REPORTAGE. «Via gli africani da Israele»
à
Alimentata
dai proclami anti-migranti del premier Netanyahu e dalle politiche
della destra cresce la rabbia degli abitanti dei quartieri poveri di Tel
Aviv contro eritrei e sudanesi. Un viaggio alla periferia della città
nena-news.it
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Tel Aviv, 8 settembre 2017, Nena News – Il Caffè Shapira è
solo una casetta di legno con sette-otto tavoli all’ombra degli alberi
in un piccolo parco di via Ralgab. Nulla di paragonabile con i locali
della movida di Tel Aviv. È però uno dei rari luoghi nel quartiere
Shapira, nella periferia meridionale e povera di Tel Aviv, dove si
incontrano un po’ tutti: i giovani hipster tatuati e con piercing come
l’anziano ebreo di origine mediorientale che da quelle parti ci vive da
decenni. Qualche volta si vede anche qualche migrante eritreo o
sudanese.
Non sono molte le occasioni in cui gli abitanti della
periferia di Tel Aviv, israeliani e stranieri, hanno la possibilità di
ritrovarsi seduti nello stesso posto. Da un po’ al Caffè
Shapira ci vengono solo gli hipster. «La gente del posto non ha voglia
di incontare gli africani che da parte loro hanno paura, preferiscono
non farsi vedere in giro e restano nella loro zona» spiega Roni, uno
studente universitario, indicando via Levinsky e la vicina stazione
centrale degli autobus.
In verità anche in via Levinsky si incontrano pochi eritrei e sudanesi. Gli
africani provano a rendersi invisibili. Gli ultimi tempi sono stati
carichi di tensione in quella zona e le recenti “visite” del premier
Netanyahu nei quartieri meridionali di Tel Aviv, per rassicurare gli
israeliani che vi abitano, hanno rimesso al centro dei problemi i
“mistanenim”, gli “infiltrati”, come il governo e la destra chiamano i migranti e i richiedenti asilo.
«Molti di loro non sono rifugiati, ma gente che cerca soltanto
lavoro» ha detto il primo ministro accrescendo il risentimento fra i
tanti israeliani disoccupati ed emarginati di Neve Shaanan, Tikva,
Shapira e altre aree periferiche che vedono nei “clandestini” dei
concorrenti temibili perché pronti ad accettare lavori a giornata per
pochi shekel e a nero.
Le leggi israeliane approvate per combattere l’immigrazione non lo
consentono ma il lavoro più a basso costo comunque finisce anche agli
africani, che giungono in Israele scappando da conflitti vecchi e nuovi
nei loro Paesi. «Bisogna salvaguardare le nostre frontiere» ha
aggiunto Netanyahu annunciando la prossima formazione di un team
ministeriale «per restituire i quartieri (meridionali) ai cittadini e
rimuovere gli stranieri illegali che non appartengono al posto».
Il governo, ha garantito il premier, rafforzerà il Muro costruito lungo
il confine con l’Egitto e chiederà alla Knesset di approvare leggi più
dure per chi darà lavoro agli “infiltrati”. Sotto accusa da diversi
giorni è la giudice della Corte Suprema, Miriam Naor, che ha bocciato la
detenzione a tempo indeterminato decisa dal governo per gli
“infiltrati” che si oppongono al rimpatrio volontario e assistito in
Africa.
«Naor ci viva lei assieme ai neri» dice Noga, una signora sulla cinquantina. «Mangiano e dormono in strada e di notte non possiamo più andare in giro con tranquillità, abbiamo paura», prosegue la donna sulla porta del suo appartamento di pochi metri quadrati in una palazzina grigia.
Interviene un giovane. «In questo stabile ci sono quattro ragazzi –
ci spiega – io ho già fatto il militare, gli altri lo faranno presto.
Facciamo il nostro dovere ma il lavoro poi va a quelli che vengono
dall’Africa. Netanyahu ha ragione, Israele è solo degli israeliani».
I migranti sono il capro espiatorio per chi fa i conti con
una vita quotidiana difficile, lontana dalle luci colorate e dalla
musica di Tel Aviv capitale del divertimento. I migranti perciò sono
come i palestinesi, gli arabi. Nemici, senza diritti, da combattere e
allontanare.
A dare voce a questa rabbia è soprattutto Sheffi Paz, la leader del cosiddetto “Fronte di liberazione del sud di Tel Aviv”
nato per cacciare via i richiedenti asilo. Paz, 62 anni, era una
pacifista negli anni Ottanta e Novanta e un’attivista dei diritti degli
omosessuali, ora è passa gran parte del suo tempo a spiegare, davanti a
telecamere e registratori, che Israele «deve liberarsi di un pericolo
che a rischio la sua esistenza e il suo carattere ebraico».
A gettare benzina è anche l’astro nasscente dell’estrema destra
sociale May Golan che alle manifestazioni contro i migranti, urlando nel
megafono, proclama «sì, sono una razzista». L’opposizione resta muta,
timorosa di perdere consensi denunciando il clima che la destra sta
alimentando nel sud di Tel Aviv.
«Occorre riconoscere che il premier e i suoi ministri sono
espressione di una società israeliana nazionalista e che non sembra
avere interesse per la difesa anche soltanto dei principi minimi della
democrazia», ci dice Dror Ektes, un attivista di sinistra.
«La situazione si è fatta esplosiva ed è grave che il premier
sia andato alla periferia di Tel Aviv non a promettere lavoro, case
migliori e la fine del degrado agli abitanti ma ad alimentare la loro
rabbia contro i richiedenti asilo, allo scopo anche di
guadagnare l’appoggio degli strati popolari in un momento per lui
difficile», aggiunge Ektes riferendosi ai guai con la giustizia che sta
affrontando Netanyahu, al centro di inchieste giudiziarie che lo
interessano direttamente o indirettamente. Senza dimenticare quella che
coinvolge la moglie Sarah che presto potrebbe essere incriminata per
frode.
Jibril Diraije, un rifugiato sudanese di 26 anni, entrato
clandestinamente in Israele tre anni fa, dei guai di Netanyahu non sa
nulla. Sa solo che deve evitare l’arresto e l’espulsione. Con una frase
spiega tutto. «Se torno in Sudan sono morto».
Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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