da molti
anni. Ricevere questo premio significa dare voce a questa posizione. E
alla luce del clima che oggi si respira in Israele, dove l’occupazione è
sempre più legittimata, ricevere questo premio è un segnale molto
incoraggiante. Nei suoi libri lei affronta la questione del conflitto
denunciando il clima di sospetto predominante tra israeliani e
palestinesi che li allontana dal dialogo. La guerra permea così
profondamente il rapporto tra le persone che pensare alla pace oggi è
quasi impossibile. Di cosa hanno bisogno il popolo israeliano e quello
palestinese per superare questa diffidenza reciproca?
È quasi inevitabile che due popoli in guerra tra loro, dove uno è
l’occupante dell’altro da tanti anni, siano entrambi preda di sentimenti
di ostilità e di sospetto reciproco e siano quindi governati dalla
violenza. La situazione è tale che israeliani e palestinesi siano non
solo vicendevolmente ostili ma anche terrorizzati gli uni dagli altri.
Naturalmente non si può paragonare la potenza militare israeliana a
quella palestinese, ma entrambi i popoli, per quanto differiscano in
dimensione e potenza militare, riescono ad inasprirsi la vita a vicenda
in modo detestabile e scellerato. Dopo tanti anni di ostilità tutti e
due sono segnati da preoccupazione e paura e tutti e due sono vittime di
esperienze traumatiche. Il popolo ebraico ha una storia tragica
alle spalle, e anche i palestinesi hanno vissuto un trauma con la
sconfitta della guerra del 1948 che costrinse molti di loro a fuggire
dalla Terra d’Israele. Molti furono cacciati. Questo è un
trauma che fa ormai parte del loro vissuto e della memoria collettiva di
quel popolo. Nella maggioranza dei casi le persone guidate dalla paura
non riescono a superare questa condizione, vedono il pericolo ovunque,
vedono trappole ovunque, credono che la loro vita sia sempre sul filo
del rasoio. È estremamente difficile rimuovere tutto questo dalla
coscienza collettiva di una società e infondere speranza, parlare di
nuove opportunità, di dare fiducia al nemico. Da questo punto di vista mi pare che la politica non abbia fatto molti passi verso la ripresa del dialogo…
Se i leader israeliani e palestinesi fossero persone intelligenti e
coraggiose forse assisteremmo all’inizio di un processo di pace. Ma ora
non c’è nessun processo di pace in corso; è un concetto vuoto. La
situazione è congelata e assistiamo ad atti di ostilità che non
accennano a finire. Se i leader di entrambe le parti fossero in grado di correre
dei rischi calcolati facendosi carico della situazione, e al contempo
infondere speranza – e non solamente paura e disperazione – al proprio
popolo, allora, e solo in quel caso, se saremo fortunati, e se le
potenze che sostengono la pace saranno più forti di quelle che la
vogliono distruggere, potremo iniziare a pensare a un cambiamento della situazione attuale che potrebbe condurre alla pace. Ma
potrebbero volerci molti anni. È una situazione estremamente complicata. Lei crede ancora nella soluzione “Due popoli, Due Stati” appoggiata dalla comunità internazionale?
Ne sono sempre stato un sostenitore. Qualsiasi altra soluzione è
difficile da immaginare, in termini realistici. Si parla molto di un
solo Stato bi-nazionale – israeliano e palestinese – . È un’idea molto
nobile, e mi creda,
il mio desiderio è che tutti i popoli possano vivere senza confini
e che tutta l’umanità possa ritrovarsi unita. Ma se guardiamo questi
due popoli, la loro carica di odio, è difficile credere che dopo 120
anni di odio e di violenza saranno in grado di interagire in maniera
efficiente e proficua all’interno di uno stesso Stato. Questi
due popoli non sono neanche in grado di comportarsi come bravi cugini,
come possiamo pensare che possano improvvisamente diventare gemelli
siamesi? È impossibile. Una soluzione di questo genere richiede
società estremamente mature dal punto di vista politico e temo che
società come la nostra, come quella palestinese, plasmate nell’odio per
tanti anni, siano incapaci di agire in termini politicamente maturi. Come uscire fuori da questa situazione di stallo?
