Patrick Cockburn :La migliore nuova politica di Trump in Medio Oriente
La migliore nuova politica di Trump in Medio Oriente
Di Patrick Cockburn
4 novembre 2017
La posizione del presidente Trump riguardo al conflitto in Medio Oriente è un misto di minacce bellicose di demonizzazione degli avversari, unito a un’azione alquanto più cauta e attentamente calcolata o a un’inazione sul terreno. I leader a Baghdad, a Damasco, a Riyadh e a Teheran, devono affrontare lo stesso problema dei leader di Tokyo e di Londra, che sono incerti riguardo a dove finisce la retorica a di dove comincia la realtà, e insicuri se lo steso Trump distingua bene tra le due ipotesi.
Il dibattito su Trump in Medio Oriente non differisce da quello nel resto del mondo
In un senso importante: la necessità di una risposta in questo caso è più urgente a causa della maggiore probabilità di una crisi che Trump potrebbe provocare o esacerbare.
Quando è stato eletto, l’urgenza sembrava grande, ma non c’è stata nessuna nuova importante crisi per metterlo alla prova. Anche con tutte le sue denunce nei riguardi del Presidente Obama per la sua presunta debole difesa degli interessi americani, la strategia degli Stati Uniti in Iraq e in Siria è rimasta proprio la stessa. La priorità ha continuato a essere la distruzione del califfato e l’eliminazione dell’Isis.
La continuità c’è perché la strategia è riuscita e perché ai combattenti dell’Isis che sopravvivono si sta dando la caccia nei deserti dell’Iraq occidentale e della Siria orientale. Però, la vittoria sull’Isis porta con sé la prospettiva di un nuovo insieme di priorità in Medio Oriente con un approccio più aggressivo verso l’Iran, che è in cima alla lista.
Nel suo piagnisteo contro l’Iran del 13 ottobre, Trump ha giustificato il suo rifiuto di convalidare l’accordo nucleare iraniano con bocconi di propaganda, la storia unilaterale e una sfilza di bugie. Ha proposto un nuova politica americana verso l’Iran, basata su una perspicace valutazione della dittatura iraniana, del suo sostegno al terrorismo, sull’ aggressione continua in Medio Oriente e in tutto il mondo”. Il discorso assomigliava alla raffica di apertura di una nuova campagna contro l’Iran, da combattersi su molteplici fronti.
Qualche genere di collisione tra Stati Uniti e Iran sembra possibile o anche verosimile, una battaglia che probabilmente sarà portata a termine da proxies* e che non sarà combattuta fino alla fine. Il motivo è che l’approccio di Trump al mondo esterno è una miscela di nazionalismo e di isolazionismo americano. Il primo provoca minacce bellicose e il secondo il desiderio di evitare di restare invischiato in qualsiasi nuova guerra in Medio Oriente.
Questa potrebbe essere una brutta notizia per gli Stati Uniti perché, se non possono usare la loro massiccia superiorità militare, si impantanerà in una specie di lotta in parte militare, in parte politica, in cui gli Iraniani sono maestri. “Hanno un dottorato in questo genere di conflitti,” mi ha detto un amico che ha una lunga esperienza di rapporti con loro.”
Forse non si arriverà a questo: tale è l’intensità della lotta politica, che negli Stati Uniti che nuove avventure di politica estera non sembrano molto fattibili. Però, qualsiasi leader di buon senso in Medio Oriente, prima guarda allo scenario peggiore. Le guerre in Siria e in Iraq o stanno arrivando alla fine oppure la loro fase attuale sta finendo; in entrambi i casi la situazione è fragile. La gente a Baghdad è diffidente delle buone notizie dopo 40 anni di guerre e di emergenze e non sarebbe troppo sorpresa se le cose andassero di nuovo male.
