Amira Hass : Mettere in chiaro le cose su Yitzhak Rabin – Zeitun
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Posted By: carlo novembre 9, 2017 Amira Hass 6 novembre 2017, Haaretz…
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6 novembre 2017, Haaretz
L’assassinio
dell’ex primo ministro nel 1995 non è la ragione principale per cui non
è stato creato uno Stato palestinese – nonostante ciò che credeva
Yasser Arafat.
Una delle
assurde considerazioni che Yasser Arafat soleva fare – e che si possono
ancora sentir dire oggi da alcuni dei suoi seguaci – era che, se Ygal
Amir [estremista ebreo che uccise il primo ministro Rabin per aver firmato gli accordi di Oslo, ndtr.]
non avesse assassinato il primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995, il
processo di Oslo sarebbe proseguito e sarebbe sfociato in una
conclusione positiva: uno Stato palestinese accanto a Israele.
Arafat ed il suo entourage dovevano
giustificare gli accordi di Oslo di fronte a se stessi ed al loro
popolo. Dovevano scusarsi per i gravi errori che avevano fatto durante i
negoziati (inizialmente in modo ingenuo e disattento, in seguito con un
misto di ingenuità, negligenza, stupidità, incompetenza, debolezza,
crescente impotenza, miopia e considerazioni personali legate alla
sopravvivenza e alla corruzione).
La politica israeliana non era e non è
formulata sulla base delle decisioni di una sola persona. E certamente
non quando si tratta della questione fondamentale del nostro essere
sionisti: cosa diavolo fare con questi arabi che si sono introdotti
nella nostra patria ebraica. L’orgogliosa risposta sionista a questa
domanda può essere trovata oggi nella realtà delle sovraffollate enclave
palestinesi, ridotte al minimo dallo spazio ebraico affamato di
proprietà immobiliari che dio ci ha promesso. Che egli esista o meno.
Una sola
persona non può essere responsabile di questa comoda realtà – nemmeno i
più maturi tra i nostri pensatori geopolitici, Shimon Peres o Ariel
Sharon, o Shlomo Moskowitz, che dal 1988 al 2013 è stato a capo del
supremo comitato di programmazione dell’Amministrazione Civile [il governo militare israeliano dei territori palestinesi occupati, ndtr.], che ha consolidato la pianificazione dell’apartheid in Cisgiordania.
Per dare forma alla realtà delle enclave
c’è stato bisogno di un’intera rete di ideologi, generali, avvocati,
ufficiali, architetti, rabbini, politici, geografi, storici,
imprenditori e molti altri ancora. Perciò una sola persona non è
sufficiente a fermare una politica impostata da una rete ben determinata
e pienamente coordinata. Nemmeno Rabin – nemmeno ipotizzando per un
momento che si sia reso conto che un accordo logico avrebbe potuto
basarsi solamente su uno Stato palestinese contiguo.
E’ vero, Rabin definì i coloni sulle
Alture del Golan “repulsivi”, ma disse anche che si augurava che Gaza
affogasse nel mare. Ha anche fatto un ottimo lavoro definendo le
aspettative di Israele nei confronti del suo subappaltatore palestinese,
quando affermò che l’Autorità Nazionale Palestinese doveva governare
senza l’Alta Corte di Giustizia [israeliana] e senza l’associazione
[israeliana] per i diritti umani B’Tselem. E poi, più importanti delle
sue affermazioni politicamente scorrette, ci sono i fatti sul terreno,
avvenuti ancor prima del suo assassinio.
E queste
sono le fondamenta della realtà delle enclave – che sono il contrario di
uno Stato: separazione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania;
separazione di Gerusalemme est dal resto dell’area palestinese; Area C [circa
il 60% del territorio della Cisgiordania, in cui si trovano le
principali risorse naturali e, in base agli accordi di Oslo, sotto
completo controllo israeliano, ndtr.];
una leadership palestinese indebolita; rafforzamento delle colonie e
dei coloni; due sistemi giuridici ineguali – uno per gli ebrei ed uno
per i palestinesi; uso del pretesto della sicurezza come strumento di
colonizzazione. Questa è una realtà che non può essere costruita in un
giorno.
All’epoca di Rabin il blocco della
Striscia di Gaza – cioè il regime che iniziò a vietare la libertà di
movimento – divenne sempre più rigido. Gli studenti non potevano
ritornare nella Striscia di Gaza dopo i loro studi. E poi,
improvvisamente, egli concesse di tornare solo agli studenti di Bir
Zeit. Alla domanda del perché solo loro, rispose (secondo quanto mi
riferì all’epoca un membro del comitato di contatto palestinese):
“Quando Arafat mi ha chiesto di permettere agli studenti di tornare, ha
nominato solo l’università di Bir Zeit.”
Rabin
sostenne la costruzione di una rete di strade di collegamento in
Cisgiordania – una condizione importante per attrarre nuovi coloni e per
spezzare la contiguità geografica palestinese, rafforzando la fase
transitoria [degli accordi di Oslo, ndtr.] in cambio di rendere inutile la fase dello Stato palestinese.
Marwan Barghouti, con un tipico insieme di incredulità e serietà, mi raccontò la seguente conversazione tra Rabin ed Arafat:
Rabin: “Ma come faranno i coloni ad andare a casa nella fase transitoria se non dispongono di strade separate?”
Arafat: “Sono i benvenuti se attraversano le nostre città.”
Rabin: “Ma se qualcuno farà loro del male, noi interromperemo i negoziati e il ridispiegamento.”
Arafat: “Dio non voglia! Ok, allora costruite le strade.”
In qualità
di primo ministro e ministro della Difesa, Rabin punì i palestinesi di
Hebron per il massacro perpetrato contro di loro da Baruch Goldstein [autore del massacro di 29 palestinesi ed il ferimento di altri 125 ch pregavano nella moschea della Tomba dei Patriarchi, ndtr.]
nel 1994. L’esercito, sotto il suo controllo, impose ai palestinesi
draconiane restrizioni di movimento– che nel tempo non fecero che
peggiorare – e si rese responsabile dell’espulsione dei palestinesi
residenti dal centro della città. Rabin fu colui che rifiutò di evacuare
i coloni di Hebron dopo il massacro.
Durante il suo mandato come primo
ministro iniziò segretamente a Gerusalemme – come di consueto, senza
alcuna dichiarazione ufficiale – la silenziosa politica di espulsione
(attraverso la revoca dello stato di residenti ai palestinesi nati a
Gerusalemme). La lotta contro ciò iniziò solamente dopo che le prove
divennero evidenti, nel 1996. La divisione artificiale della
Cisgiordania nelle aree A, B e C come guida per il graduale
ridispiegamento dell’esercito venne imposta nel corso dei negoziati per
l’Accordo Transitorio, firmato nel settembre 1995.
E’ impossibile sapere se Rabin collaborò
a quel diabolico inganno, attraverso il quale, sotto le spoglie di un
processo graduale e per ragioni di sicurezza, Israele si riservò l’area C
come terra per gli ebrei. Ma è stato lui a coniare la frase “Non
esistono scadenze sacre”, relativamente all’applicazione degli Accordi
di Oslo.
L’assassino
riuscì così bene nella sua impresa perché, contrariamente alla
propaganda di destra, il governo guidato dai laburisti non aveva
intenzione di spezzare il cordone ombelicale con cui era legato ai suoi
metodi e obiettivi colonialisti. La disputa con gli oppositori del
Likud non fu mai sui principi, ma solo sul numero e sulla dimensione dei bantustan da riservare ai palestinesi.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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