martedì 8 agosto 2017

Paola Caridi : la Storia si ripete. Al Jazeera e Israele

E così è ufficiale.  Israele ha fatto partire la procedura per chiudere l’ufficio di Al Jazeera e revocare il permesso stampa della tv del Qatar, la prima tv panaraba nella storia dei media della regione. Lo ha confermato il ministro delle comunicazioni, Ayoub Kara. Chiusura non imminente, ha precisato alla Reuters, perché l’iter avrà bisogno di tempo.
La stretta su Al Jazeera avviene a pochi giorni dalla conclusione (temporanea?) della crisi sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. Coincidenze temporali? Difficile crederlo, perché nella storia di Al Jazeera i problemi che di volta in volta la tv ha avuto con le autorità di molti dei paesi in cui ha operato sono stati dovuti proprio alla gestione delle notizie, e al peso specifico che Al Jazeera ha nel pubblico arabo. Le immagini delle proteste, delle preghiere di massa attorno alle mura della Città Vecchia di Gerusalemme da parte dei palestinesi musulmani (con l’appoggio dei palestinesi cristiani) hanno avuto un impatto indiscutibile, nell’opinione pubblica panaraba. In una fase delicata nei rapporti tra i paesi del Golfo, tra il blocco saudita-emiratino e il Qatar, la chiusura dell’ufficio di Al Jazeera in Israele non potrà non suscitare reazioni. Staremo a vedere.
Spulciando nell’archivio dei miei articoli su Al Jazeera, ne ho trovato uno pubblicato quindici anni fa (sì, ben quindici anni fa) pubblicato dal mai dimenticato Diario della Settimana diretto da Enrico Deaglio. Le cose, in fondo, non sono poi cambiate tanto dal punto di vista dei rapporti tra Al Jazeera e le diverse autorità che guidano i paesi ospitanti. Al netto, ovviamente, di tutto ciò che è successo dopo: l’invasione anglo-americana dell’Iraq (pochi mesi dopo la pubblicazione di quest’articolo), la caduta di Saddam, le rivoluzioni, la tragedia siriana, il disastro mediorientale. Al Jazeera, di uffici chiusi, ne ha sperimentati già molti.
Buona lettura.

Al Jazeera, l’Iraq e il pubblico arabo IL POSTINO SUONA SEMPRE DUE VOLTE
(da Il Diario della Settimana, 2002) 

Nel bazaar di Baghdad dicono si trovi di tutto. Anche le  videocassette “pirata” con i programmi registrati di Al Jazeera. Da guardarsi lontano dagli occhi indiscreti del regime, visto che in Iraq – per avere un’antenna parabolica – ci vuole un permesso speciale. La tv via satellite, per il regime di lunga data di Saddam Hussein, è un pericolo. Si chiami CNN o Al Jazeera, BBC o MBC, che sia serva del diavolo americano o araba al 100%, la televisione che arriva da oltre confine è sempre fuori dal controllo del rais di Baghdad e della sua cerchia. Meglio, quindi, dare in pasto ai sudditi iracheni le immagini scolorite e stantie dell’emittente pubblica, che offre da anni sempre lo stesso bouquet: il sorriso di Saddam in una riunione con i suoi più stretti collaboratori, oppure la performance di qualche cantante iracheno.
In un posto dove tutto si trova, anche se a carissimo prezzo, è certo possibile anche trovare un piatto per il satellite. Tanto è vero questo, che al Zawra,  il settimanale dell’Unione Irachena dei Giornalisti di proprietà di uno dei figli di Saddam, Uday, ha ricordato ai concittadini che mettersi in casa la parabolica richiede un permesso. Senza precisare, però, quali siano i requisiti per ottenere l’agognato foglio di carta.
Da almeno undici anni, Saddam conosce bene il valore delle immagini che corrono per il mondo rimbalzando da un ripetitore all’altro. Per la Tempesta nel Deserto fece il patto col demonio, e concesse all’allora anchorman di punta della CNN, Peter Arnett, di fornire al mondo le immagini del bombardamento di Baghdad. Sperando, forse, che questo avesse un effetto dirompente sulle masse, com’era successo con i reportage filmati che arrivavano, vent’anni prima, nelle case degli americani.
Il suo tentativo, allora, fu un vero e proprio flop. Ma il rais di Baghdad ha sempre continuato a crederci, agli effetti della tv sul pubblico. Tanto è vero che proprio lui è stato, involontariamente, a fare da volano per il successo internazionale di Al Jazeera. Perché la tv via satellite del Qatar, divenuta famosa in Occidente per un altro bombardamento, quello di Kabul nell’ottobre dell’anno scorso, e per un altro personaggio luciferino, Osama Bin Laden, famosa nel mondo arabo lo era già da almeno tre anni. Da quando, nel dicembre del 1998, era stata l’unica emittente sul suolo iracheno a filmare Desert Fox, l’operazione “Volpe del Deserto” con la quale gli angloamericani risposero all’abbandono dell’Iraq da parte degli ispettori dell’Unscom. Un bombardamento durato 70 ore, durante le quali i caccia gettarono sul territorio iracheno 600 bombe a guida laser, le navi lanciarono 325 missili Tomahawks e i B52 colpirono il Paese con altri 95 missili Cruise. Una vera e propria santabarbara, insomma, con cui si dovevano annientare i centri nevralgici del potere di Saddam: la guardia repubblicana, i servizi segreti, il partito Ba’th.
