Fulvio Scaglione: l'11 Settembre Ora viviamo in un altro mondo
Oggi
è il sedicesimo dodici settembre della nostra storia. Ovvero, per
l’ennesima volta ci chiediamo come e quanto sia cambiato il nostro mondo
dal maledetto giorno del 2001 in cui 19 terroristi di Al Qaeda
dirottarono quattro aerei di linea per…
ecodibergamo.it
Oggi è il sedicesimo dodici settembre della nostra
storia. Ovvero, per l’ennesima volta ci chiediamo come e quanto sia
cambiato il nostro mondo dal maledetto giorno del 2001 in cui 19
terroristi di Al Qaeda dirottarono quattro aerei di linea per scagliarli
contro obiettivi dall’alto valore simbolico: le Torri Gemelle di New
York, il Pentagono e forse la Casa Bianca (o il Congresso) a Washington.
Obiettivi in terra d’America, certo, ma luoghi dell’intero Occidente,
il cuore del potere finanziario, militare e politico che in quel periodo
faceva ruotare il pianeta.
Proprio per questo oggi dovremmo trovare la forza di ammettere
che quell’Occidente non è cambiato: è finito, estinto, sparito. Non c’è
più e non tornerà. Torniamo con la memoria al 10 settembre 2001, alle
ore in cui i terroristi si preparavano al volo fatale. Noi vivevamo in
un mondo in cui il comunismo era collassato come un vecchio dinosauro e
la democrazia in politica e il liberalismo in economia erano non più
delle scelte ma l’unica ipotesi rimasta in campo. Chi non era
democratico, credevamo allora, lo sarebbe diventato. Chi non apprezzava
la libertà di mercato si sarebbe prima o poi convertito. In cui gli
Stati Uniti d’America, ovvero i campioni indiscussi della democrazia
liberale, erano anche l’unica superpotenza planetaria e quindi si
sentivano investiti, ed erano un po’ da tutti chiamati, a ricoprire il
ruolo di sceriffi del mondo e di guardiani dell’ordine finalmente
raggiunto. Diamo un’occhiata in giro oggi: quale di tali convinzioni ha
retto a questi sedici anni? C’è una larga parte del pianeta, dalla Cina
alla Russia, che respinge con successo l’idea della democrazia o,
almeno, la pone in secondo piano rispetto ad altri valori come la
stabilità sociale o la solidità dello Stato. Allo stesso modo, il
dirigismo economico è protagonista anche in Paesi che pure hanno vissuto
o stanno vivendo importanti fasi di sviluppo. E del ruolo degli Usa che potremmo dire? Quanti sono ancora pronti a considerarli la guida indiscussa dell’Occidente? Anche in Europa cresce la fronda, e la fedeltà atlantica dei Paesi dell’ex Europa dell’Est è più che compensata dal crescente scetticismo dei Paesi della Vecchia Europa, dall’Italia alla Germania, dalla Francia alla Spagna. Rispetto al 10 settembre 2001 viviamo, appunto, in un altro mondo.La giusta domanda, a questo punto, sarebbe: o merito della forza del nemico o colpa delle nostre debolezze? Meglio puntare sulla seconda ipotesi. Ci siamo concentrati sulla teoria autoconsolatoria dello «scontro di civiltà» (più o meno equivalente al pianto dei bambini: «È tutta colpa sua, io non ho fatto niente!») ma la nostra idea che la storia marciasse in una sola direzione e che a fare civiltà e comunità bastassero il progresso scientifico e tecnologico e l’affermazione dei diritti individuali era a dir poco ingenua. Già allora il pianeta girava intorno a dinamiche più variegate e complesse di queste, che l’euforia della «vittoria» sul comunismo ci aveva spinti a ignorare. Quella di Osama bin-Laden e di Al Qaeda era una pulsione di morte folle e improduttiva ma servì a ricordarci una realtà semplice e terribile al tempo stesso: ciò che per noi era bello e buono poteva essere ripugnante e odioso per altri. E se noi eravamo disposti a combattere per i nostri valori, altri erano disposti a combattere per i loro, per quanto distorti paressero a noi.Da sedici anni ci dibattiamo appesi a questo amo. Come possiamo spiegarci a chi non ci capisce? Come parlare a chi ci odia? La strategia che abbiamo scelto dopo l’11 settembre, tutta armi e denaro, non ha pagato. Avremo la forza di trovarne un’altra?
