Leonardo Nesti Su Israele e Palestina è arrivato il momento di cambiare idea
Alcune
cose che ho capito, alcune cose che ho visto alcune opinioni che ho
cambiato sulla situazione in Medio Oriente (Le foto brutte e sfocate
sono mie,…
glistatigenerali.com
1 settembre 2017
Alcune cose che ho capito, alcune cose che ho visto alcune opinioni che ho cambiato sulla situazione in Medio Oriente
(Le foto brutte e sfocate sono mie, quelle belle sono di Gaia Fattorini)
…
Spesso ci si sente chiedere, ma tu sei pro Israele o pro Palestina?
A me è sempre sembrata una domanda un po’ stupida. E’ una domanda che (forse) poteva avere senso nel 1948. Oggi no.
Prima di andarci, avevo, come tutti, le mie
idee. Sono appena tornato da due settimane in quella terra, ho visto
molti luoghi, molte cose assurde, ho parlato con tante persone. Ho
cercato di lasciare a casa tutti i miei pregiudizi. Ho confermato alcune
cose che pensavo. Ho cambiato idea, anche radicalmente, su altre. Le
metto in fila, senza la pretesa di aver capito tutto e molto più
perplesso di quando sono partito su quale possa essere la soluzione.
La situazione della zona è, attualmente, codificata dagli accordi di Oslo,
firmati nel 1993 dal primo ministro Israeliano Ytzhak Rabin e dal
leader dell’autorità palestinese Yasser Arafat e benedetti dagli Stati
Uniti. In quegli accordi, dopo mezzo secolo di guerre e distruzioni si
sancisce, innanzitutto il principio che Israele e la Palestina
riconoscono la loro reciproca esistenza. Il territorio palestinese, in
vista del riconoscimento di uno stato indipendente è diviso in tre aree:
l’area A, che corrisponde ai centri urbani maggiori, è controllato
dall’autorità palestinese, l’area B (i villaggi e le aree rurali) in
maniera congiunta da israeliani e palestinesi, l’area C (in larga parte
disabitato) dall’autorità militare israeliana. In pratica la Palestina è
un territorio occupato militarmente da Israele. E lo è da cinquant’anni
esatti.
Uno dei principali ostacoli alla pace e a una
soluzione diplomatica della situazione sono gli insediamenti. Circa
700mila persone, di nazionalità israeliana, vivono in territorio
palestinese. Non potrebbero farlo.
Cos’è Israele
Israele è lo stato più eterogeneo e strano che
mi sia mai capitato di visitare. Tel Aviv è una città moderna, dinamica,
con un’economia in rapida espansione e molto divertente. C’è un bel
mare, un sacco di locali aperti tutta la notte e potrebbe sembrare anche
di stare in Europa. Infatti la chiamano ‘the bubble’, la bolla, perché
sembra (ma sembra solamente) che gli abitanti di Tel Aviv non abbiamo la
minima percezione di quello che succede a qualche decina di chilometri
di distanza. Ovviamente è un’impressione sbagliata perché dal 2014
alcuni razzi Qassam lanciati da Gaza arrivarono pure qua e molte case
hanno un rifugio antimissili. In ogni caso l’atmosfera è libera e molto
laica, anche perché è una delle città più gay-friendly del mondo. Per
Israele, un fiore all’occhiello da presentare al mondo.
Gerusalemme è completamente un’altra storia: in pochi chilometri ci sono almeno tre o quattro città diverse.
Se alcune strade del centro possono ricordare
Tel Aviv, poco più in là c’è Gerusalemme Est che è una città araba in
tutto e per tutto. Ancora a pochissima distanza quartieri come Mea
Sharim, dove invece sembra di stare in uno shetl ucraino dell’Ottocento e
dove vivono solo ebrei ultraortodossi: la parte vecchia è il cuore
delle tre religioni monoteiste e a pochi metri convivono i pellegrini
cristiani, gli ebrei che vanno a pregare il muro del pianto e i
musulmani che pregano invece nella spianata delle moschee.
A Gerusalemme, città che sia lo stato israeliano
sia quello palestinese rivendicano come capitale, c’è un’atmosfera di
tensione più o meno costante, con l’esercito e la polizia che
sorvegliano le porte e perquisiscono chi ritengono di perquisire.
Ma paradossalmente è anche un gigantesco
esperimento di convivenza dove comunità ebraiche ortodosse e islamiche
tradizionaliste convivono con altre più laiche e gruppi cristiani che da
secoli popolano la città santa.
