Avi Shlaim La dichiarazione Balfour: uno studio sulla doppiezza britannica
Venerdì 25 agosto 2017, Middle East Eye
Sono
passati quasi 100 anni da quando questo documento ha cambiato il corso
della storia, eppure la Gran Bretagna non ha ancora riconosciuto il
rifiuto da parte di Israele del diritto all’autodeterminazione nazionale
dei palestinesi– e la sua stessa complicità.
La
Dichiarazione Balfour, emanata il 2 novembre 1917, è stato un breve
documento che ha cambiato il corso della storia. Ha impegnato il governo
britannico ad appoggiare la fondazione di un focolare per il popolo
ebraico in Palestina, disponendo che non fosse fatto niente “per
pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche
esistenti in Palestina.”
A
quel tempo gli ebrei rappresentavano il 10% della popolazione della
Palestina: 60.000 ebrei e poco più di 600.000 arabi. Eppure la Gran
Bretagna scelse di riconoscere il diritto all’autodeterminazione
nazionale della ridotta minoranza e di negarla recisamente
all’incontestabile maggioranza. Nelle parole dello scrittore ebreo
Arthur Koestler: c’era una Nazione che promise a un’altra Nazione la
terra di una terza Nazione.
Alcuni
resoconti contemporanei presentarono la Dichiarazione Balfour come un
gesto disinteressato e come un nobile progetto cristiano per aiutare un
antico popolo a ricostituire la propria vita nazionale nella sua patria
ancestrale. Questi resoconti sgorgavano dal romanticismo biblico di
alcuni funzionari britannici e dalla loro simpatia per la condizione
degli ebrei nell’Europa orientale.
Studi
successivi suggeriscono che il principale motivo dell’emanazione della
dichiarazione era il freddo calcolo degli interessi imperiali
britannici. Si credeva erroneamente, come è risultato in seguito, che
gli interessi britannici sarebbero stati meglio tutelati da un’alleanza
con il movimento sionista in Palestina.
La
Palestina controllava le vie di comunicazione dell’impero britannico
con l’Estremo Oriente. La Francia, il principale alleato della Gran
Bretagna nella guerra contro la Germania, era al contempo una rivale
nell’influenza sulla Palestina.
In
base all’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, i due Paesi si divisero
il Medio Oriente in zone di influenza, ma vennero a un compromesso su
un’amministrazione internazionale per la Palestina. Aiutando i sionisti
ad occupare la Palestina, i britannici speravano di garantirsi una
presenza preponderante nella zona e di escludere i francesi. I francesi
definirono i britannici “perfida Albione”. La Dichiarazione Balfour era
un esempio lampante di questa perenne perfidia.
Le principali vittime di Balfour
Le
principali vittime della Dichiarazione Balfour, tuttavia, non furono i
francesi ma gli arabi della Palestina. La dichiarazione era un classico
documento coloniale europeo messo assieme da un piccolo gruppo di uomini
con una mentalità totalmente colonialista. Venne formulato con assoluto
spregio per i diritti politici della maggioranza della popolazione
indigena.
Il ministro degli Esteri Arthur Balfour non fece nessuno sforzo per mascherare il proprio disprezzo per gli arabi.
“Il
sionismo, che sia giusto o sbagliato, buono o cattivo,” scrisse nel
1922, era “radicato in una tradizione di lungo periodo, nelle necessità
presenti e nelle speranze future di importanza molto maggiore dei
desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che ora abitano quella terra
antica.” Difficilmente ci potrebbe essere una illustrazione più
evidente di quello che Edward Said ha definito “l’epistemologia morale
dell’imperialismo.”
Balfour
era solo un languido aristocratico inglese. La vera forza motrice
dietro la dichiarazione non era Balfour ma David Lloyd George, un
impetuoso radicale gallese che guidava il governo. In politica estera
Lloyd George era un imperialista britannico alla vecchia maniera e un
usurpatore di terre. Il suo appoggio al sionismo, tuttavia, era basato
non sulla corretta valutazione degli interessi britannici, ma
sull’ignoranza: egli ammirava gli ebrei ma al contempo li temeva e non
comprese che i sionisti erano la minoranza di una minoranza.
Schierando
la Gran Bretagna con il movimento sionista, agì con l’opinione
sbagliata – e antisemita – secondo cui gli ebrei erano
straordinariamente influenti e che avrebbero accelerato un cambiamento
storico. In effetti, il popolo ebraico era indifeso, senza nessun’altra
influenza se non attraverso il mito di un potere occulto.
In
breve, l’appoggio britannico al sionismo durante la guerra era radicato
in un arrogante atteggiamento colonialista nei confronti degli arabi e
nell’opinione sbagliata sul potere globale degli ebrei.
Un duplice obbligo
La
Gran Bretagna aggravò il proprio errore originario inserendo i termini
della Dichiarazione Balfour nel mandato della Società delle Nazioni per
la Palestina. Quella che era stata una semplice promessa da parte di un
grande potere a un alleato minore divenne a quel punto uno strumento
internazionale legalmente vincolante.
Per
essere più precisi, la Gran Bretagna in quanto potere mandatario
assunse un duplice obbligo: di aiutare gli ebrei a costituire un
focolare in tutta la Palestina mandataria e, allo stesso tempo, di
proteggere i diritti civili e religiosi degli arabi. La Gran Bretagna
rispettò il primo obbligo, ma mancò di onorare persino questo secondo,
pur misero, impegno.
