Amira Hass : Solo i palestinesi possono cambiare la loro realtà – Zeitun
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Amira Hass, 23 agosto 2017, Haaretz
I palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le donazioni dei loro carcerieri.
Cominciamo dalla fine: anche se i
palestinesi avessero un’unica, unita, rispettata leadership che avesse
una reputazione di integrità, ed anche se i suoi membri avessero
eccellenti doti intellettuali, si dedicassero al loro popolo ed avessero
capacità strategiche, sarebbe stato difficile per loro sfidare l’
attività di esproprio/acquisizione che Israele continua a rafforzare e
intensificare. Difficile, ma possibile.
Ma non c’è un’unica leadership, ce ne
sono parecchie, e litigano tra di loro anche quando appartengono allo
stesso partito (Fatah), organizzazione (OLP) o contesto istituzionale
(due governi). Non è colpa del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma
di un sistema e di un modus operandi di cui lui è al tempo stesso uno
dei creatori ed uno dei risultati.
L’atteggiamento della popolazione
verso la leadership è caratterizzato da sospetto, sdegno e disprezzo,
insieme a paura. Le accuse più blande rivolte alla leadership di
Ramallah parlano di mancanza di organizzazione, inefficienza e
indolenza. Quelle più gravi riguardano la corruzione e l’attaccamento al
potere per motivi personali e settari. Accuse simili sono lanciate in
modo leggermente meno esplicito al governo ed alle Ong di Gaza.
A molti è chiaro che il quadro di
riferimento di Oslo, che è scaduto nel 1999, era una trappola. I Paesi
donatori a favore dei palestinesi continuano a sostenerlo per timore di
un disastro umanitario ancor più grave, della perdita di controllo e
perché sono incondizionatamente fedeli ad Israele. Le donazioni sono
diminuite, ma restano una trappola. Implicano obbedienza e mantenimento
della “calma”, o consentono solo una collera di bassa intensità. Ma i
palestinesi sono dei prigionieri convinti di non potercela fare senza le
donazioni dei loro carcerieri.
La testa gira ed il cuore duole, perché di fronte a loro c’è un nemico sofisticato, malvagio ed efficiente, che non ha confini.
Visivamente,
l’immagine di una piovra potrebbe essere appropriata, ma vi sono due
problemi nell’utilizzarla per raffigurare il regime israeliano. Uno è
che ricorda le caricature antisemite, ma quello è il problema di un
regime che imita le caricature. Il secondo è che Israele sfodera molto
più di otto tentacoli, in quanto mette insieme diverse tradizioni di
dominazione – occupazione militare, colonialismo (l’espulsione di un
popolo dalla sua patria per insediare altri al suo posto) e apartheid
(poiché l’espulsione non è del tutto riuscita, ne è seguita la
separazione basata sull’ineguaglianza). Dovrebbe essere chiaro che
questo si riferisce alla situazione su entrambi i lati della Linea Verde
(linea di demarcazione tra Israele ed i Paesi arabi confinanti fino alla guerra del 1967, ndtr.). Israele ha avuto un’opportunità per cambiare nel 1993. Ha scelto di non coglierla.
Un’immagine
più adeguata potrebbe essere quella di un computer che emette comandi
in tutte le direzioni. Una volta programmato, non si ferma più. Spedisce
squadre armate a irrompere nelle case della gente mentre dorme ed a
confiscare denaro e proprietà; squadroni di distruzione a demolire
asili, case e pozzi: squadre armate non ufficiali a scacciare pastori e
contadini. Impiega anche ladri di terra – funzionari, progettisti,
architetti e imprese di costruzione – che fanno in modo che i
palestinesi soffochino nei loro centri abitati. Lo spazio è tutto per
gli ebrei, dice il comando supremo. Il computer emette anche comandi
mentali: ignora qualunque cosa dedicandoti in modo esclusivo all’eredità
ebraica. Attraverso l’orgoglio per la nostra Nazione, che produce premi
Nobel, elimina qualunque altra cosa come non importante. Declama la nostra sofferenza ed eroismo ad Auschwitz.
Contro gli efficienti e complessi
apparati israeliani stanno i palestinesi, con una pletora di dirigenti
in competizione, strategie in conflitto, ministri del governo che non si
coordinano tra loro, un’informazione che non è di dominio pubblico e
non è accurata, la faticosa duplicazione di istituzioni il cui lavoro si
sovrappone, i vuoti slogan e la disperazione. Una manifestazione di
questa disperazione è l’enunciato che Israele è la parte forte, per cui
il cambiamento può e deve venire solo da Israele. Ma no, gli israeliani
non hanno interesse a cambiare la situazione. Noi ne traiamo beneficio.
La spinta al cambiamento può e deve venire dagli stessi palestinesi, a
casa loro.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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