Alcuni dicono che questa cosa funziona perché
gli israeliani sono un popolo in armi. Alla fine del liceo ogni ragazzo
fa tre anni di servizio militare, ogni ragazza due. Finito quel periodo
si rimane a disposizione nella riserva e si viene richiamati, per un
periodo più o meno breve, in genere una volta l’anno. Per questo capita
di vedere in giro per Tel Aviv ragazzi che girano senza divisa, ma con
un mitra sulle ginocchia, bambini che giocano alla guerra e fucili che
se ne stanno più o meno normalmente in mezzo alla vita di tutti i
giorni.
Ho conosciuto Yaniv, un ragazzo israeliano che
dopo aver fatto il servizio di leva durante la seconda intifada, ha
deciso di dire basta, che quella non era la cosa giusta da fare. Si è
fatto venti giorni di galera, di cui dieci di isolamento e se n’è uscito
con uno stigma sociale a vita. Non ho potuto fare a meno di pensare a
quanto la sua obiezione di coscienza sia stata diversa dalla mia (una
firma su un foglio, più o meno nello stesso periodo, come migliaia di
altri ragazzi, uno sguardo storto da parte di un maresciallo
dell’esercito al distretto e nulla più) e se nella sua condizione avrei
avuto il coraggio di farlo. E, soprattutto, al fatto che il luogo dove
il caso decide di farti nascere è la cosa che più di ogni altra
condiziona la vita di chiunque.
Cos’è la Palestina
Anche in Palestina, nei mercati di Hebron e di
Nablus, i giochi per i bambini che si vendono sono, in gran parte,
fucili giocattolo. Se i bambini israeliani crescono sentendosi dire
“dobbiamo difenderci perché tutto il mondo vuole ucciderci”, quelli
palestinesi crescono sentendosi dire “dobbiamo difenderci dagli
israeliani”. E soprattutto vedendo con i loro occhi quello che i soldati
“nemici” fanno ogni giorno sul loro territorio.
La Palestina, come si diceva è un territorio
militarmente occupato, ma i palestinesi non sono comunque tutti uguali.
Quelli che vivono a Gerusalemme Est sono, da un certo punto di vista,
israeliani di serie B. Non hanno il passaporto e non possono votare, ma
hanno almeno il diritto di muoversi. Chi abita nel cosiddetto “West
bank” no, a meno che non riesca ottenere un permesso specifico dalle
autorità israeliane per motivi di lavoro o familiari. Non sulla base di
criteri oggettivi, ma tutto fondato sull’arbitrarietà da potenza
occupante.
In ogni caso la domanda che più spesso ci siamo
sentiti fare in questo periodo è stata “Ma perché, si può andare in
Palestina?”, come se fosse una terra che vive in una realtà distopica
sotto una perenne pioggia nera di guerra. In realtà andare in Palestina
(almeno per un europeo) è piuttosto facile e anche molto bello. E’ una
terra meravigliosa, popolata da persone gentili e cordiali. E dove ci
sono luoghi meravigliosi come Betlemme, Hebron e Ramallah.
Per andarci bisogna attraversare i cosiddetti
checkpoint, posti di blocco, più o meno fissi che l’esercito israeliano
dissemina qua e là, non solo ai confini, ma anche in giro per il
territorio. In linea di massima per attraversarli ci vuole il tempo che
serve per passare a un casello autostradale. Se, beninteso, hai in tasca
un passaporto italiano. Può però anche succedere di incontrare addetti
alla sicurezza con la luna storta, che hanno voglia di farti perdere
tempo e che decidono di trattenerti un po’ più a lungo, sequestrando
passaporto e cellulare e restituendolo dopo un po’. Un assaggio, minimo,
insomma, di ciò che può capitare quotidianamente a un palestinese:
perdere alcune ore, senza alcun motivo, per percorrere un tragitto di
alcuni chilometri all’interno del proprio paese. Solo perché qualcuno ha
deciso che gli andava così.

Girare per la Palestina, a parte questi
“contrattempi” è abbastanza sicuro, tuttavia ci sono certi luoghi dove è
meglio andare accompagnati. (Un buon sistema è farsi accompagnare da Green Olive Tours,
un collettivo interreligioso che organizza visite nei luoghi più
significativi della Palestina). Come ad esempio a Hebron città che, pur
trovandosi in zona A, è sotto il controllo militare di Israele per via
dei suoi luoghi di culto venerati sia dagli islamici sia dagli ebrei.
Negli ultimi anni nella città vecchia di Hebron si sono insediati alcuni
ebrei ortodossi. Alcuni di loro hanno occupato case ai piani alti di
strade sotto le quali c’è il mercato arabo e dalle loro finestre capita
che lancino uova, spazzatura e pietre.
