Alberto Negri , Fulvio Scaglione : articoli sulla Corea del Nord e l'atomica
http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/…/…/edicola24web.html…
1 Alberto Negri - L’atomica, salvacondotto dei regimi
1 Alberto Negri - L’atomica, salvacondotto dei regimi
Non farsi attaccare e avere una potente leva di ricatto nei confronti
delle altre potenze nucleari e regionali: questo è il senso
dell’atomica. Il dottor Stranamore è sempre di moda. I Paesi oggi
teoricamente “inattaccabili”, oltre a quelli del club nucleare
ufficiale, sono Pakistan, India e Israele, che non hanno mai firmato il
Trattato di non proliferazione nucleare, tutti collocati su linee di
faglia geopolitiche esplosive e dove si susseguono da decenni guerre
infinite.
Il caso del Pakistan, in perenne conflitto con l’India per il Kashmir, sta diventando sempre più complicato per le frizioni che lo oppongono agli Usa sulla questione del sostegno di Islamabad alle reti islamiste in Afghanistan e la presenza economica e finanziaria cinese nei grandi progetti di sviluppo sulla Via della Seta in collaborazione con i pakistani. Sia pure indirettamente, i piani atomici nordcoreani incrociano quelli pakistani attraverso l’espansione della Cina nel subcontinente indiano.
Non è un caso che abbiano cercato di procurarsi il nucleare anche gli iraniani, vista la costante ostilità Usa, israeliana e araba, oltre che la vicinanza con la Turchia, membro della Nato - che ospita i missili e l’aviazione degli americani a Incirlik - e il confine con il Pakistan. «Se avessimo avuto l’atomica, l’avremmo usata contro Saddam Hussein che attaccando l’Iran nel 1980 ha fatto in quella guerra un milione di morti» disse una volta il ministro iraniano degli Esteri Javad Zarif. Aggiungiamo che oggi nessuno stato del Medio Oriente ha eserciti così numerosi e motivati da potere sacrificare sul fronte mezzo milione di soldati e di “martiri”: l’atomica in un certo senso è ritenuta una necessità.
Gli ayatollah iraniani sono stati abbastanza abili da contrattare con le superpotenze la rinuncia a un’atomica “virtuale” e non fare la fine di Saddam Hussein, sbalzato dal potere nel 2003 anche se non aveva armi di distruzione di massa. Evento che non è passato inosservato in Corea del Nord.
Ma pure i sauditi vogliono l’atomica, in funzione anti-iraniana. E in attesa di realizzarla, per mettersi alla testa del mondo musulmano sunnita, comprano miliardi di dollari di armi dagli americani. Sotto questo profilo risalta ancora di più il negoziato voluto da Barack Obama con Teheran che ha portato all’accordo del 2015: ha frenato temporaneamente una proliferazione nucleare nel Golfo che è già in atto da tempo.
La posta in gioco per gli iraniani con l’accordo del luglio di due anni fa era l’allentamento delle sanzioni e qualche momentanea garanzia che Washington avrebbe rinunciato a un cambio di regime a Teheran. È quello che in sostanza chiede anche la dittatura nordcoreana: sopravvivere con l’aiuto della Cina e qualche spiraglio di commercio internazionale.
Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti finora non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra.
Pechino non vuole né una Corea del Nord “normale” né un conflitto con gli Usa: questo è il nodo della questione con Pechino. Un’ambiguità espressa anche recentemente dalle parole del ministro cinese degli Esteri Wang Yi: «Lo scopo delle sanzioni alla Corea del Nord è riportare la questione nucleare al tavolo delle trattative per realizzare la denuclearizzazione della penisola». In poche parole Pechino punta a rendere militarmente neutrale sia la Corea del Nord che quella del Sud per potere poi decidere la transizione del regime di Pyongyang e l’eventuale riunificazione della penisola che non vede per niente di buon occhio. Il motto degli imperi è sempre “divide et impera”.