La prima cosa da fare è una separazione che dia allo Stato d’Israele
tutte le garanzie possibili in termini di sicurezza per il futuro, e al
popolo palestinese uno Stato sovrano. Il conflitto tra i due popoli non
deve continuare, la guerra non farebbe altro che prolungare all’infinito
il sospetto e i pregiudizi. Vorrei che fossero separati da un confine normale, un confine
come quello che esiste tra buoni vicini, con molte vie di passaggio che
permettano gli scambi commerciali, culturali, di idee, di persone.
Questo potrebbe essere l’inizio. In seguito, passo dopo passo, potremo sviluppare insieme altri
progetti, per esempio un parcheggio cogestito da israeliani e
palestinesi, partite di calcio tra Israele e Palestina, orchestre come
quella del direttore Daniel Baremboim, università coordinate dalle due
parti dove studenti israeliani e palestinesi possano studiare insieme le
origini del conflitto. E così tante altre iniziative nella vita di
tutti i giorni, segni di normalità. Forse dopo tanti anni questi segni
potranno svilupparsi in rapporti di buon vicinato. Quella che sta tracciando è una visione profetica del futuro, un futuro migliore per i due popoli…
Se non siamo in grado di immaginare nulla significa che siamo vittime di
questa situazione, che la situazione ha preso il sopravvento e che non
siamo più in grado di agire in maniera libera. Cosa pensa della decisione presidente Trump di spostare
l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendo di fatto la
Città Santa come capitale di Israele?
Innanzitutto ci tengo a precisare una cosa:
Gerusalemme è la capitale di Israele, lo è stata per 3000 anni.
Nell’intero arco della loro diaspora gli ebrei hanno sempre pregato
in direzione di Gerusalemme. Gerusalemme è sempre stata il fulcro della
spiritualità del popolo ebraico. In Polonia mio nonno pregava tre volte
al giorno in direzione di Gerusalemme.
Ma Gerusalemme è anche parte del conflitto.
Si tratta di una delle questioni più importanti che israeliani e palestinesi devono ancora discutere. Nessuna dichiarazione del presidente americano potrà mai cambiare la situazione.
Trump può decidere ciò che vuole, può dire domani che tutti gli
insediamenti debbono restare lì dove sono o che i palestinesi hanno il
diritto al ritorno. Questo non cambierà la situazione. La situazione
sarà decisa dopo molte discussioni e dolorose concessioni tra le parti
al tavolo dei negoziati. La guerra in Siria, in Iraq e Yemen, la crisi in Libia hanno
marginalizzato il conflitto israelo-palestinese. Porre fine a questo
conflitto può fermare anche gli altri in corso nell’area?
Non credo. Concordo però con la sua analisi: queste guerre hanno
marginalizzato il nostro conflitto. Tuttavia è bene notare che quanto
sta avvenendo in Siria, in Iraq, in Yemen e anche in Libano, è
fortemente legato alla guerra interna tra sciiti e sunniti. È un
conflitto di grandissima portata scoppiato molti secoli prima della
nascita dello Stato d’Israele e naturalmente prima della Guerra dei Sei
Giorni e dell’occupazione militare. Risolvere il conflitto
israelo-palestinese non credo risolverà quello ben più ampio interno
all’Islam. Ritiene Israele uno Stato di apartheid?
Israele non è uno Stato di apartheid.
In Israele cittadini ebrei e cittadini israeliani palestinesi godono
degli stessi diritti, non posso dire che l’attuazione di questi principi
sia perfetta, ma Israele è una democrazia e chiunque ha la facoltà di
criticare il Governo. Ci sono cittadini arabi israeliani che esprimono
liberamente, anche con toni molto accesi, il loro antagonismo contro il
governo israeliano, arabi e ebrei israeliani hanno la facoltà di
sposarsi tra loro. Ma nei Territori Occupati la situazione è molto
diversa: lì la situazione è in molti modi paragonabile a una situazione
di apartheid. C’è una separazione di ruoli nel sistema giuridico con una
chiara preferenza verso i coloni a danno dei palestinesi. Uno dei
motivi fondamentali per i quali occorre fermare l’occupazione è quello
di porre fine a questa realtà che potremmo definire ingiusta, quasi
criminale. A suo avviso, una certa politica israeliana che favorisce
l’occupazione militare, l’estensione delle colonie, può fomentare
l’antisemitismo?