Che
la Gran Bretagna fosse colpevole di doppiezza e facesse il doppio gioco
è fuori discussione. Perciò la vera domanda da porsi è: questa politica
immorale ha portato alla Gran Bretagna qualche vantaggio concreto? La
mia risposta a questa domanda è che non ne ha portato nessuno.
La
Dichiarazione Balfour è stata una palla al piede della Gran Bretagna
dall’inizio del mandato [sulla Palestina] fino alla sua ingloriosa fine
nel maggio 1948.
I
sionisti sostennero che ogni cosa che la Gran Bretagna faceva per loro
nel periodo tra le due guerre era molto lontano da quanto
originariamente aveva promesso. Sostenevano che la dichiarazione
implicava un appoggio ad uno Stato ebraico indipendente; i funzionari
britannici ribattevano che avevano promesso solo un territorio
nazionale, che non è lo stesso di uno Stato. Al contempo la Gran
Bretagna subì l’ostilità non solo dei palestinesi, ma di milioni di
arabi e musulmani in tutto il mondo.
Elizabeth Monroe, nel suo classico saggio Britain’s Moment in the Middle East [“Il
periodo della Gran Bretagna in Medio Oriente”], fornisce un giudizio
equilibrato su questa vicenda. “Valutato in base ai soli interessi
britannici,” scrive Monroe, “ciò è uno dei più grandi errori della
storia del nostro impero.”
Con il senno di poi, la Dichiarazione Balfour appare come un colossale abbaglio strategico.
Il
risultato finale fu di permettere ai sionisti di occupare la Palestina,
un’occupazione che continua fino ai nostri giorni nella forma di una
espansione delle colonie, illegale ma senza sosta, in Cisgiordania a
spese dei palestinesi.
Mentalità radicata
Data
questa documentazione storica, ci si potrebbe aspettare che i dirigenti
britannici abbassino il capo per la vergogna e rinneghino questa
velenosa eredità del loro passato coloniale. Ma gli ultimi tre primi
ministri britannici dei due principali partiti politici – Tony Blair,
Gordon Brown e David Cameron – hanno dimostrato uno strenuo appoggio ad
Israele e un’assoluta indifferenza per i diritti dei palestinesi.
L’attuale
primo ministro Theresa May è uno dei leader più filo-israeliani
d’Europa. In un discorso del dicembre 2016 agli “Amici conservatori di
Israele”, che includono oltre l’80% dei parlamentari conservatori e
tutto il governo, ha osannato Israele come “un Paese eccezionale” e “un
faro di tolleranza”.
Spargendo
sale sulle ferite palestinesi, ha definito la Dichiarazione Balfour
“una delle più importanti lettere della storia,” ed ha promesso di
festeggiarne l’anniversario.
Una
petizione che chiede al governo di scusarsi per la Dichiarazione
Balfour è stata firmata da 13.637 persone, compreso chi scrive. Il
governo ha risposto come segue:
“La
Dichiarazione Balfour è una affermazione storica per la quale il
governo di Sua Maestà non intende chiedere scusa. Siamo orgogliosi del
nostro ruolo nella creazione dello Stato di Israele.
La
dichiarazione è stata scritta in un mondo di poteri imperialisti in
competizione tra loro, nel mezzo della Prima guerra mondiale e del
tramonto dell’impero ottomano. In quel contesto, fondare una patria per
il popolo ebraico sulla terra con cui ha legami storici e religiosi così
forti era la cosa giusta e morale da fare, soprattutto di fronte a una
storia di plurisecolari persecuzioni.
Molte
cose sono successe dal 1917. Riconosciamo che la dichiarazione avrebbe
dovuto chiedere la protezione dei diritti politici delle comunità non
ebraiche in Palestina, in particolare il loro diritto
all’autodeterminazione. Tuttavia la cosa importante ora è guardare
avanti e garantire la sicurezza e la giustizia sia agli israeliani che
ai palestinesi attraverso una pace duratura.”
Sembrerebbe
che, nonostante sia passato un secolo, la mentalità colonialista
dell’élite politica britannica sia ancora profondamente radicata. I
dirigenti britannici dei nostri giorni, come i loro predecessori della
Prima guerra mondiale, fanno ancora riferimento agli arabi come alle
“comunità non ebraiche in Palestina.”
E’
vero, il governo riconosce che la dichiarazione avrebbe dovuto
proteggere i diritti politici degli arabi di Palestina. Ma non riconosce
l’ostinata negazione da parte di Israele del diritto dei palestinesi
all’autodeterminazione nazionale e la complicità della Gran Bretagna in
questa costante negazione. I dirigenti britannici, come i Borboni, re di
Francia, a quanto pare non hanno imparato niente e niente hanno
dimenticato nei 100 anni trascorsi [dalla Dichiarazione Balfour].
– Avi Shlaim è professore emerito in Relazioni internazionali all’università di Oxford e autore di The Iron Wall: Israel and the Arab World (2014) [ed. italiana:“Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo”, Il Ponte editrice] e di Israel and Palestine: Reappraisals, Revisions, Refutations (2009) [“Israele e Palestina: riesami, revisioni, confutazioni”].
Le
opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono
necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
(traduzione di Amedeo Rossi)
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