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Credevamo
la Storia fosse finita, che la democrazia liberale fosse l’unico mondo
possibile, che il potere delle religioni fosse residuale: guardate il
mondo ora, a sedici anni di distanza
linkiesta.it|Di Fulvio Scaglione
Daniel McWilliams e George Johnson sono ancora pompieri, e hanno fatto un po’ di carriera.
William Eisengrein invece è in pensione ed è per questo che ogni tanto
si fa intervistare dai giornali. Dell’11 settembre 2001gli restano i
ricordi e i tatuaggi, in particolare quello che si fece fare nel 2002
sull’avambraccio destro, con il profilo delle Torri Gemelle. Per anni li
abbiamo visti nella celeberrima foto scattata da Thomas Franklin: loro
tre, coperti di polvere, in bilico sulle macerie lasciate da Al Qaeda,
con una bandiera americana in mano. Ancora oggi, McWilliams,
Johnson ed Eisengrein sono convinti di essere stati immortalati mentre
la alzavano. Non sapevano allora, e molti non lo sanno tuttora, che
stavano invece cominciando ad ammainarla.
Dovremmo ammetterlo, prima o poi: quel giorno hanno vinto “loro”, chiunque fossero i terroristi, chiunque siano poi diventati. Il mondo, adesso, somiglia assai più a ciò che pensavano o volevano loro e assai meno a ciò a cui eravamo abituati noi. Eravamo, in quel 2001, in piena euforia da fine della Storia, come recitava il titolo di un saggio pubblicato da Francis Fukuyama nel 1989. Il Muro di Berlino andava giù, le azioni di Wall Street andavano su, come non pensare che la democrazia liberale fosse l’apice della civiltà umana? E come non essere convinti che gli Usa, a loro volta tempio della democrazia liberale, fossero destinati a guidare il mondo arrivato al massimo del proprio sviluppo?
Fukuyama, del resto, era sicuro che la Storia si sviluppasse in una sola direzione, cioè in avanti. E che tale sviluppo avesse due motori: lo “spirito della scienza”, cioè la tendenza dell’uomo ad adeguare il proprio modo di vivere in base all’evoluzione cognitiva e tecnologica; e il “desiderio di riconoscimento”, cioè il bisogno dell’uomo di veder riconosciuta la sua peculiare identità (religiosa, politica, sociale, sessuale…) da tutti i simili, cosa che può avvenire solo attraverso la democrazia.
Gli attentati dell’11 settembre, anche nel loro tributo di sangue, furono una rappresentazione plastica di quella convinzione. La maestosità dei grattacieli nel cuore finanziario del mondo, la tecnologia applicata alla globalizzazione. Le quasi tremila vittime, nate in 90 Paesi diversi e per il 18% di passaporto non americano, a incarnare il richiamo universale e il riconoscimento di ognuno nella democrazia liberale in quel Paese.
Dovremmo ammetterlo, prima o poi: quel giorno hanno vinto “loro”, chiunque fossero i terroristi, chiunque siano poi diventati. Il mondo, adesso, somiglia assai più a ciò che pensavano o volevano loro e assai meno a ciò a cui eravamo abituati noi. Eravamo, in quel 2001, in piena euforia da fine della Storia, come recitava il titolo di un saggio pubblicato da Francis Fukuyama nel 1989. Il Muro di Berlino andava giù, le azioni di Wall Street andavano su, come non pensare che la democrazia liberale fosse l’apice della civiltà umana? E come non essere convinti che gli Usa, a loro volta tempio della democrazia liberale, fossero destinati a guidare il mondo arrivato al massimo del proprio sviluppo?
Fukuyama, del resto, era sicuro che la Storia si sviluppasse in una sola direzione, cioè in avanti. E che tale sviluppo avesse due motori: lo “spirito della scienza”, cioè la tendenza dell’uomo ad adeguare il proprio modo di vivere in base all’evoluzione cognitiva e tecnologica; e il “desiderio di riconoscimento”, cioè il bisogno dell’uomo di veder riconosciuta la sua peculiare identità (religiosa, politica, sociale, sessuale…) da tutti i simili, cosa che può avvenire solo attraverso la democrazia.
