Jeff Halper Per Israele espellere i beduini è economicamente remunerativo
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- Per Israele espellere i beduini è economicamente remunerati
Quando
si parla di occupazione, repressione, deportazione e controllo, si
tende a guardare alle fonti più potenti ed evidenti della coercizione e
dell’ingiustizia: eserciti, politiche governative, poliziesche e
diplomatiche.
La
decisione della pretura di Be’er Sheva che sei abitanti beduini del
villaggio di Al-Araqeeb, nel Naqb/Negev, tutti cittadini israeliani,
paghino circa 100.000 dollari allo Stato come indennizzo per le spese
sostenute per la demolizione delle loro case dimostra l’efficacia di
micro-meccanismi meno visibili per colpire questi obiettivi
fondamentali. In questo caso dimostra in che modo la legge possa essere
utilizzata come un’efficace arma di deportazione.
Quando
la gente non può essere intimidita perché smetta di fare resistenza
contro la demolizione delle proprie case, una popolazione povera come
quella beduina può essere aggredita nel punto più vulnerabile:
economicamente. Circa il 75% della popolazione beduina – 200.000 persone
su un totale in tutto il Paese di circa 270.000– vive nel Naqab,
rappresentando oltre il 30% della popolazione totale di quella regione.
Circa il 65% di loro è stato finora confinato nelle sette township
[termine che in Sudafrica indica le baraccopoli in cui vivono i neri,
ndt.] che Israele ha costruito per loro, posti isolati carenti di
infrastrutture e di posti di lavoro, da cui sono trasportati nelle
comunità israeliane come lavoratori manuali. Tutte e sette sono tra le
dieci località più povere di Israele. Un terzo dei loro residenti non ha
accesso ai servizi elettrici ed idrici nazionali. Solo il 37% dei
beduini in età lavorativa ha un’occupazione e il 90% di loro guadagna
meno dello stipendio minimo. Il salario medio di un beduino maschio è di
1.200 dollari al mese, quello di una donna di 730 dollari.
Dal
2010 Al-Araqeeb è stato demolito dalle autorità e ricostruito dagli
abitanti 116 volte, un caso veramente impressionante di resistenza
popolare all’espulsione e allo sradicamento culturale. (Non avendo perso
il loro acuto senso di amara ironia, le 500 persone di Al-Araqeeb hanno
fatto domanda di essere incluse nel Guinness dei primati per aver
superato il record nel numero di demolizioni). Cambiando tattica, lo
Stato ha quindi deciso di perseguire ognuna delle famiglie beduine
impoverite con ordini giudiziari per fargli pagare i costi della
demolizione delle loro case.
Il
Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case (ICAHD) stima che
più di 130.000 case di palestinesi (compresi i beduini) sono state
demolite in tutto il Paese dal 1948. Come nel caso di molte demolizioni
di case, l’obiettivo sotteso è di occupare terra araba e confinare la
popolazione araba in angoli e nicchie ristretti del Paese. Gli
“arabo-israeliani” rappresentano il 20% della popolazione israeliana, ma
sono confinati dalle leggi, dalle politiche del territorio e dai piani
regolatori solo sul 3,5% della terra.
Quasi
metà della popolazione beduina, 90.000 persone, vive in “villaggi non
riconosciuti”, come Al-Araqeeb. Dato che storicamente i beduini non
registravano la proprietà della terra, sicuramente non come singoli
proprietari privati, è stato facile per Israele sostenere in tribunale
che non hanno la proprietà giuridica e che le loro terre tradizionali
vengano restituite allo Stato. Ciononostante i beduini hanno lottato per
i loro diritti sulla terra per anni nei tribunali israeliani, e il
risultato finale deve ancora essere definito. Ciò rende le demolizioni
delle case di Al-Araqeeb se non illegali (dato che non possono ottenere
dallo Stato i permessi edilizi necessari), quanto meno ingiustificate e
fatte in malafede, soprattutto dato che il vero motivo dello Stato non è
la regolarizzazione della terra a beneficio di tutti i suoi cittadini,
ma di impossessarsi delle terre dei beduini per le colonie ebraiche e
per ragioni militari. Allontanata dalle proprie terre e dalla vita
nomade, la popolazione beduina è quindi trasferita nelle township per
languirvi in povertà.
Obbligare
i palestinesi a pagare per la demolizione delle proprie case è una
prassi comune anche in altre parti del Paese, compresa Gerusalemme est.
Una variante di ciò è l’imposizione di pesanti sanzioni pecuniarie a
famiglie che costruiscono “illegalmente” (anche se, di nuovo, non c’è
modo in cui gli arabi possano ottenere da qualche parte permessi edilizi
al di fuori di enclave approvate che non includono la grande
maggioranza delle abitazioni e fattorie arabe) – multe che raggiungono i
15-20.000 dollari. Dato che la maggioranza delle famiglie arabe vive al
di sotto del livello di povertà, possono essere obbligate dai tribunali
a demolire esse stesse le proprie case in cambio di una riduzione
dell’ammenda. L’ICAHD stima che l’autodemolizione, anche se non è stata
rilevata, rappresenti un ulteriore terzo delle demolizioni di case.
Benché
i diritti umani dovrebbero essere messi in pratica all’interno di
Israele come nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), è molto più
difficile che lo siano là, dato che i tribunali israeliani non
riconoscono la loro applicazione all’interno di Israele o sentenziano
(come nel caso di Al-Araqeeb) sulla base di tecnicismi giuridici,
escludendo quindi considerazioni relative ai diritti umani. Nei TPO la
situazione è diversa, e a Israele è stata contestata la violazione dei
diritti umani – soprattutto della Quarta Convenzione di Ginevra, che
vieta le demolizioni di case.
Sfortunatamente
gli attivisti per i diritti umani e l’ANP non sono riusciti a fare in
modo che i tribunali internazionali si occupino di questi casi, come
hanno l’obbligo di fare in base alla giurisdizione universale. Il
sistema legale israeliano sostiene che le Leggi Umanitarie
Internazionali (IHL) non si applicano ai TPO perché non c’è
un’occupazione. (Israele sostiene che c’è un’occupazione solo quando uno
Stato sovrano conquista il territorio di un altro Stato sovrano e che
nessuno ha mai avuto sovranità sui TPO, una posizione non accettata da
nessuno nella comunità giuridica internazionale, ma efficace
nell’intralciare il lavoro giuridico e politico). I tribunali
israeliani, quindi, nei TPO decidono solo sulla base delle leggi
israeliane. Ciò è doppiamente illegale – rappresenta un’estensione di
fatto delle leggi israeliane in un territorio occupato, in violazione
delle IHL, e ignora le protezioni che le IHL garantiscono ai palestinesi
che vivono sotto occupazione.
Le
sei famiglie non hanno ancora deciso se presentare appello. Nel
frattempo altre comunità beduine lottano per conservare le proprie terre
e il proprio modo di vita – Umm Al-Hiran, le cui terre Israele vuole
per un insediamento militare (non si pensi che tutte le colonie sono nei
TPO) –rappresentando il bersaglio più immediato – mentre gli abitanti
delle township stanno lottando semplicemente per sopravvivere nel
sottoproletariato di Israele.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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