A documentare i bombardamenti e i loro effetti non c’era più la Cnn. Peter Arnett avrebbe di lì a poco concluso il suo rapporto con il network di Ted Turner. E in Iraq, allora, si affacciò sul panorama del broadcasting la piccola Al Jazeera, inaugurata appena due anni prima dal nuovo emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, anche lui da appena un anno al potere, dopo aver detronizzato il padre.
Per la tv via satellite di Doha, l’Iraq rappresentò due scoop nel giro di venti giorni. Il primo, con la copertura della Desert Fox. Il secondo, il 5 gennaio del 1999, con il discorso di Saddam Hussein in occasione della giornata delle forze armate, che il rais preferì dare ad Al Jazeera prima di farlo trasmettere dalle tv irachene (compresa quella via satellite). Un discorso che fu una “chiamata alle armi” per le masse arabe, incitate a rovesciare i regimi che non si erano opposti all’attacco angloamericano. Strana coincidenza: dopo venti giorni, alla riunione dei ministri degli esteri della Lega Araba al Cairo, fu presente per la prima volta da nove anni, dall’invasione del Kuwait, il capo della diplomazia irachena. E Kuwait e Arabia Saudita, a fasi alterne, si sono risentiti per come Al Jazeera ha descritto nel corso degli anni la dura vita dei civili iracheni sotto le sanzioni.
Dalle immagini di Desert Fox sembrano passati anni luce. Gli anni che separano il giornalismo televisivo arabo prima della rivoluzione di Al Jazeera al fiorire di network che nella regione vogliono contrastare il primato di quel manipolo di giornalisti di Doha, provenienti da tutti i paesi dell’area e da un solo tipo di scuola, quello stile BBC. Ma Saddam è ancora lì, a Baghdad, e a Baghdad si continuano a respirare quei venti di guerra che porteranno, quasi sicuramente entro pochi mesi, i bombardieri angloamericani sui cieli iracheni per un’altra operazione in grande stile.
Chi ci sarà lì, a filmare i traccianti della contraerea nel buio della notte irachena? Forse non la CNN, che non è più l’unico strumento per far sapere al mondo cosa fanno le bombe targate US. Non i reporter di Atlanta, che parlano in inglese a un pubblico indifferenziato sparso per i quattro angoli della Terra e che probabilmente verranno appaiati, da Saddam, all’amministrazione Bush. Decisamente meglio Al Jazeera, che parla arabo a un pubblico arabo che non va solo dal Marocco agli Emirati. Ma che è diffusa in tutti i paesi occidentali, dove c’è un’antenna parabolica che porta nelle case degli arabi di Berlino piuttosto che di quelli Boston una versione dei fatti che non parte da una prospettiva americana. Né dall’aplomb britannico della BBC. Ma da una visione sostanzialmente panaraba. Creando quello strano trait d’union che due studiosi egiziani in terra americana, Mohammed El Nawawy e Adel Iskandar, hanno definito in un libro tutto dedicato ad Al Jazeera – uscito da poco negli Usa – come la “nozione di un destino comune”. Come un corpo fatto di acqua, “dove ogni increspatura si diffonde e si ripercuote sulla superficie”. Così le onde della tv di Doha si propagano nella magmatica audience araba.
E così “la Penisola” si prepara alla guerra. Come si deve. Attrezzandosi per tempo come aveva fatto a Kabul, piazza snobbata dai network occidentali e poi percorsa in lungo e in largo dal circo dei reporter di guerra, dopo che i direttori si era accorti che l’Afghanistan era diventato “la notizia” e avevano dato finalmente il permesso di andare. L’ufficio di Baghdad è diventato uno tra i più forti uffici  di corrispondenza della tv via satellite del Qatar. Quattordici persone, di cui quattro giornalisti, assieme a operatori e tecnici. Un’operazione per la quale, secondo le ultime notizie, Al Jazeera avrebbe messo in campo attrezzature da un milione di dollari. “Abbiamo una situazione molto, molto buona, a Baghdad”, conferma il capo dell’ufficio di corrispondenza di Al Jazeera al Cairo, uno dei più importanti e delicati per la tv qatariota. Dal suo studio affacciato sul Nilo, Hussein Abdel Ghani è sicuro che – nel caso di una operazione militare americana – Al Jazeera “userà tutte le potenzialità per avere una copertura esclusiva” in Iraq. Dove sono state organizzate infrastrutture, attrezzature tecniche e risorse umane  per far fronte a quello che riserverà la cronaca.