Sarebbe un peccato se accadesse questo, perché proprio per una volta i professionisti del pessimismo in Iraq non fanno le cose a modo loro. Il governo centrale è di gran lunga più forte di quanto lo era tre anni fa, quando l’Isis stava infuriando in tutto il paese. Il suo esercito, con il grande aiuto della forza aerea americana, ha sconfitto l’Isis con l’assedio a Mosul, durato nove mesi. Il Primo Ministro Haider al-Abadi ha affrontato la leadership curda e ha ottenuto un successo quasi senza spargimento di sangue, riguadagnando Kirkuk.
C’è il dubbio se gli Stati Uniti o l’Iran ne verranno fuori vittoriosi in qualsiasi nuovo scontro, ma gli Iracheni certamente ne usciranno perdenti.
La migliore politica per gli Stati Uniti in Iraq, in Siria e altrove, è di non fare nulla di molto nuovo. Questo potrebbe, però essere difficile per Trump. Non è soltanto lui che ha idee ostinatamente sbagliate sul Medio Oriente. Di recente c’è stato un aumento più forte del solito di commenti apocalittici sul modo in cui l’Iran sta ottenendo una vittoria dopo l’altra sugli Stati Uniti nella regione.
I gruppi di esperti a Washington, i generali in pensione e i giornalisti avvertono che l’Iran sta aprendo “un corridoio terrestre” verso il Mediterraneo, come se gli Iraniani viaggiassero soltanto in carrozza e non potessero diffondere la loro influenza con nessun altro mezzo.
Potrebbe darsi che le minacce di Trump siano davvero serie, nel qual caso gli Iraniani reagiranno, come è comprensibile. Anche se, però, sono in gran parte retorici, potrebbero innescare una reazione esagerata dell’Iran.
“Gli Iraniani hanno l’impressione che altri vogliano far cadere il loro regime,” mi ha detto un politico iracheno. “Gli Iraniani sono molto intelligenti. Non mandano i loro eserciti all’estero. Una volta che si fa, si è perduti. Combattono con i proxy su molti fronti fuori dai loro confini, ma questo destabilizza tutti gli altri.” Ancora una volta, l’Iraq si troverebbe in prima linea.
Stranamente, l’Iran deve molta della sua estesa influenza non alle sue macchinazioni, ma agli Stati Uniti stessi. E’ stato il beneficiario collaterale del cambiamento di regime guidato dagli Stati Uniti in due dei paesi confinanti: l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, entrambi i quali erano stati visceralmente anti-iraniani.
L’assoluta ignoranza di Trump e della sua amministrazione, riguardo al Medio Oriente, è pericolosa. E’ usuale, particolarmente dei circoli liberali, considerare i Medio Orientali-vittime passive degli interventi stranieri. Questo è in gran parte vero, ma maschera il fatto che in ogni momento ci sono vari governi e movimenti di opposizione che cercano di indurre gli Stati Uniti a fare una guerra con i loro nemici, demonizzandoli come minaccia per il mondo.
Negli anni ’90, l’opposizione irachena ha passato molto tempo cercando di manipolare gli Stati Uniti perché andassero in guerra per rovesciare Saddam Hussein, e, grazie all’11 settembre, ha realizzato il suo desiderio nel 2003. L’opposizione siriana, appoggiata dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia, ha sperato di fare la stessa cosa in Siria nel 2011-2013 e sono stati molto frustrati che Obama non gli abbia dato retta.
Trump può parlare di affrontare l’Iran, ma non c’è alcun segnale che abbia un piano coerente per farlo. Gran parte di ciò che sta accadendo nella regione è al di là del suo controllo e l’influenza degli Stati Uniti sta calando, ma per ragioni che non hanno nulla a che vedere con lui. Gli Stati Uniti non si sono mai del tutto ripresi dal fatto di non aver raggiunto i loro scopi in Iraq dopo l’invasione. Anche il ritorno della Russia nella regione come grande potenza, ha limitato l’influenza degli Stati Uniti. Il pubblico americano non vuole un’altra guerra in Medio Oriente.
Obama aveva accettato queste limitazioni e Trump probabilmente dovrà fare lo stesso, ma la sua totale imprevedibilità sta già facendo sentire la regione un posto più pericoloso, anche quando Trump non fa nulla.
