venerdì 4 agosto 2017

Tunisi, la legge contro la violenza alle donne, il frutto buono della primavera araba

Luca Galantini

La legge appena votata condanna ogni forma di violenza e discriminazione anche nelle mura domestiche. Quasi il 50% delle donne tunisine è vittima di violenze in casa. Niente eprdono agli stupratori. Pari diritti sul lavoro. Assieme al Marocco, la Tunisia vuole progredire nello sviluppo dei diritti e delle libertà civili, salvaguardando la sua identità islamica.
Milano (AsiaNews) - La stagione delle “Primavere arabe” in molti Paesi  purtroppo è tramontata lasciando dietro di sé traumi ed illusioni che hanno dissolto le grandi speranze di cambiamento in nome dei diritti di libertà e democrazia invocate dalle società civili.
La transizione democratica negli Stati appartenenti al variegato mondo musulmano che si stende tra l’Africa del nord ed il Medio Oriente appare oggi, a distanza di oltre 5 anni dall’avvio delle prime rivolte politiche nelle società arabe, ancora ostacolata da muri insuperabili.
Questa chiave di lettura – che domina tra massmedia e cancellerie del mondo politico internazionale –  in verità è troppo pessimistica, perché viene smentita da alcuni Paesi arabi che si confermano invece all’avanguardia nello sforzo per la promozione e la tutela dei diritti umani nel mondo musulmano.
E’ questo il caso di Marocco e Tunisia, due Stati che hanno saputo dimostrare con tenacia la volontà di proseguire nel difficile cammino di sviluppo dei diritti e delle libertà civili secondo le indicazioni laiche dei principali trattati e convenzioni internazionali, pur mantenendo inalterata la centralità della propria identità religiosa islamica.
Nel Regno del Marocco, nei mesi scorsi, l’Alta Commissione per gli Affari Religiosi composta dagli Ulema ha riconosciuto l’illegittimità della pena di morte per il caso di apostasia, ammettendo di fatto il pieno diritto dei cittadini marocchini di convertirsi ad altra fede religiosa diversa dall’Islam senza subire persecuzioni: un passo in avanti di enorme importanza per la tutela della libertà religiosa nel segno dell’art.18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
In Tunisia nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato definitivamente la legge per la tutela delle donne da ogni forma di violenza e discriminazione, in nome della piena parità dei sessi: una legge che opportunamente è stata definita storica dagli osservatori internazionali, perché per la prima volta i partiti politici tunisini, sia laici che di ispirazione religiosa islamica dimostrano di voler sradicare sotto il profilo legislativo quella che è una vera piaga sociale, cioè la discriminazione della donna tra le pareti domestiche, nei luoghi pubblici, nel mondo del lavoro.
I dati ufficiali forniti sia dallo Stato che da autorevoli organizzazioni non governative parlano chiaro e sono impressionanti: secondo i dati pubblicati dal governo attraverso l’Office National du Planning familial quasi il 50% delle donne tunisine dichiara di aver subito forme di violenza in ambito domestico familiare.
Uno studio articolato del Credif, Centro di ricerca e documentazione sulla condizione della donna nella società civile, conferma che più del 40 % delle donne tunisine ha denunziato di aver subito violenze fisiche sia in ambito familiare che pubblico, ma il dato ancor più scioccante è che più del 70% delle donne riconosce di aver subito forme di molestie o violenza sessuale.
Human Rights Watch, una ong internazionale impegnata sul fronte della tutela dei diritti umani ha riconosciuto, attraverso le parole della responsabile del loro ufficio tunisino, Amina Guellali, che con questa legge lo Stato ha finalmente introdotto gli strumenti giuridici necessari per sconfiggere l’odiosa pratica della violenza contro le donne e avviare il cammino per la piena parità di diritto tra i sessi, in armonia con la Convenzione Onu per la tutela dei diritti delle donne.
La nuova legge ha dovuto compiere un cammino sofferto di oltre un anno prima di essere approvata, e si ispira all’art.46 della nuova Costituzione del 2014, che riconosce per la prima volta espressamente l’impegno dello Stato a promuovere e garantire la piena parità tra i sessi e la dignità della donna.
Composta di 43 articoli, la legge approvata mira a perseguire tutte le più disparate forme di discriminazione e violenza nei confronti della donna:  è prevista la condanna di mariti e familiari per le violenze compiute entro le mura domestiche, così come è introdotta la protezione delle stesse donne in famiglia attraverso la previsione di ordini di restrizione (il marito o famigliare può essere allontanato dallo spazio domestico).
Viene poi riconosciuto alla donna il diritto di sporgere denunzia per le molestie sessuali subite in luogo pubblico, una delle più umilianti realtà a cui ancor oggi sono sottoposte le donne.
Nel campo del mondo del lavoro è finalmente introdotta la punibilità per il datore di lavoro che assuma una donna con una retribuzione inferiore rispetto al maschio lavoratore a parità di ruolo e mansioni: si consideri che la discriminazione salariale è oggi purtroppo ancora pratica comune in molti Paesi arabi, e non solo arabi.
Ma forse la norma di legge più incoraggiante per la tutela della dignità della persona umana è quella che abroga un articolo del codice penale tunisino particolarmente odioso: il 227 bis, secondo il quale lo stupratore di una ragazza minore di quindici anni aveva la possibilità di non essere condannato per il reato commesso laddove avesse sposato la minorenne violentata.Un articolo così crudele e discriminatorio, che negli ultimi anni era diventato il simbolo della lotta per  i diritti civili nella società tunisina.
Certamente la nuova legge 60 non risolve completamente il problema della discriminazione della donna – ad esempio non sono state eliminate le norme che in materia di successione ereditaria prevedono che la donna erediti la metà dei suoi fratelli – ma è sicuramente un segnale concreto della strada che la società politica arabo-islamica in Tunisia intende percorrere per la tutela dei diritti della persona.
E’ importante sottolineare che proprio in Tunisia, nel 2011, partì il primo moto che avviò la stagione delle Primavere arabe, attraverso la cosidetta Rivoluzione dei Gelsomini: un movimento di popolo, sorto dalla base della società civile che aveva preso coscienza della necessità di recuperare la propria dignità contro la corruzione e le prepotenze della casta politica del regime di Ben Ali.
Come lo stesso Osservatore Romano ha sottolineaato, questa legge è dunque un passo storico per la dignità delle donne: ma non solo, perché la Tunisia, al pari di altri Paesi come il Marocco, ha l’opportunità di dimostrare di essere un modello di riferimento nel mondo islamico per la democrazia ed  i diritti civili, dopo le traumatiche illusioni delle Primavere arabe.



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