Gigi Riva: " Gli islamici si sparano e Netanyhau dorme tranquillo"
Rassegna del 10/09/2017 - Moked
www.moked.it/unione_informa/.../indicegeneralerassegna.pdf - Copia cache - Simili
10/09/2017 Espresso. Due ometti e una bomba. Rachman Gideon. 40. 10/09/
2017 Espresso. Gli islamici si sparano e Netanyahu dorme tranquillo. Riva Gigi.
42.
Una ricostruzione romanzata ma non troppo vuole
che nel 2000 a Camp David andò più o meno così. II presidente americano
Bill Clinton sl corico pensando dl aver fatto una fetta importante di
storia perché mediatore dell'accordo di pace finalmente raggiunto tra
israeliani e palestinesi: andava verso la fine del suo secondo mandato e
quello era II coronamento massimo. Ehud Barak, il premier israeliano,
faticò ad addormentarsi al pensiero dl come avrebbe reagito il suo
popolo alle "concessioni" che sarebbero state giudicate senz'altro
"troppe". Ma aveva una carta di riserva: quelle "concesslonl" (arrivò a
promettere II 93 per cento dei Territori occupati) le aveva declinate
oralmente, non c'era alcun documento scritto. Quanto a Yasser Arafat, il
leader palestinese, fu svegliato nel cuore della notte da una
telefonata dl re Fahd dall'Arabia Saudita che lo metteva in guardia:
«Non firmare quegli accordi. Gerusalemme non è affare solo del popolo
palestinese ma di tutto li mondo arabo•. SI riferiva alfa spartizione
prevista della Città Santa, terzo luogo sacro in ordine d'importanza
dell'Islam.
Arafat capì che, una volta tornato in patria, sarebbe stato un dead man walking. E, con un voltafaccia clamoroso rispetto alle promesse ante-sonno, la mattina seguente non firmò. La pace svanì, non si era mai arrivati tanto vicini. I successivi tentativi sono tutti abortiti prima ancora di sedersi attorno a un tavolo. Da allora sono successe tante cose. L'11 settembre, la guerra in Iraq, la guerra tra Israele e Libano, alcune guerre nella Striscia di Gaza, la nascita, l'affermazione e il tramonto dello Stato islamico, il conflitto intraconfessionale tra sunniti e sciiti.
Scivolata nel limbo di uno status quo da cui i duellanti sembrano non poter uscire (i palestinesi per la spaccatura tra Fatah e Hamas oltre alla mancanza di leadership, gli israeliani perché a loro va benissimo così), l'ormai secolare disputa sulla Terrasanta è uscita dalle urgenze del cono mediatico per essere sorpassata dalla sfida di al-Baghdadi. Si è dunque sostituita una rivendicazione nazionale, il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato, con l'idea internazionalista della riunione dei musulmani in un unico Stato: la Umma di tutti i credenti dalle montagne dell'Atlante (Marocco) all'Indonesia.
Una conseguenza anche del confronto tra sciiti e sunniti. Cambiando le prospettive, sono cambiati anche gli amici e i nemici. La storia che procede fa assumere geometrie variabili, a dispetto dell'immobilità ormai cronica del contenzioso più antico. Così Israele e Arabia Saudita, ad esempio, si trovano concordi nell'allarme lanciato contro gli ayatollah e il loro sogno nucleare. Così alla stessa Israele non dispiace una Siria destabilizzata e minaccia minore ai suoi confini rispetto a quando era coesa dietro al regno degli Assad.
Nel variegato mondo arabo, la questione palestinese è almeno per il momento accantonata perché l'attenzione si sposta sulla supremazia interna: chi prevale tra l'asse sciita sulla linea TeheranDamasco-Beirut e l'asse sunnita con capitale Riyad? Sempre che, sospetto perenne, la questione palestinese non fosse, anche in passato, un pretesto per muovere guerre (tutte perse, peraltro) contro l'odiata Israele
. II risultato è che Israele non ha mai goduto di tanta tranquillità, proprio perché il fronte nemico si sfalda e si scanna. L'economia marcia veloce, la supremazia non è in discussione. Se dunque lo Stato ebraico resta centrale nell'interesse del mondo è per cause esogene rispetto alla regione. Come il timore per le sue sorti dell'amministrazione americana, con Donald Trump che è tornato a costruire un rapporto privilegiato dopo le incomprensioni tra Netanyahu e Obama. Un riawicinamento che ha come corollario la denuncia dell'accordo, peraltro firmato dal primo presidente nero a Washington, con gli ayatollah. E che si trascina la necessità, pure strategica, di conservare la stabilità del regno hashemita di Giordania, e di un Egitto che l'ha ritrovata a prezzo della dittatura sanguinaria e repressiva di al-Sisi: entrambi alleati (il Cairo più freddamente) dell'Occidente
. Dunque in questa debolezza e isolamento dei palestinesi, tramonta la soluzione due popoli-due Stati. Sulla quale pesa come un'ipoteca la progressiva occupazione di fette di Cisgiordania da parte dei coloni, lobby già potente, ora potentissima. E comincia a far capolino l'ipotesi dello Stato binazionale (Yehoshua ne è un fautore come spiega nel colloquio con Wlodek Goldkorn). Che ha un problema per i puristi dei sionismo: Stato binazionale significa fine dello Stato ebraico.