Lei mi chiede se l’occupazione fomenta l’antisemitismo? Mi creda, sono
un forte oppositore dell’occupazione, ma con altrettanta convinzione le
dico che
non ci sono mai motivi reali alla base dell’antisemitismo,
e dell’antisemitismo diretto contro Israele. Occorre sempre
fare molta attenzione a separare la legittima critica nei confronti di
Israele e del suo governo e l’antisemitismo. L’antisemitismo
non è altro che una manifestazione di odio verso Israele qualsiasi cosa
faccia, e che ignora del tutto la complessità della situazione sul
campo. Credo che non dovremmo prestare il fianco alla tentazione di
alcune persone o religioni di diffondere sentimenti di antisemitismo. Nell’Ue si respira un crescente clima di intolleranza, di
xenofobia e di antisemitismo. La Polonia ha approvato una controversa
legge che vieta di parlare di “campi di concentramento polacchi” e il
suo premier, Morawiecki, ha sostenuto che durante la Shoah “ci furono
colpevoli polacchi, così come ci furono colpevoli ebrei”…
Sono rimasto scioccato dalle ultime dichiarazioni del primo ministro
polacco che ha paragonato i collaborazionisti polacchi con i
collaborazionisti ebrei. È’ una visione della realtà terribilmente
distorta. È vero, ci sono stati ebrei che hanno collaborato con i
nazisti, ma lo hanno fatto perché erano costretti, minacciati a costo
della loro stessa vita, della vita dei loro figli, la sopravvivenza
delle loro stesse famiglie. Come si può paragonare tutto questo ai tanti
polacchi che hanno collaborato con i nazisti di propria iniziativa,
spesso in maniera entusiasta. Stiamo assistendo alla diffusa volontà di eliminare la memoria
della Shoah nel mondo perché è dolorosa, perché mette molti Paesi nella
condizione di dover affrontare le proprie colpe.
(Foto: AFP/SIR)
Il Premier israeliano Netanyahu è stato accusato di corruzione. Questo potrebbe provocare cambiamenti politici nel Paese?
Dobbiamo aspettare i risultati dell’inchiesta. La polizia ha
raccomandato la sua incriminazione e assistiamo a nuovi sviluppi e nuove
accuse ogni giorno. In Israele, così come in altri Paesi, vige la
presunzione di innocenza. Il primo ministro ha un fortissimo ascendente sulla società israeliana, è un esperto nel manipolare l’opinione pubblica:
sa come gestire la paura che attanaglia la società israeliana, è un
affabulatore e riesce a mischiare il pericolo reale che Israele si trova
a dover affrontare ogni giorno con il retaggio di traumi passati. E noi
israeliani che viviamo in una società fortemente traumatizzata, siamo
totalmente impotenti davanti a queste strumentalizzazioni. Per misurare
il talento del Primo ministro è sufficiente vedere cosa ha fatto finora:
qui in Israele ci troviamo bloccati in un conflitto senza vie d’uscita e
senza speranza da moltissimi anni. Netanyahu è in carica da 12 anni, più del leggendario, quasi
mitologico David Ben Gurion, primo ministro dello Stato d’Israele, alla
guida del Paese per 11 anni. Ma se paragoniamo i successi ottenuti dai
due leader vedremo che Netanyahu non ha fatto nulla su questo fronte, ci
ha lasciati in una situazione di stallo. Alcuni politici di destra mi ripetono spesso che non c’è soluzione a
questo conflitto. Io dico loro che la situazione è estremamente
complessa, ma se non facciamo nulla ora non potremo risolverla neanche
in futuro. Ciò che faremo oggi determinerà la risoluzione del conflitto tra 10, forse 20 anni.