Gli attentati dell’11 settembre, anche nel loro tributo di sangue, furono una rappresentazione plastica di quella convinzione. La maestosità dei grattacieli nel cuore finanziario del mondo, la tecnologia applicata alla globalizzazione. Le quasi tremila vittime, nate in 90 Paesi diversi e per il 18% di passaporto non americano, a incarnare il richiamo universale e il riconoscimento di ognuno nella democrazia liberale in quel Paese.
n molte pagine di delirio politico-religioso, il leader di Al Qaeda scriveva anche: “La libertà e la democrazia di cui voi parlate è riservata a voi stessi e alla razza bianca. Al resto del mondo imponete politiche e Governi mostruosi che chiamate “amici dell’America”. E poi badate bene che non diventino democrazie”. Il fatto che lo scrivesse il re dei terroristi non lo rende meno vero
E oggi? Siamo lontani anni luce da quello stato d’animo. Chi
guarda più agli Usa come al faro dell’Occidente? E non raccontiamoci
frottole, questo processo non è cominciato con Donald Trump. Al
contrario, Trump è il prodotto, o meglio uno dei prodotti, dell’ammainabandiera cominciato sulle macerie dell’11 settembre.
Nel mondo finito in quel giorno vivono ormai solo i Paesi dell’ex Est
Europa più forse il Regno Unito, mentre Germania, Italia, Francia,
Spagna e tutta la cosiddetta Vecchia Europa se ne tengono ormai alla
larga. L’assalto furioso dei diciannove dirottatori e il rombo degli
aerei lanciati contro le Torri hanno disperso, una volta per sempre,
quella che Régis Debray, in un libro acuto e stimolante intitolato Civilisation, ha definito “la confusione tra planetario e solidale, tra uniforme e universale”.
Continua Debray: “Un’umanità priva di priva di memoria e di progetto è condannata e si riduce rapidamente alla gestione sempre più precaria delle differenze etniche, religiose e politiche”. Bastò Al Qaeda, nel 2001, a dimostrare che il progresso scientifico e tecnologico non è il collante universale dei popoli, così come non basta Internet a costruire uno spazio comune tra le persone. E bastammo noi a dimostrare che tutta quell’enfasi sul riconoscimento attraverso la democrazia era poco più che retorica. Ci sono grandi popoli, per esempio quello russo e quello cinese, a cui delle garanzie democratiche importa assai meno che di altre cose, per esempio la stabilità dello Stato, la sicurezza, un minimo di garanzie economiche, l’orgoglio patrio. È lì che molti milioni di persone trovano il “riconoscimento” di cui parlava Fukuyama.
E questo sarebbe anche il meno. Il problema vero è che siamo tutti convinti che la democrazia liberale sia il meglio del meglio. Lo crediamo così fermamente che non esitiamo a fare cose per nulla democratiche e per nulla liberali per difenderla. E, soprattutto, per affermarla ricorriamo di continuo all’aiuto dei peggio regimi autocratici e illiberali. Lo diceva Osama bin-Laden nella Lettera agli americani, diffusa nel novembre 2002 per giustificare gli attentati dell’11 settembre. In molte pagine di delirio politico-religioso, il leader di Al Qaeda scriveva anche: “La libertà e la democrazia di cui voi (gli americani, n.d.r) parlate è riservata a voi stessi e alla razza bianca. Al resto del mondo imponete politiche e Governi mostruosi che chiamate “amici dell’America”. E poi badate bene che non diventino democrazie”.
Il fatto che lo scrivesse il re dei terroristi non lo rende meno vero. Nè meno verificabile nel quotidiano, anche oggi, sedici anni dopo le stragi di New York. Ci affanniamo a maledire Bashar al-Assad e a studiare il modo di trascinarlo davanti a un qualche tribunale per i suoi crimini di guerra, in nome della democrazia e della libertà. E sempre in nome di detta democrazia e detta libertà non esitiamo a dare pacche politiche sulle spalle di Omar al-Bashir, dal 1989 (l’anno del saggio di Fukuyama, perbacco) padrone del Sudan dopo un golpe militare e dal 2009 ufficialmente ricercato dal Tribunale penale internazionale per “genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra” commessi in Darfur, dove morirono più di 400 mila persone e 2,5 milioni di profughi persero tutto.