Una visita interessante è anche quella dei campi
rifugiati dove vivono ammassati migliaia di palestinesi che hanno perso
la loro casa per via delle occupazioni. In pratica sono profughi nel
loro paese. A Balata, il più grande campo palestinese a Nablus, abitano
30mila persone, di cui 10mila bambini. Quasi ogni giorno c’è
un’irruzione dei militari israeliani con gas lacrimogeni e mitra
spianati che cercano dei terroristi. In genere non trovano niente, ogni
tanto qualcuno ci rimette la pelle solo perché ha provato a fotografare o
filmare la scena. Resta il fatto che a Balata ci sono 10mila bambini
che crescono con questa quotidianità: un esercito occupante (quelli
“cattivi cattivi che urlano”, per intenderci) da cui difendersi in casa
propria.
Cosa sono gli insediamenti
In mezzo a tutto questo ci sono gli
insediamenti, ovvero le colonie di cittadini israeliani in terra
palestinese. Secondo i trattati internazionali costruire colonie in un
territorio militarmente occupato non solo è illegale, ma è considerato
un crimine di guerra. Nel 1995, quando è stato assassinato Rabin da un
ebreo ultraortodosso che lo accusava di aver firmato il trattato di
Oslo, i coloni che vivevano in Palestina erano poco più di 100mila.
Oggi, fra Gerusalemme Est e il West Bank sono circa 700mila.
Funziona così: un bel giorno un gruppetto di
israeliani arriva su una collina palestinese, ci mette un paio di
container e ci pianta una bandiera israeliana. E’ un’azione illegale, è
infatti, ufficialmente, non hanno il permesso del governo israeliano. Lo
fanno perché nella Bibbia (gli ultraortodossi in genere non lavorano,
ma passano la giornata a studiare la Torah, i primi cinque libri della
Bibbia, vivono di sussidi statali e sono piuttosto malvisti dagli
israeliani laici e liberali) c’è scritto, più o meno, che quella è la
loro terra. E la Bibbia, per loro, vale di più degli accordi
internazionali e delle regole di convivenza civile.
A quel punto, immediatamente, arriva l’esercito
israeliano a proteggerli (zona A, B o C non fa differenza) perché i
palestinesi potrebbero aggredirli. Nel frattempo alcune società private
cominciano a costruire le case in muratura, arrivano le strade e
soprattutto arrivano gli acquedotti.
La questione degli acquedotti è cruciale: palestinesi e israeliani hanno un approvvigionamento separato.
Inoltre, il governo israeliano ha il diritto di
approvare o negare (come di solito succede) la costruzione di nuovi
pozzi e nuovi acquedotti. Gli insediamenti che circondano i centri
palestinesi sono un colpo d’occhio impressionante a livello cromatico:
gli insediamenti sono circondati dal verde, i villaggi palestinesi dal
deserto. Ma la differenza sostanziale è la presenza dei tank per l’acqua
che stanno sui tetti di tutte le case palestinesi, dove l’acqua arriva
ogni 10–15 giorni e quindi bisogna stoccarla e non sprecarla, mentre a
sulla collina di fronte i coloni annaffiano i gerani.
Nel frattempo gli insediamenti prosperano e
arrivano a ospitare anche decine di migliaia di persone. Per costruirli i
campi e gli uliveti dei palestinesi vengono requisiti e le fattorie
spesso distrutte. C’è una protezione costante dell’esercito spesso
rinforzata dalle guardie private, le case costano meno che in Israele e i
servizi sono altrettanto efficienti. Ci trovano spesso casa gli
immigrati. Israele ha una “legge del ritorno” che garantisce l’immediato
riconoscimento della cittadinanza, incentivi economici di alcune decine
di migliaia di euro e molti altri benefit (scuole, aiuti per comprare
auto e case, welfare, corsi di formazione) per gli ebrei che decidono di
trasferircisi.
Quindi le colonie permettono di prendere un
discreto numero di piccioni con un solo fagiolo. Da una parte si dà
casa, e in un certo senso si confina, l’emigrazione meno qualificata,
più povera e più religiosa, permettendo alle città come Tel Aviv di
rimanere ricche e laiche. Dall’altra si circondano le città palestinesi,
spesso tagliando le comunicazioni (grazie ai check point che nel
frattempo vengono istituiti a proteggere gli insediamenti che dopo
qualche anno il governo israeliano “legalizza”) fra due città distanti
pochi chilometri. Nel frattempo questa massa di persone che si
trasferisce nelle colonie diventa un soggetto politico sempre più
influenteche alle elezioni vale più o meno il 10%, che viene raccolto da
partiti di estrema destra, secolare o ultrareligiosa, che governa con
il Likud di Nethanyahu.
