Il no americano ad Anna Frank Quando la famiglia di Anna Frank cercò inutilmente rifugio negli Stati Uniti Non
chiederei il vostro aiuto se le condizioni qui non fossero tali da
obbligarmi a fare di tutto per evitare il peggio». Così scriveva Otto
Frank, padre di Anna, al suo ex compagno di studi americano Nathan
Straus chiedendo numi su come riuscire al più presto a rifugiarsi negli
Stati Uniti. Il
testo della lettera, datato aprile 1941, è da ieri in mostra per i
visitatori dell’Istituto ebraico di ricerca (Yivo) di New York, riuscito
nell’impresa di raccogliere e rendere pubbliche diverse dozzine di
missive scritte dal padre di Anna pochi mesi prima che l’intera famiglia
olandese fosse obbligata a nascondersi nel vano tentativo di evitare la
deportazione da parte dei nazisti nei campi di sterminio. La penna di
Otto Frank tradisce la certezza che il peggio stava per arrivare ad
Amsterdam subito dopo l’invasione dell’Olanda da parte della Werhmarcht,
nel maggio del 1940. «Mi devo occupare soprattutto della sorte dei miei
figli, la nostre sorte è di minore importanza» si legge in una lettera
in cui si chiede come poter ottenere un visto di entrata in America o a
Cuba innanzitutto per le figlie Margo ed Anna e, solo in un secondo
momento, per lui, la moglie Edith e la suocera Rosa Hollander. Fra il 30
aprile e l’11 dicembre 1941 Otto Frank scrisse a parenti, amici e alti
funzionari americani spiegando che era pronto ad «ogni sacrificio» pur
di riuscire a superare l’Oceano Atlantico ma in ogni occasione la
risposta fu negativa. È lo stesso Otto Frank che fa riferimento agli
ostacoli scrivendo in una lettera: «Mi rendo conto che sarebbe
impossibile partire per tutti anche se il denaro fosse disponibile ma
Edith mi chiede di andare comunque, da solo o con i bambini». Le lettere
si interrompono pochi giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor, quando
anche la Germania dichiara guerra agli Stati Uniti e la possibilità
della fuga oltre Atlantico svanisce. La cronologia della storia di Anna
Frank vuole che fu proprio a seguito della mancata fuga che Otto scelse
di rifugiarsi con la famiglia nella soffitta di Amsterdam dove sarebbero
poi rimasti per oltre due anni fino alla cattura, dovuta ad una spiata.
L’intenzione di Otto di emigrare in America risale al 1938 ma nei due
anni seguenti i tentativi cessano perché, come spiega David Engel
docente di Studi sull’Olocausto alla New York University, «probabilmente
preferì affrontare le incertezze dell’occupazione nazista
all’insicurezza di una vita da doppio rifugiato in una nuova nazione, a
prescindere dalla possibilità di trovare i visti».Il tentativo di
emigrazione in extremis verso gli Stati Uniti accomuna i Frank a
«migliaia di ebrei europei ed in particolare tedeschi che trovarono le
porte sbarrate dalle leggi dell’epoca» osserva Richard Breitman, storico
dell’American University. Il premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel, ha
dedicato numerosi scritti per imputare all’amministrazione Roosevelt la
scelta di non accogliere gli ebrei in fuga dall’Europa nazista ed il
museo della Shoà di Washington ricostruisce nei dettagli episodi come
quello di una nave St Louis con a bordo 937 profughi ebrei salpata da
Amburgo nel 1939 e respinta di fronte alle coste della Florida.Anna
Frank morì di tifo nel campo di sterminio di Bergen-Belsen nel 1945 ed
il suo diario venne pubblicato dal padre in Olanda nel 1947 divenendo un
best seller mondiale con oltre 75 milioni di copie vendute dalla Stampa del 15-02-07
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