Il caso del Pakistan, in perenne conflitto con l’India per il Kashmir, sta diventando sempre più complicato per le frizioni che lo oppongono agli Usa sulla questione del sostegno di Islamabad alle reti islamiste in Afghanistan e la presenza economica e finanziaria cinese nei grandi progetti di sviluppo sulla Via della Seta in collaborazione con i pakistani. Sia pure indirettamente, i piani atomici nordcoreani incrociano quelli pakistani attraverso l’espansione della Cina nel subcontinente indiano.
Non è un caso che abbiano cercato di procurarsi il nucleare anche gli iraniani, vista la costante ostilità Usa, israeliana e araba, oltre che la vicinanza con la Turchia, membro della Nato - che ospita i missili e l’aviazione degli americani a Incirlik - e il confine con il Pakistan. «Se avessimo avuto l’atomica, l’avremmo usata contro Saddam Hussein che attaccando l’Iran nel 1980 ha fatto in quella guerra un milione di morti» disse una volta il ministro iraniano degli Esteri Javad Zarif. Aggiungiamo che oggi nessuno stato del Medio Oriente ha eserciti così numerosi e motivati da potere sacrificare sul fronte mezzo milione di soldati e di “martiri”: l’atomica in un certo senso è ritenuta una necessità.
Gli ayatollah iraniani sono stati abbastanza abili da contrattare con le superpotenze la rinuncia a un’atomica “virtuale” e non fare la fine di Saddam Hussein, sbalzato dal potere nel 2003 anche se non aveva armi di distruzione di massa. Evento che non è passato inosservato in Corea del Nord.
Ma pure i sauditi vogliono l’atomica, in funzione anti-iraniana. E in attesa di realizzarla, per mettersi alla testa del mondo musulmano sunnita, comprano miliardi di dollari di armi dagli americani. Sotto questo profilo risalta ancora di più il negoziato voluto da Barack Obama con Teheran che ha portato all’accordo del 2015: ha frenato temporaneamente una proliferazione nucleare nel Golfo che è già in atto da tempo.
La posta in gioco per gli iraniani con l’accordo del luglio di due anni fa era l’allentamento delle sanzioni e qualche momentanea garanzia che Washington avrebbe rinunciato a un cambio di regime a Teheran. È quello che in sostanza chiede anche la dittatura nordcoreana: sopravvivere con l’aiuto della Cina e qualche spiraglio di commercio internazionale.
Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti finora non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra.
Pechino non vuole né una Corea del Nord “normale” né un conflitto con gli Usa: questo è il nodo della questione con Pechino. Un’ambiguità espressa anche recentemente dalle parole del ministro cinese degli Esteri Wang Yi: «Lo scopo delle sanzioni alla Corea del Nord è riportare la questione nucleare al tavolo delle trattative per realizzare la denuclearizzazione della penisola». In poche parole Pechino punta a rendere militarmente neutrale sia la Corea del Nord che quella del Sud per potere poi decidere la transizione del regime di Pyongyang e l’eventuale riunificazione della penisola che non vede per niente di buon occhio. Il motto degli imperi è sempre “divide et impera”.
Il
Sole 24 ORE è il più autorevole strumento di informazione economica in
Italia. Un resoconto chiaro e completo dei fatti che contano. Un aiuto
quotidiano.ilsole24ore.com
2 Fulvio Scaglione
Quando
si parla della Corea del Nord e del suo leader, Kim Jong-Un, si vira
con facilità verso un linguaggio di tipo clinico-sanitario. Follia,
fobie, paranoia, patologia, complottismo, ecco alcune delle parole più
usate per bollare le azioni del vertice…
ecodibergamo.it
Quando si parla della Corea del Nord e del suo
leader, Kim Jong-Un, si vira con facilità verso un linguaggio di tipo
clinico-sanitario. Follia, fobie, paranoia, patologia, complottismo,
ecco alcune delle parole più usate per bollare le azioni del vertice
nordcoreano. Sempre che non si vada dritti sul termine globale e
risolutivo: pazzia. D’altra parte la tentazione è forte. Non è da pazzi
avere uno dei regimi più chiusi e centralizzati per ritrovarsi agli
ultimi posti del mondo (213° su 230) per ricchezza pro-capite? Che senso
ha un servizio militare obbligatorio di 10 anni per i maschi e 6 per le
donne a partire dai 17 anni d’età?