Arafat capì che, una volta tornato in patria, sarebbe stato un dead man walking. E, con un voltafaccia clamoroso rispetto alle promesse ante-sonno, la mattina seguente non firmò. La pace svanì, non si era mai arrivati tanto vicini. I successivi tentativi sono tutti abortiti prima ancora di sedersi attorno a un tavolo. Da allora sono successe tante cose. L'11 settembre, la guerra in Iraq, la guerra tra Israele e Libano, alcune guerre nella Striscia di Gaza, la nascita, l'affermazione e il tramonto dello Stato islamico, il conflitto intraconfessionale tra sunniti e sciiti.
Scivolata nel limbo di uno status quo da cui i duellanti sembrano non poter uscire (i palestinesi per la spaccatura tra Fatah e Hamas oltre alla mancanza di leadership, gli israeliani perché a loro va benissimo così), l'ormai secolare disputa sulla Terrasanta è uscita dalle urgenze del cono mediatico per essere sorpassata dalla sfida di al-Baghdadi. Si è dunque sostituita una rivendicazione nazionale, il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato, con l'idea internazionalista della riunione dei musulmani in un unico Stato: la Umma di tutti i credenti dalle montagne dell'Atlante (Marocco) all'Indonesia.
Una conseguenza anche del confronto tra sciiti e sunniti. Cambiando le prospettive, sono cambiati anche gli amici e i nemici. La storia che procede fa assumere geometrie variabili, a dispetto dell'immobilità ormai cronica del contenzioso più antico. Così Israele e Arabia Saudita, ad esempio, si trovano concordi nell'allarme lanciato contro gli ayatollah e il loro sogno nucleare. Così alla stessa Israele non dispiace una Siria destabilizzata e minaccia minore ai suoi confini rispetto a quando era coesa dietro al regno degli Assad.
Nel variegato mondo arabo, la questione palestinese è almeno per il momento accantonata perché l'attenzione si sposta sulla supremazia interna: chi prevale tra l'asse sciita sulla linea TeheranDamasco-Beirut e l'asse sunnita con capitale Riyad? Sempre che, sospetto perenne, la questione palestinese non fosse, anche in passato, un pretesto per muovere guerre (tutte perse, peraltro) contro l'odiata Israele
. II risultato è che Israele non ha mai goduto di tanta tranquillità, proprio perché il fronte nemico si sfalda e si scanna. L'economia marcia veloce, la supremazia non è in discussione. Se dunque lo Stato ebraico resta centrale nell'interesse del mondo è per cause esogene rispetto alla regione. Come il timore per le sue sorti dell'amministrazione americana, con Donald Trump che è tornato a costruire un rapporto privilegiato dopo le incomprensioni tra Netanyahu e Obama. Un riawicinamento che ha come corollario la denuncia dell'accordo, peraltro firmato dal primo presidente nero a Washington, con gli ayatollah. E che si trascina la necessità, pure strategica, di conservare la stabilità del regno hashemita di Giordania, e di un Egitto che l'ha ritrovata a prezzo della dittatura sanguinaria e repressiva di al-Sisi: entrambi alleati (il Cairo più freddamente) dell'Occidente
. Dunque in questa debolezza e isolamento dei palestinesi, tramonta la soluzione due popoli-due Stati. Sulla quale pesa come un'ipoteca la progressiva occupazione di fette di Cisgiordania da parte dei coloni, lobby già potente, ora potentissima. E comincia a far capolino l'ipotesi dello Stato binazionale (Yehoshua ne è un fautore come spiega nel colloquio con Wlodek Goldkorn). Che ha un problema per i puristi dei sionismo: Stato binazionale significa fine dello Stato ebraico.
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