Tutto quello che Netanyahu fa dimostra che non ha alcuna fiducia né
intenzione di raggiungere la pace con i nostri vicini. Trascina la
situazione senza fare nulla per alterarla. Oggi si è aperta una rara finestra di opportunità
perché molti Paesi arabi – l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita e
gli Emirati Arabi – sono terrorizzati dalla crescita del potere sciita
nella regione, in Iran, in Libano, e hanno bisogno di avere Israele come
loro alleato. Si rendono conto che Israele può essere un alleato forte
ed affidabile, e ora sono disponibili a fare concessioni, anche a
impegnarsi per portare i palestinesi al tavolo dei negoziati. Ma finora
non si registra alcun progresso, né da parte israeliana né da parte
palestinese. Secondo lei qual è il ruolo dei cristiani all’interno della società israeliana e, più in generale, nel Medio Oriente?
La presenza cristiana qui può avere un ruolo molto importante, agendo come mediatore tra musulmani ed ebrei.
Abbiamo fortemente bisogno di questa mediazione. Il cristianesimo è
nato qui. Le minoranze cristiane presenti in Israele, in Palestina e in
molti Paesi arabi testimoniano la grande importanza e il ruolo
significativo delle loro comunità in questa area. Spero che le comunità
cristiane in Italia e in altri Paesi siano attive in ambito spirituale
ed educativo del conflitto facendosi, per esempio, promotrici di
incontri di dialogo e conoscenza reciproca tra israeliani e palestinesi.
Si demonizzano reciprocamente influenzati dai loro pregiudizi e
stereotipi ma in realtà non si conoscono. Ma se ci fossero incontri tra
filosofi, medici, avvocati, giornalisti di entrambe le parti, un dialogo
aperto, senza barriere, in un posto neutrale, credo che sarebbe di
grande aiuto per tutti noi. Lei è autore di molti libri per ragazzi e per bambini.
Nonostante il conflitto, le nuove generazioni sono ancora il futuro del
popolo israeliano e palestinese?
Non si può crescere all’interno di un conflitto senza esserne
influenzati. I giovani sono pesantemente condizionati da questa realtà
sia in Israele che in Palestina, crescono in un clima di paura, di
violenza. Molti di loro non vogliono continuare a vivere qui così se
hanno la possibilità vanno via. È doloroso vedere i nostri giovani,
israeliani e palestinesi, subire l’impatto di questa situazione. La cultura, la letteratura, i libri possono favorire la soluzione pacifica del conflitto?
C’è qualcosa di speciale nella letteratura: essa si occupa sempre
dell’individuo, lo pone al centro. Mentre in una situazione di guerra,
l’essere umano della fazione nemica non esiste, non ha un volto: in
guerra si cerca sempre di de-umanizzare l’altro.
La letteratura conferisce un ruolo fondamentale
alla persona umana, a ogni persona, mostrando le infinite sfaccettature
dell’individuo, e le infinite opzioni di ogni situazione che ci troviamo
ad affrontare, mille strade che si dipanano a ogni svolta, a ogni
bivio, non solo la strada della disperazione, della difficoltà,
dell’apatia…
C’è qualcosa di molto intraprendente, innovativo, di creativo nello
scrivere che va nella direzione contraria alla disperazione, al lutto,
al fatalismo. La letteratura inoltre valorizza le sfumature:
quando si è in mezzo a una guerra si tende ad aderire a dei cliché, a
degli stereotipi. Ma quando si scrive la ricerca si addentra nelle
complessità delle relazioni, nelle sfaccettature di ogni situazione, di
ogni realtà dei rapporti umani.
La letteratura è uno strumento meraviglioso per recuperare il lato umano di cui il conflitto ci ha privati.