Eppure c’è del metodo in questa follia nordcoreana. E una volta tanto converrebbe analizzare gli elementi razionali di una crisi che ci ha portati sull’orlo di una nuova guerra, che molti temono atomica. Tanto per cominciare, è chiaro che Kim Jong-Un scommette sul fatto che la guerra non ci sarà. Lui sa che la Corea del Nord verrebbe spazzata via dalla macchina bellica americana. Ma i generali di Trump a loro volta sanno che, nel frattempo, la Corea del Sud patirebbe crudeli rappresaglie per le quali non ci sarebbe nemmeno bisogno della bomba atomica, basterebbe l’artiglieria convenzionale. Americani e giapponesi non possono permettere che questo accada. Mentre l’enfasi nordcoreana sul nucleare esprime, più che il desiderio di arrivare allo scontro, la volontà di evitarlo. Kim Jong-Un ha in mente gli esempi dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Muhammar Gheddafi, spazzati via proprio perché NON avevano la bomba. L’Iran perseguiva lo stesso tipo di protezione anti-Usa e, proprio perché era sulla buona strada e aveva alleati importanti, è riuscito a strappare un buon accordo con Usa, Russia, Europa e Onu.
Quindi: nel mare tumultuoso e pieno di squali della politica internazionale, la bomba serve. Serve però non solo a tenere a bada i «nemici» ma anche a soddisfare gli «amici». La Corea del Nord mobilita sotto le insegne dell’Armata del Popolo quasi 2,5 milioni di uomini e donne, cioè il 10% circa della popolazione. Ai quali vanno aggiunti i 4 milioni della Guardia Rossa dei Lavoratori e dei Contadini, la riserva. Da molti anni, è uno dei primi cinque Paesi al mondo per numero di soldati. È un apparato mostruoso che, come succedeva in altri regimi (per esempio, quello sovietico), non serve solo alla difesa (dall’esterno) e al controllo (dell’interno) ma è pure un volano di sviluppo sociale. Vuol dire impieghi, salari, alloggi, famiglie sfamate e sistemate. Vuol dire, quindi, anche consenso. A patto, però, di continuare a investire senza mollare la presa. Ecco quindi la necessità di espandere l’armamento, costruire nuovi missili, immaginare pericoli più pressanti per avere bombe più potenti. Con la corsa al nucleare, il regime esprime soprattutto la volontà di conservare la stabilità interna e, dunque, di conservare se stesso.
Per dare un futuro alla dinastia di famiglia (suo nonno, Kim Il-Sung, fondò la Repubblica Popolare Democratica di Corea nel 1948), avendo un’economia in stato comatoso e forze armate pletoriche e costose, Kim Jong-Un ha anche bisogno di amici forti e fedeli. Il primo fra questi è la Cina, che da decenni sostiene con ogni mezzo la Corea del Nord e di fatto la tiene in vita. Oggi, mentre afferma le proprie ragioni in modo sempre più assertivo sulla scena internazionale e attua una politica di forte espansione in Africa, Europa e nel Mar Cinese meridionale (da dove passa un terzo del traffico commerciale marittimo del globo), la Cina di tutto avrebbe bisogno tranne che di un vento di guerra sulla soglia di casa. Proprio per questo, invece, Kim Jong-Un fa montare la tensione. Perché la Cina si preoccupi e, per disinnescare la crisi, corra al suo soccorso, mediando con gli Usa e inviando alla Corea del Nord aiuti sempre più corposi. Che è esattamente ciò che sta avvenendo. Perché c’è una logica in questa follia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


Commenti
Posta un commento