*https://lospiegone.com/2016/12/03/che-cose-e-una-proxy-war/
Di Patrick Cockburn
4 novembre 2017
La posizione del presidente Trump riguardo al conflitto in Medio Oriente è un misto di minacce bellicose di demonizzazione degli avversari, unito a un’azione alquanto più cauta e attentamente calcolata o a un’inazione sul terreno. I leader a Baghdad, a Damasco, a Riyadh e a Teheran, devono affrontare lo stesso problema dei leader di Tokyo e di Londra, che sono incerti riguardo a dove finisce la retorica a di dove comincia la realtà, e insicuri se lo steso Trump distingua bene tra le due ipotesi.
Il dibattito su Trump in Medio Oriente non differisce da quello nel resto del mondo
In un senso importante: la necessità di una risposta in questo caso è più urgente a causa della maggiore probabilità di una crisi che Trump potrebbe provocare o esacerbare.
Quando è stato eletto, l’urgenza sembrava grande, ma non c’è stata nessuna nuova importante crisi per metterlo alla prova. Anche con tutte le sue denunce nei riguardi del Presidente Obama per la sua presunta debole difesa degli interessi americani, la strategia degli Stati Uniti in Iraq e in Siria è rimasta proprio la stessa. La priorità ha continuato a essere la distruzione del califfato e l’eliminazione dell’Isis.
La continuità c’è perché la strategia è riuscita e perché ai combattenti dell’Isis che sopravvivono si sta dando la caccia nei deserti dell’Iraq occidentale e della Siria orientale. Però, la vittoria sull’Isis porta con sé la prospettiva di un nuovo insieme di priorità in Medio Oriente con un approccio più aggressivo verso l’Iran, che è in cima alla lista.
Nel suo piagnisteo contro l’Iran del 13 ottobre, Trump ha giustificato il suo rifiuto di convalidare l’accordo nucleare iraniano con bocconi di propaganda, la storia unilaterale e una sfilza di bugie. Ha proposto un nuova politica americana verso l’Iran, basata su una perspicace valutazione della dittatura iraniana, del suo sostegno al terrorismo, sull’ aggressione continua in Medio Oriente e in tutto il mondo”. Il discorso assomigliava alla raffica di apertura di una nuova campagna contro l’Iran, da combattersi su molteplici fronti.
Qualche genere di collisione tra Stati Uniti e Iran sembra possibile o anche verosimile, una battaglia che probabilmente sarà portata a termine da proxies* e che non sarà combattuta fino alla fine. Il motivo è che l’approccio di Trump al mondo esterno è una miscela di nazionalismo e di isolazionismo americano. Il primo provoca minacce bellicose e il secondo il desiderio di evitare di restare invischiato in qualsiasi nuova guerra in Medio Oriente.
Questa potrebbe essere una brutta notizia per gli Stati Uniti perché, se non possono usare la loro massiccia superiorità militare, si impantanerà in una specie di lotta in parte militare, in parte politica, in cui gli Iraniani sono maestri. “Hanno un dottorato in questo genere di conflitti,” mi ha detto un amico che ha una lunga esperienza di rapporti con loro.”
Forse non si arriverà a questo: tale è l’intensità della lotta politica, che negli Stati Uniti che nuove avventure di politica estera non sembrano molto fattibili. Però, qualsiasi leader di buon senso in Medio Oriente, prima guarda allo scenario peggiore. Le guerre in Siria e in Iraq o stanno arrivando alla fine oppure la loro fase attuale sta finendo; in entrambi i casi la situazione è fragile. La gente a Baghdad è diffidente delle buone notizie dopo 40 anni di guerre e di emergenze e non sarebbe troppo sorpresa se le cose andassero di nuovo male.
Sarebbe un peccato se accadesse questo, perché proprio per una volta i professionisti del pessimismo in Iraq non fanno le cose a modo loro. Il governo centrale è di gran lunga più forte di quanto lo era tre anni fa, quando l’Isis stava infuriando in tutto il paese. Il suo esercito, con il grande aiuto della forza aerea americana, ha sconfitto l’Isis con l’assedio a Mosul, durato nove mesi. Il Primo Ministro Haider al-Abadi ha affrontato la leadership curda e ha ottenuto un successo quasi senza spargimento di sangue, riguadagnando Kirkuk.
