Perché l’occupazione non è casuale: il nuovo libro di Ilan Pappe…
Ne
"La più grande prigione al mondo", lo storico israeliano ricostruisce i
piani dietro l'occupazione militare della Cisgiordania, nulla di
improvvisato o frutto di una…
nena-news.it
“La più grande prigione al mondo”, lo storico israeliano
ricostruisce i piani dietro l’occupazione militare della Cisgiordania,
nulla di improvvisato o frutto di una colonizzazione civile
messianico-religiosa, ma un progetto che ha le sue radici
nell’establishment politico
di Rod Such – The Electronic Intifada
Roma, 14 novembre 2017, Nena News – Secondo “La più grande prigione al mondo”, il nuovo libro dello storico israeliano Ilan Pappe, fin dal 1963 – quattro anni prima della guerra del 1967 – il governo israeliano stava progettando l’occupazione militare ed amministrativa della Cisgiordania.
Roma, 14 novembre 2017, Nena News – Secondo “La più grande prigione al mondo”, il nuovo libro dello storico israeliano Ilan Pappe, fin dal 1963 – quattro anni prima della guerra del 1967 – il governo israeliano stava progettando l’occupazione militare ed amministrativa della Cisgiordania.
La pianificazione dell’operazione –
nome in codice “Granit” (granito) – ebbe luogo durante un mese nel
campus dell’università Ebraica nel quartiere di Givat Ram a Gerusalemme
ovest. Gli amministratori militari israeliani responsabili del controllo
dei palestinesi si riunirono con funzionari legali dell’esercito,
figure del ministero dell’Interno e avvocati privati israeliani per
stilare le norme giuridiche ed amministrative necessarie per governare
sul milione di palestinesi che all’epoca vivevano in Cisgiordania.
Questi piani facevano parte di una
strategia più complessiva per mettere la Cisgiordania sotto occupazione
militare. Questa strategia era denominata in codice “Piano Shacham”, dal
nome del colonnello israeliano Mishael Shacham che ne era l’autore, e
venne ufficialmente presentata dal capo di stato maggiore dell’esercito
israeliano il 1 maggio 1963.
Pappe ha sostenuto a lungo che la
guerra del 1967 e l’occupazione che ne seguì non furono “l’impero
casuale” descritto dai sionisti progressisti. Pappe ritiene che un
“Grande Israele” fosse stato prospettato fin dal 1948, e la sua
pianificazione sia avvenuta fin dalla guerra di Suez del 1956.
La novità contenuta in “La più grande
prigione al mondo” è il resoconto dettagliato da parte di Pappe
esattamente di quello che i pianificatori israeliani avevano stabilito
nel 1963: ossia “la più grande mega-prigione per un milione e mezzo di
persone – un numero che sarebbe cresciuto fino a quattro milioni – che
sono ancor oggi, in un modo o nell’altro, incarcerati all’interno dei
muri reali o virtuali di questa prigione.”
Sistema di controllo
La descrizione da parte di Pappe
degli incontri di Givat Ram ricorda il modo in cui aprì il suo libro più
venduto, “La pulizia etnica della Palestina”, con la sua descrizione
della “Casa Rossa” a Tel Aviv in cui il “Piano Dalet” (il Piano D) – per
espellere quasi un milione di palestinesi – fu ordito 15 anni prima.
E in un certo senso “La più grande
prigione al mondo” completa una trilogia, che comprende anche “I
palestinesi dimenticati: una storia dei palestinesi in Israele”, che
include la storia del popolo palestinese sotto il sionismo dal 1948 ad
oggi.
Pappe afferma che il governo
israeliano comprese nel 1963 che non sarebbe stato in grado di condurre
un’espulsione di massa delle dimensioni della Nakba, espulsione forzata
dei palestinesi nel 1948, a causa del controllo internazionale. Ciò
spiega perché cominciò a disegnare un sistema di controllo e di
divisione che avrebbe garantito una colonizzazione di successo in
Cisgiordania, avrebbe privato i palestinesi dei diritti umani
fondamentali, non concedendo loro la cittadinanza, e avrebbe garantito
che la loro condizione di non cittadini nel loro stesso Paese non
sarebbe mai stata negoziabile.