Tutto questo, come dicevo, è vietato dalla
comunità internazionale che lo considera un crimine di guerra. Molti
politici israeliani (fra cui Avigdor Lieberman) e alcuni ministri del
governo Nethanyahu, abitano orgogliosamente nelle colonie.
Tutto questo fa sì che la cosiddetta “Soluzione
dei due stati”, sancita dai trattati, benedetta da America ed Europa e
accettata, almeno nelle dichiarazioni che fanno all’estero, sia dal
governo israeliano che dall’autorità palestinese, sia ormai diventata
solo una bella favoletta che ci raccontiamo qua da noi per metterci la
coscienza in pace e per far finta che alla fine di tutto questo gran
baccano possa esserci una soluzione. Il fatto che circa 700mila
cittadini israeliani vivano abusivamente (ma in casette con giardino,
strade e acquedotti) e continuino ad aumentare, in un territorio (Gaza
esclusa) dove abitano circa due milioni e mezzo di persone rende la
soluzione dei due stati, nei fatti, impraticabile.
E poi c’è un muro
Per essere ancora più sicuri che nessun
palestinese si infiltri in territorio israeliano, da quindici anni è
cominciata la costruzione di un muro che separa due territori. Sono 810
chilometri di “barriera” ed è la più importante e costosa infrastruttura
nella storia di Israele e più che un confine fra due stati è un modo
per isolare le popolazioni palestinesi impedendo ulteriormente loro di
avere un territorio statale coeso e omogeneo.
Una risoluzione Onu del 2004 disse che il muro
era illegale, che Israele avrebbe dovuto smettere di costruirlo e
ricompensare i palestinesi ai quali, per la costruzione del muro, erano
state confiscate case e proprietà. Parole al vento. Il governo
israeliano definisce questa politica “separazione”. L’Onu, invece,
definisce ogni sistema di segregazione raziale Apartheid e lo definisce un crimine contro l’umanità.
Nella zona di Betlemme il muro, sotto l’azione
del noto writer inglese Banksy e di altri artisti internazionali, è
diventato una galleria d’arte a cielo aperto. Quest’anno Banksy ha
aperto anche un albergo con la vista sul muro, il Walled off hotel,
che si fregia del titolo dell’albergo con la vista più brutta del
mondo. Ogni stanza è un’opera d’arte, ogni particolare curato nel
dettaglio e dentro c’è un museo che racconta la situazione della
Palestina.
E poi c’è Gaza
Gaza è un mondo a parte. E da lì non si può
entrare né uscire, né via terra né via mare, salvo isolatissime
eccezioni. E’ una striscia di 40 chilometri per 10 dove abita un milione
e mezzo di persone sotto embargo di Israele. Ovviamente non ci sono
entrato, sono arrivato solo ai confini e mi limito ai racconti che mi
sono stati fatti.
Da quando la striscia di Gaza è chiusa è
aumentata la povertà, spesso mancano acqua e luce e negli ultimi anni ci
sono stati numerosi bombardamenti che hanno fatto migliaia di vittime.
Casuali, come fanno di solito i bombardamenti.
Gaza non è solo geograficamente scollegata dal resto della Palestina. Dal 2006 è, di fatto, sotto il controllo di Hamas,
un’organizzazione islamica più radicale che alcuni paesi definiscono
come terrorista. Hamas ha rotto i rapporti con l’Autorità nazionale
palestinese e questo ha fatto sì che le due parti dei territori
palestinesi abbiano due autorità distinte e in fortissimo contrasto fra
loro.
Dalla striscia, fino a qualche anno fa,
partivano i famigerati razzi Qassam, degli ordigni artigianali
fabbricati con un tubo di acciaio e un gas esplosivo, che, per anni,
hanno fatto vivere nel terrore le aree limitrofe.
E poi ci sono i buonisti
Poi però ci sono anche tante persone che, nel
loro piccolo, per quello che possono, lavorano per la pace. Sono quelli
che qualcuno nell’Italia del 2017, chiamerebbe buonisti.
