Sharazad Odeh Israele trasforma un autobus in camera di tortura
10 Ottobre 2017, The Electronic Intifada
La
moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme – uno dei luoghi più sacri per l’Islam
– ha ottenuto molta attenzione durante l’estate, quando Israele ha
impedito ai fedeli palestinesi di entrarvi.
Tuttavia alcuni episodi della brutalità israeliana durante quel periodo non sono stati riportati dai media internazionali.
Grazie
al mio lavoro come avvocatessa con il “Comitato Pubblico contro la
Tortura in Israele” ho raccolto la testimonianza di vittime di uno di
questi episodi.
Il
27 luglio verso le 22 la polizia israeliana ha fatto irruzione nel
complesso di Al-Aqsa. Ciò è avvenuto poco dopo che le autorità
israeliane avevano tolto i metal detector e le videocamere che avevano
sistemato all’entrata del complesso.
L’incursione,
non la prima ad Al-Aqsa quel giorno, è stata interpretata come la
vendetta della polizia sui palestinesi che avevano resistito con
successo contro le restrizioni nell’accesso alla moschea con due
settimane di disobbedienza civile.
Poco
dopo aver detto a tutti di andarsene dalla moschea, funzionari di
polizia hanno sparato proiettili di gomma contro i fedeli disarmati,
ferendone parecchi. Circa 120 palestinesi, nessuno dei quali ha opposto
resistenza all’arresto, sono stati catturati.
Una
squadra medica palestinese aveva fornito aiuto a un fedele nella
moschea prima che ci fosse l’incursione. Membri dell’equipe si sono
ritrovati a soccorrere le vittime dell’attacco, compreso un uomo ferito
da una pallottola di plastica.
Uno
dei membri della squadra medica ha testimoniato che un importante
ufficiale di polizia, noto come Shlomi, “si è diretto verso di noi e ha
detto alle sue truppe: ‘Non sono paramedici, sono tutti degli
imbroglioni, prendete i loro giubbotti e fategliela pagare.”
La
polizia ha strappato via le uniformi dell’equipe medica, li ha radunati
insieme ai fedeli e li ha costretti in un angolo con le mani in alto.
Poi
la polizia li ha obbligati a stendersi a terra. Molti sono stati
picchiati da poliziotti che portavano guanti imbottiti e che brandivano
manganelli.
In manette
Agli
arrestati sono state legate le mani dietro alla schiena con cavetti di
plastica. Ammanettati e inermi, i detenuti sono stati obbligati a stare
inginocchiati, e a qualcuno è stato ordinato di piegare la testa in
mezzo alle gambe.
“Mi
hanno indicato con il dito, ho camminato verso di loro, una poliziotta
mi ha afferrato per le mani mentre un altro poliziotto mi ha colpito da
dietro e sono caduto a terra,” racconta uno degli arrestati.
“Mi
hanno tenuto le mani dietro la schiena e uno di loro mi è saltato
sopra, mi ha pestato su un fianco, mi ha tirato le mani ancora più
indietro e mi ha ammanettato. Gli ho detto: ‘E’ molto stretto, sono solo
un essere umano.’ Il poliziotto ha detto: ‘Così è stretto?’ e ha
stretto le manette di plastica finché ho sanguinato.”
I
detenuti sono stati divisi in due gruppi e obbligati a camminare a
piedi nudi fuori dalla moschea fino alla Porta Marocchina – uno degli
ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme.
Alcuni
sono stati obbligati a camminare con la testa bassa, altri a stare
piegati a 90 gradi mentre camminavano. Alla porta alcuni sono stati
obbligati ad inginocchiarsi di nuovo mentre altri hanno subito una
perquisizione corporale integrale.
Tutto questo è avvenuto mentre curiosi israeliani deridevano, filmavano e fotografavano gli arrestati.
Il
primo gruppo di detenuti è stato trasferito su veicoli della polizia.
Il secondo, circa 100 arrestati, è stato messo a forza nel pianale basso
di un autobus dell’impresa israeliana di trasporto pubblico “Egged”.
Una volta caricati sull’autobus, i detenuti sono stati obbligati a stare
seduti con le mani dietro la schiena. Un giovane ha detto di aver avuto
una iniziale sensazione di sollievo: “Stavo finalmente seduto su un
sedile, i miei piedi mi ammazzavano di dolore per le botte, perché erano
stati calpestati dai poliziotti e perché ho camminato scalzo durante
l’arresto. Non riuscivo a muovermi, avevo i piedi gonfi.”