E così, ripetiamolo, hanno vinto loro. Con quattro aerei e diciannove kamikaze hanno fatto saltare l’illusione che un po’ di tecnologia e un po’ di retorica facessero visione e progetto. In sedici anni siamo finiti a farci terrorizzare da qualche pazzo che corre in strada con un coltello. Perché l’11 settembre 2001 gli uomini di Al Qaeda ci hanno imposto la loro, di illusione. Che il progresso, faticoso e pagato a caro prezzo, non conti nulla di fronte all’esempio di un califfo vecchio di quattordici secoli. Che la democrazia non sia il sistema politico più proficuo (il più ampio numero di diritti possibile per il più ampio numero di persone possibile) ma un sistema tra i tanti. Che la religione sia un bastone e non una stampella. Da anni, ormai, siamo nel loro mondo, per questo facciamo tanta fatica. È bastato un attentato, pur clamoroso e terribile, a farci fare un salto spazio-temporale degno dell’Enterprise del capitano Kirk. Quanto eravamo deboli e quanto ci credevamo forti, sedici anni fa.
Continua Debray: “Un’umanità priva di priva di memoria e di progetto è condannata e si riduce rapidamente alla gestione sempre più precaria delle differenze etniche, religiose e politiche”. Bastò Al Qaeda, nel 2001, a dimostrare che il progresso scientifico e tecnologico non è il collante universale dei popoli, così come non basta Internet a costruire uno spazio comune tra le persone. E bastammo noi a dimostrare che tutta quell’enfasi sul riconoscimento attraverso la democrazia era poco più che retorica. Ci sono grandi popoli, per esempio quello russo e quello cinese, a cui delle garanzie democratiche importa assai meno che di altre cose, per esempio la stabilità dello Stato, la sicurezza, un minimo di garanzie economiche, l’orgoglio patrio. È lì che molti milioni di persone trovano il “riconoscimento” di cui parlava Fukuyama.
E questo sarebbe anche il meno. Il problema vero è che siamo tutti convinti che la democrazia liberale sia il meglio del meglio. Lo crediamo così fermamente che non esitiamo a fare cose per nulla democratiche e per nulla liberali per difenderla. E, soprattutto, per affermarla ricorriamo di continuo all’aiuto dei peggio regimi autocratici e illiberali. Lo diceva Osama bin-Laden nella Lettera agli americani, diffusa nel novembre 2002 per giustificare gli attentati dell’11 settembre. In molte pagine di delirio politico-religioso, il leader di Al Qaeda scriveva anche: “La libertà e la democrazia di cui voi (gli americani, n.d.r) parlate è riservata a voi stessi e alla razza bianca. Al resto del mondo imponete politiche e Governi mostruosi che chiamate “amici dell’America”. E poi badate bene che non diventino democrazie”.
Il fatto che lo scrivesse il re dei terroristi non lo rende meno vero. Nè meno verificabile nel quotidiano, anche oggi, sedici anni dopo le stragi di New York. Ci affanniamo a maledire Bashar al-Assad e a studiare il modo di trascinarlo davanti a un qualche tribunale per i suoi crimini di guerra, in nome della democrazia e della libertà. E sempre in nome di detta democrazia e detta libertà non esitiamo a dare pacche politiche sulle spalle di Omar al-Bashir, dal 1989 (l’anno del saggio di Fukuyama, perbacco) padrone del Sudan dopo un golpe militare e dal 2009 ufficialmente ricercato dal Tribunale penale internazionale per “genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra” commessi in Darfur, dove morirono più di 400 mila persone e 2,5 milioni di profughi persero tutto.
E così, ripetiamolo, hanno vinto loro. Con quattro aerei e diciannove kamikaze hanno fatto saltare l’illusione che un po’ di tecnologia e un po’ di retorica facessero visione e progetto. In sedici anni siamo finiti a farci terrorizzare da qualche pazzo che corre in strada con un coltello. Perché l’11 settembre 2001 gli uomini di Al Qaeda ci hanno imposto la loro, di illusione. Che il progresso, faticoso e pagato a caro prezzo, non conti nulla di fronte all’esempio di un califfo vecchio di quattordici secoli. Che la democrazia non sia il sistema politico più proficuo (il più ampio numero di diritti possibile per il più ampio numero di persone possibile) ma un sistema tra i tanti. Che la religione sia un bastone e non una stampella. Da anni, ormai, siamo nel loro mondo, per questo facciamo tanta fatica. È bastato un attentato, pur clamoroso e terribile, a farci fare un salto spazio-temporale degno dell’Enterprise del capitano Kirk. Quanto eravamo deboli e quanto ci credevamo forti, sedici anni fa.


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