C’è il dubbio se gli Stati Uniti o l’Iran ne verranno fuori vittoriosi in qualsiasi nuovo scontro, ma gli Iracheni certamente ne usciranno perdenti.
La migliore politica per gli Stati Uniti in Iraq, in Siria e altrove, è di non fare nulla di molto nuovo. Questo potrebbe, però essere difficile per Trump. Non è soltanto lui che ha idee ostinatamente sbagliate sul Medio Oriente. Di recente c’è stato un aumento più forte del solito di commenti apocalittici sul modo in cui l’Iran sta ottenendo una vittoria dopo l’altra sugli Stati Uniti nella regione.
I gruppi di esperti a Washington, i generali in pensione e i giornalisti avvertono che l’Iran sta aprendo “un corridoio terrestre” verso il Mediterraneo, come se gli Iraniani viaggiassero soltanto in carrozza e non potessero diffondere la loro influenza con nessun altro mezzo.
Potrebbe darsi che le minacce di Trump siano davvero serie, nel qual caso gli Iraniani reagiranno, come è comprensibile. Anche se, però, sono in gran parte retorici, potrebbero innescare una reazione esagerata dell’Iran.
“Gli Iraniani hanno l’impressione che altri vogliano far cadere il loro regime,” mi ha detto un politico iracheno. “Gli Iraniani sono molto intelligenti. Non mandano i loro eserciti all’estero. Una volta che si fa, si è perduti. Combattono con i proxy su molti fronti fuori dai loro confini, ma questo destabilizza tutti gli altri.” Ancora una volta, l’Iraq si troverebbe in prima linea.
Stranamente, l’Iran deve molta della sua estesa influenza non alle sue macchinazioni, ma agli Stati Uniti stessi. E’ stato il beneficiario collaterale del cambiamento di regime guidato dagli Stati Uniti in due dei paesi confinanti: l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, entrambi i quali erano stati visceralmente anti-iraniani.
L’assoluta ignoranza di Trump e della sua amministrazione, riguardo al Medio Oriente, è pericolosa. E’ usuale, particolarmente dei circoli liberali, considerare i Medio Orientali-vittime passive degli interventi stranieri. Questo è in gran parte vero, ma maschera il fatto che in ogni momento ci sono vari governi e movimenti di opposizione che cercano di indurre gli Stati Uniti a fare una guerra con i loro nemici, demonizzandoli come minaccia per il mondo.
Negli anni ’90, l’opposizione irachena ha passato molto tempo cercando di manipolare gli Stati Uniti perché andassero in guerra per rovesciare Saddam Hussein, e, grazie all’11 settembre, ha realizzato il suo desiderio nel 2003. L’opposizione siriana, appoggiata dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia, ha sperato di fare la stessa cosa in Siria nel 2011-2013 e sono stati molto frustrati che Obama non gli abbia dato retta.
Trump può parlare di affrontare l’Iran, ma non c’è alcun segnale che abbia un piano coerente per farlo. Gran parte di ciò che sta accadendo nella regione è al di là del suo controllo e l’influenza degli Stati Uniti sta calando, ma per ragioni che non hanno nulla a che vedere con lui. Gli Stati Uniti non si sono mai del tutto ripresi dal fatto di non aver raggiunto i loro scopi in Iraq dopo l’invasione. Anche il ritorno della Russia nella regione come grande potenza, ha limitato l’influenza degli Stati Uniti. Il pubblico americano non vuole un’altra guerra in Medio Oriente.
Obama aveva accettato queste limitazioni e Trump probabilmente dovrà fare lo stesso, ma la sua totale imprevedibilità sta già facendo sentire la regione un posto più pericoloso, anche quando Trump non fa nulla.
*https://lospiegone.com/2016/12/03/che-cose-e-una-proxy-war/
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