Benché la guerra del 1967 abbia
determinato l’espulsione di altri 180.000 palestinesi (secondo le
Nazioni Unite) e forse addirittura 300.000 (secondo il libro di Robert
Bowker “Palestinian refugees:Mythology, Identity, and the Search for
Peace [Rifugiati palestinesi: mitologia, identità e la ricerca
della pace]), secondo Pappe gli incontri di Givat Ram e quelli che
seguirono prospettarono una specie di amministrazione carceraria per i
palestinesi rimasti.
Già il 15 giugno, tre giorni dopo la
fine della guerra, una commissione di direttori generali, compresi tutti
i ministri del governo responsabili dei territori appena occupati,
iniziò ad edificare quella che Pappe chiama una “infrastruttura per
l’incarcerazione” dei palestinesi. Tutta questa pianificazione, egli
scrive, ora si può trovare in due volumi di resoconti resi pubblici, per
un totale di migliaia di pagine, derivanti dai verbali degli incontri
del comitato.
Quasi subito dopo la conclusione
della guerra, Israele iniziò a mettere in atto un piano ideato da Yigal
Alon – membro del parlamento israeliano, la Knesset. Il piano era di
creare dei “cunei” de-arabizzati, serie di colonie solo di ebrei in
Cisgiordania “che avrebbero separato palestinesi da palestinesi ed
essenzialmente annesso parti della Cisgiordania ad Israele.”
Questi cunei, inizialmente nella
valle del Giordano e sulle montagne orientali, sarebbero stati più tardi
perfezionati da Ariel Sharon, ministro dell’Edilizia di Israele e più
tardi primo ministro. Alla fine avrebbero assunto le caratteristiche
concrete di una prigione, nella forma di posti di blocco, di un muro
dell’apartheid e di altre barriere fisiche.
Pappe contesta la tesi secondo cui le
colonie israeliane, illegali secondo il diritto internazionale, siano
state il risultato di un movimento messianico nazional –religioso, un
argomento sostenuto in modo più articolato da Idith Zertal e Akiva Eldar
nel loro libro “Lords of the Land: The War Over Israel’s Settlements in
the Occupied Territories, 1967-2007.” [“Signori della terra: la guerra
sulle colonie israeliane nei territori occupati, 1967-2007]. Al
contrario fornisce prove che dimostrano il fatto che i governi sionisti
laici, compreso quello di Golda Meir, del partito Laburista,
corteggiarono questo movimento e lo utilizzarono per promuovere
l’espansione coloniale da parte di Israele.
Percepibile
Non ci volle molto, comunque, prima
che lo schema del governo provocasse una resistenza di massa, iniziata
con la Prima Intifada del 1987-1993. Gli accordi di Oslo cercarono di
affrontare questa resistenza. Pappe mostra che gli accordi di Oslo non
ebbero mai l’obbiettivo di arrivare ad uno Stato palestinese e che
definirono semplicemente la creazione di piccoli cantoni simili ai
bantustan dell’apartheid sudafricano, con benefici aggiuntivi per il
fatto che i costi e le responsabilità dell’occupazione vennero in larga
misura trasferiti a importanti donatori ed organizzazioni internazionali
– soprattutto l’Unione Europea – ed all’Autorità Nazionale Palestinese
appena creata.
E’ qui che la metafora della prigione
di Pappe diventa più percepibile. Finché l’ANP darà seguito alle
proprie responsabilità riguardo alla sicurezza, la resistenza
palestinese verrà messa a tacere, i palestinesi potranno vivere in una
prigione di minima sicurezza “senza diritti civili ed umani
fondamentali”, ma con l’illusione di una limitata autonomia. Appena la
resistenza si manifesta, tuttavia, Israele impone i controlli di una
prigione di massima sicurezza.
Quindi negli anni seguenti la
Cisgiordania è diventata la prigione di minima sicurezza e Gaza- con
Hamas alla guida della resistenza – è diventata quella di massima
sicurezza. I palestinesi, scrive Pappe, “potrebbero essere sia i
detenuti della prigione aperta della Cisgiordania o incarcerati in
quella di massima sicurezza della Striscia di Gaza.” Tutto quello che è
avvenuto dopo la guerra del 1967, nota Pappe, segue la “logica del
colonialismo di insediamento” e quella logica prevede la possibile
eliminazione dei palestinesi autoctoni. Tuttavia questo risultato non è
inevitabile. Un’alternativa è possibile, afferma Pappe, se Israele
smantella le colonie e apre la strada “alla logica dei diritti umani e
civili.”
Rod Such è un ex curatore delle
enciclopedie “World Boook” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra
digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon,
ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)

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