Israele governo di estrema destra e opposizione 156 Israele opposizione civile e democratica 618 Sulla scia del colpo di stato giudiziario, le discussioni israeliane sul trasferimento all’estero non si fermano più ai gruppi di social media. In una lussureggiante valle dell’Italia nordoccidentale si stanno concretizzando idee di emigrazione collettiva – e iniziative simili stanno prendendo forma anche altrove Hilo Glazer 2 settembre 2023 1:19 IDT “Mentre il numero di ore di luce nella democrazia del loro paese continua a diminuire, sempre più israeliani arrivano nella valle montuosa alla ricerca di un nuovo inizio. Tra loro ci sono giovani con bambini nel marsupio, altri con bambini in età scolare, e ci sono persone con i capelli grigi come me. Un insegnante, un imprenditore tecnologico, uno psicologo, un toelettatore, un allenatore di basket. Alcuni dicono che stanno solo esplorando, ma si vergognano ancora di ammettere che stanno seriamente considerando l'opzione. Altri s...
Gaza Operazione 'Guardiano delle Mura' ARCHIVE.IS The Children in the Israel-Hamas War Who Were Killed - The New York T… They Were Only ChildrenBy Mona El-Naggar, Adam Rasgon and Mona BoshnaqMay 26, 2021 Just minutes after the war between Israel and Hamas broke out, a 5-year-old boy named Baraa al-Gharabli was killed in Jabaliya, Gaza. A 16-year-old, Mustafa Obaid, was killed in the same strike, on the evening of May.... Just minutes after the war between Israel and Hamas broke out, a 5-year-old boy named Baraa al-Gharabli was killed in Jabaliya, Gaza. A 16-year-old, Mustafa Obaid, was killed in the same strike, on the evening of May 10. Around the same time, four cousins — Yazan al-Masri, 2, Marwan al-Masri, 6, Rahaf al-Masri, 10, and Ibrahim al-Masri, 11 — were killed in Beit Hanoun, Gaza. “It was devastating,” said Mukhlis al-Masri, a cousin. “The pain for our family is indescribable.” They Were Only Children By Mona El-Naggar, Adam Rasgon and Mona Boshnaq May 26, 2021 Whe...
I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA - Limes 1. I CONFINI DELLA TERRA DI ISRAELE SPESSO richiamano l’attenzione in base all’uso geopolitico e storico che se ne fa. Gli stereotipi sui confini israeliani, generalmente, seguono due binari che definiscono lo spazio di Israele in maniera… limesonline.com Il testo sacro offre due diverse definizioni dello spazio israeliano, dalle dimensioni completamente diverse. L’origine e il senso teologico di queste versioni di Erets Yisra’el si offrono a vari usi geopolitici. Tra yerushah e achuzah . L’opinione del rabbino Rav Ovadya. di Pierpaolo Pinchas Punturello ARTICOLI , Israele , Palestina , religioni , Medio Oriente 1. I CONFINI DELLA TERRA DI ISRAELE SPESSO richiamano l’attenzione in base all’uso geopolitico e storico che se ne fa. Gli stereotipi sui confini israeliani, generalmente, seguono due binari che defi...
Israele e identità ebraica laica e religiosa articolo completo qui Traduzione sintesi I sraele può essere lo stato meglio difeso al mondo, ma l'esistenza del suo popolo si basa su un ethos di paura costante Nel suo famoso manuale per i governanti, dedicato a Lorenzo di Medici, Niccolò Machiavelli consigliò al suo principe di imparare come suscitare amore e paura nei suoi sudditi. Essere amati e temuti allo stesso tempo era il modo migliore per esercitare il potere, ma se si deve scegliere meglio essere temuti. La paura (instillata negli altri) è senza dubbio l'emozione più apprezzata dai tiranni che la usano per costruire i loro regimi. Nella sua breve storia Israele è stato coinvolto in circa 10 conflitti o guerre militari e in innumerevoli operazioni che hanno incluso bombardamenti, attacchi aerei e incursioni nel territorio. Sebbene Israele non sia l'unico paese ad essere coinvolto in conflitti prolungati , è tra i pochi stati che hanno intrapreso un conflitto ar...
Commenti
Posta un commento