: Fernando Cancedda :Palestina, chi soffia sul fuoco – Articolo21
: Fernando Cancedda
Martedì
26 settembre nei pressi di Har Adar, colonia di israeliani benestanti
poco a nord di Gerusalemme. Al controllo di sicurezza sui pendolari
polestinesi, un operaio delle pulizie estrae improvvisamente un’arma e
apre il fuoco. Uccide un agente della polizia di frontiera e due guardie
della sicurezza civile. Un altro è gravemente ferito. Poi anche
l’attentatore, Nimr Jamal, 37 anni, è ucciso dalla polizia.
Sulla stampa israeliana si parla di un uomo disperato e violento,
abbandonato dalla moglie, alla quale ha indirizzato il giorno prima di
agire una lettera di scuse. Nel contesto del conflitto
israelo-palestinese, sono dettagli di poca importanza. E mentre gli
islamisti di Hamas elogiano l’azione come “un nuovo capitolo
dell’intifada”, il premier Netanyahu e i suoi ministri si affrettano a
considerarla “frutto dell’istigazione dell’Autorità nazionale
palestinese».
Casi individuali a parte, per capire da dove provenga in realtà
l’istigazione basterebbe accorgersi del moltiplicarsi degli insediamenti
coloniali di Israele nei territori occupati. Già nel febbraio scorso la
Knesset aveva approvato a maggioranza, 60 voti contro 52, una legge per
‘regolarizzare’ anche retroattivamente insediamenti e case costruite su
terreni privati palestinesi. In quella occasione dal Palazzo di Vetro
si era parlato di “violazione del diritto internazionale” che avrà
“conseguenze legali di vasta portata per Israele”.
Ancor più duramente l’Unione europea aveva ribadito che “gli
insediamenti illegali secondo il diritto internazionale costituiscono
un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile la soluzione
dei due Stati”. Chiedendo “a Israele di porre fine a tutte le attività
di insediamento e smantellare gli avamposti costruiti dopo il marzo del
2001, in linea con i precedenti obblighi».
La risposta è stata che un mese dopo il governo di Netanyahu ha
autorizzato un nuovo insediamento. Con Trump alla Casa Bianca, si sente
ormai autorizzato ad allargare, ben oltre i confini del 1967, quella
che viene definita ormai ufficialmente “la casa nazionale del popolo
ebraico”.
A mettere Il timbro ha provveduto proprio ieri l’ambasciatore degli
Stati Uniti a Tel Aviv, David Friedman, figlio del Premio Nobel per
l’economia Milton Friedman. Intervistato da uno dei più importanti siti
israeliani, Walla! News, ha dichiarato, come si dice, “papale papale”:
“Gli insediamenti fanno parte di Israele”. Infischiandosi della
risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvata il 23 dicembre
scorso con la benevola astensione di Obama.
In questa penosa assenza di prospettive di pace, non è difficile
immaginare che, con il protrarsi della divisione tra Hamas e l’Autorità
palestinese, si aggiunga alla tracotanza di Israele il rischio che ad
orientare le giovani generazioni palestinesi subentrino i gruppi
salafiti e le cellule “dormienti” dell’Isis. Sia in Cisgiordania che
nella Striscia di Gaza. A meno che il recente accordo tra le due fazioni
con la mediazione dell’Egitto riesca finalmente ad avere, nonostante
tutte le precedenti delusioni, uno sviluppo positivo.

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