Sono dentro le associazioni palestinesi che cercano il dialogo. Sono in
quella parte, sempre più esigua, di opinione pubblica israeliana che
riconosce le sistematiche violazioni dei diritti umani dei palestinesi
da parte del loro governo: ne fanno parte Amos Oz, David Grossman, i
militari israeliani di Breaking the silence,
alcuni esponenti della sinistra della Knesset. Sono alcuni dei
rappresentanti della Santa Sede che, come al solito, in fatto di arte
della politica e della diplomazia danno due giri a tutti gli altri. Sono
i Salesiani, i Francescani e altri ordini che tengono aperte le loro
scuole a bambini di tutte le religioni, senza imporre il loro vangelo,
ma cercando di farne vivere lo spirito proprio laddove è stato
predicato. Sono i funzionari delle Nazioni Unite che, nonostante i
balbettii della loro organizzazione, si fanno ogni giorno un culo
quadrato per cercare di limitare i conflitti e portare un po’ di
sollievo a chi sta peggio. Sono tanti giovani, nati sia di qua sia di là
dal muro che non ne possono più di tutta questa assurda situazione e
che, semplicemente, non vedono perché non si potrebbe smettere di farsi
la guerra.
Il problema è che i buonisti stanno antipatici
alla maggioranza delle persone che infatti votano e appoggiano sempre di
più le forze che basano il loro consenso sulla paura e l’ostilità nei
confronti del rispettivo nemico: i partiti di destra in Israele e Hamas
in Palestina.
Quindi, in sintesi, detto che la soluzione dei
due stati è diventata nei fatti irrealizzabile, una soluzione pacifica
ulteriore dovrebbe uscire dal confronto fra la destra religiosa e
nazionalista che governa e governerà Israele e un’ala palestinese sempre
più radicalizzata e vicina ad Hamas. Due entità che non riusciranno mai
a dialogare come invece facevano Rabin e Arafat e che, con mille
difficoltà, ipotizzarono una soluzione tutto sommato più semplice di
quella di creare un unico stato multiculturale e tollerante. Se ci si
aggiunge, poi, che, ogni giorno, in Israele e Palestina, si coltiva la
violenza per le strade non è difficile ipotizzare cosa attenderà questa
terra per i prossimi anni.
Quindi non è questione di essere pro Israele o pro Palestina, ma di essere pro o contro la giustizia.
E poi, e poi…
In queste due settimane ho provato molti
sentimenti diversi: rabbia, indignazione, solidarietà, compassione.
Quello che più mi ha dato fastidio è stato, però, la vergogna. Mi sono
vergognato perché tutte le persone con le quali ho parlato, dagli ebrei
sionisti ai palestinesi più intransigenti, mi hanno spesso citato
(parlandone, a seconda dei casi, benissimo o malissimo) gli Stati Uniti,
la Russia, la Turchia, l’Iran, i paesi del Golfo e l’Onu. Mai, mai,
mai, qualcuno ha tirato in ballo l’Europa.
L’Europa da queste parti è vista come un luogo
magnifico, dove spesso ci sono le origini dei propri antenati, che
sarebbe bello poter visitare e da dove arrivano i turisti più simpatici.
Ma non come un interlocutore politico o diplomatico che potrebbe fare
qualcosa in un senso o in un altro.
Eppure, a pensarci bene, chi meglio dell’Europa,
se l’Europa fosse unita, forte e credibile, potrebbe fare veramente
qualcosa per questa martoriata terra? Chi meglio dell’Europa incarna i
valori di pace, di democrazia, chi avrebbe più coscienza storica, più
visione prospettica, più capacità economica, più vicinanza geografica e
culturale per poter dare un contributo alla pacificazione di questa
terra?
Due stati indipendenti, autonomi e confinanti,
probabilmente, non nasceranno mai. La violenza, inevitabilmente e
periodicamente, tornerà a scoppiare. Soffriranno altri innocenti,
moriranno altri bambini. E’ solo questione di tempo.
E forse la cosa più concreta che noi italiani,
noi europei, possiamo fare per la pace in Medio oriente, invece che
battibeccare se ci stiano più simpatici gli israeliani o i palestinesi, è
impegnarci per costruire un’Europa forte, fiera, libera e aperta.
L’esatto opposto, per capirsi, di quell’istituzione litigiosa, meschina,
sospettosa ed egoista che abbiamo visto e alimentato negli ultimi
quindici anni.
Spesso accusiamo l’America di voler esportare la
libertà e la democrazia con le armi e coi soldi. L’Europa le potrebbe
esportare con la cultura e con la politica. L’Europa avrebbe tutte le
capacità per migliorare se stessa e il mondo. Se — dannazione — solo lo
volesse.
TAG:
banksy, il Muro, Israele, medio oriente, Palestina
CAT:
diritti umani, Medio Oriente

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