Il giovane ha subito aggiunto che “mi sbagliavo a sentirmi comodo”. Gli hanno subito detto di mettere la testa tra le gambe.
“La mia schiena si stava spezzando”
Mentre
era in quella posizione, i poliziotti hanno trascinato un altro
detenuto sulla sua schiena e su quelle dei tre arrestati che erano
accanto a lui. Altri tre detenuti sono poi stati messi uno sull’altro
sopra di loro, formando una specie di piramide umana.
“Hanno
messo una persona pesante su quattro di noi,” ha detto l’uomo. “Ho
sentito che la mia schiena si stava spezzando.” Ad altri detenuti sono
state fatte aprire le gambe in modo che due arrestati potessero essere
messi su ogni gamba. In qualche caso, un altro detenuto è stato steso
sul pavimento tra le gambe di altri detenuti e davanti ai loro genitali.
Il resto dei detenuti è stato obbligato a sedere sul pavimento del corridoio dell’autobus.
Il livello dell’aggressione della polizia è stato tale per cui i detenuti hanno temuto per la loro vita.
“Ho visto la morte negli occhi (dei poliziotti),” ha detto uno dei giovani.
“Io
non mi spavento facilmente,” ha affermato un altro, di 22 anni. “Ma
quella notte ero sicuro che ci avrebbero uccisi, tutti. Ero così
spaventato che mi sono quasi urinato nei pantaloni.”
Le
testimonianze di questi giovani e di alcuni altri sono state alla base
di una denuncia fatta dal “Comitato Pubblico contro la Tortura in
Israele” a nome di 10 palestinesi messi su quell’autobus.
La denuncia è stata depositata presso l’unità di investigazione della polizia israeliana alla fine di agosto.
L’autobus
che trasportava i detenuti è stato portato al “Russian Compound”
[Complesso Russo], un centro di interrogatori sinonimo di tortura.
Assalto
Alcuni
detenuti hanno denunciato ulteriori violenze della polizia contro di
loro nel centro. Un adolescente, che stava visibilmente male, è stato
tra quelli che sono stati aggrediti lì.
La
maggior parte dei detenuti è stato rilasciato dal “Russian Compound”
dopo circa un’ora. Altri, invece, non sono stati rilasciati fino al
giorno seguente.
Ognuno
dei membri del gruppo trattenuto fino al giorno dopo è rimasto
ammanettato ad un altro durante la detenzione. Dovevano andare insieme
persino quando usavano il gabinetto.
Gli uomini ammanettati insieme hanno dovuto dormire sul pavimento.
Uno
dei detenuti era stato colpito alla testa durante l’incursione. Benché
stesse visibilmente sanguinando, non gli è stata fornita nessuna
assistenza medica fin dopo la detenzione – quando è stato portato via in
ambulanza.
Tutti
i detenuti con cui ho parlato raccontano di gonfiore ai polsi e di
sanguinamento in conseguenza delle manette strette che gli erano state
messe.
Questo
episodio non rappresenta la prima volta che Israele ha requisito un
mezzo di trasporto pubblico per operazioni militari o di polizia.
Nel
1992 Israele ha utilizzato autobus “Egged” per deportare più di 400
palestinesi – con gli occhi bendati – dalla Cisgiordania e da Gaza
occupate al sud del Libano.
L’uso
improprio di autobus da parte delle forze di occupazione israeliane è
sintomatico di un problema più grave. Fin dalla sua nascita, Israele ha
deliberatamente requisito proprietà pubbliche o civili e le ha
trasformate in zone militari chiuse. Definire in quel modo grandi zone
della Cisgiordania ha consentito ad Israele di espandere le colonie.
Israele
si è rifiutato di separare la vita civile da quella militare.
L’esercito israeliano gestisce basi ed uffici nelle università; soldati
portano armi sui mezzi di trasporto pubblici.
Penetrando
in quasi tutti gli aspetti della vita dei palestinesi, Israele è stato
in grado di fare impunemente incursioni in luoghi di culto. Gli autobus
sono stati trasformati in celle carcerarie.
Sharazad
Odeh è un’avvocatessa palestinese per i diritti umani e una
ricercatrice su diritto e genere. Lavora come legale con
l’organizzazione femminista “Kayan” e ricopre vari ruoli come
ricercatrice all’Università Ebraica di Gerusalemme. Le opinioni espresse
in questo articolo sono sue.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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- Riflessioni pessottimistiche* da Gaza assediata.
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