A dire il vero, qualche problema con le autorità del regime iracheno c’è stato, negli ultimi mesi. Nel luglio scorso, per la precisione, quando un suo giornalista iracheno, Dyar al Umari, ha ricevuto l’aut aut: nessuna trasmissione per dieci giorni. Salvo poi revocare, a stretto giro di posta, la censura. Le contromisure decise dal quartier generale della tv a Doha erano state a dir poco severe, e cioè di chiudere le attività della Penisola in Iraq se non fosse rientrata la “punizione” per Umari.
A determinare il risentimento delle autorità irachene, è stato il modo di lavorare di al Umari, forse troppo giornalistico. Il cartellino giallo per Umari, insomma, era stato emesso perché il reporter  aver chiamato il rais di Baghdad solo col nome e cognome, o con il semplice appellativo di “presidente iracheno”, invece di utilizzare la lunga e pleonastica formula ufficiale. O, anche, per non aver chiamato il partito di Saddam nel modo appropriato, il Partito arabo socialista Ba’th. Sottigliezze da regime, a cui – come in un gioco di sponda sul tavolo da biliardo – ha risposto Uday, il figlio di Saddam deputato a guidare e controllare il mondo dei media, che su uno dei suoi giornali, il Babil, ha stigmatizzato la censura ricordando che era stata proprio Al Jazeera a “trasmettere l’intero discorso” di Saddam Hussein nel 1998, “creando un precedente non solo per Al Jazeera ma anche per i canali arabi e stranieri”. L’editoriale del foglio di Uday, però, non ha certo fatto un favore ad Al Jazeera, visto che ha indicato la presenza di un “coordinamento tra il canale e i funzionari per l’informazione” del partito Ba’th. “Quale beneficio traiamo, scrive insomma l’opinionista Safa Al Hirmizi, a chiudere porte che non dobbiamo chiudere mentre ci sono molti canali che operano fuori dal nostro controllo, come ABC, CNN, CBS, BBC?”
Poco da temere, quindi, per le sorti di Al Jazeera a Baghdad. Anche perché, come sostiene Abdel Ghani, veramente l’Iraq potrebbe fare a meno di Al Jazeera, e cioè di un attore considerato ora molto influente in tutto il mondo arabo e di una tv considerata come una “fonte molto affidabile”? Certo che no, è l’ovvia risposta.
Non solo rispetto a tre anni fa, ma anche rispetto al 2000, quando ebbe inizio la seconda Intifada e cominciò la vera ascesa di Al Jazeera, il network di Doha è ora diventato una vera e propria potenza. 350 persone a Doha e 50 corrispondenti che lavorano da 31 paesi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Indonesia, con un potenziale bacino di utenza di un miliardo e duecento milioni di persone: tutti i musulmani che potrebbero sapere l’arabo classico del Corano. Una potenza che, nonostante continui a essere finanziariamente dipendente dall’emiro del Qatar, si è in sostanza affrancata dal suo stesso mecenate. Che sul lavoro della sua tv dice ben poco, finché non tocca gli affari interni del paese, perché proprio questo potere di Al Jazeera si è trasmesso al piccolo emirato, e ha fatto guadagnare al giovane sceicco un posto d’onore nel consesso dei paesi arabi. Altrimenti impensabile senza la fama guadagnata sul campo dalle immagini con il logo di Al Jazeera.
Lo si è visto proprio nelle scorse settimane. E proprio sulla questione irachena. Quando, nel giro di pochissimi giorni, il regime qatariota si è trovato – a causa delle notizie di stampa rimbalzate in tutto il mondo – nella scomoda condizione di chi si trova in mezzo a due fuochi. Tra Washington e Baghdad. Prima le indiscrezioni sull’ira funesta di Saddam, che avrebbe minacciato il ministro degli esteri del Qatar – andato a trovarlo a fine agosto per trovare un bandolo alla crisi con gli Usa – di distruggere il suo emirato se l’attacco americano fosse partito dalla piccola penisola affacciata sul Golfo Persico. Poi, subito dopo, a rincarare la dose arriva la notizia che un terzo del comando militare americano responsabile dell’area si sarebbe, entro novembre, trasferito da Tampa, in Florida, alla base di Al Udeid, a poche decine di chilometri da Doha. Dove gli americani hanno già portato, dalla primavera in poi, attrezzature tecnologiche sofisticatissime e hanno costruito la più lunga pista d’atterraggio nei deserti arabici.
Di tutto ciò, di tutto il disagio diplomatico del Qatar rispetto a una buona parte del mondo arabo, già  critico perché l’emiro continua a mantenere relazioni con Israele, Al Jazeera non sembra aver risentito per niente. Non è, insomma, il Qatar che crea problemi ad Al Jazeera. Semmai è Al Jazeera che, talvolta, crea qualche frizione diplomatica tra il Qatar e, di volta in volta, gli altri partner arabi. Le ultime proteste, in ordine di tempo, sono arrivate da Giordania e Arabia Saudita. Alla fine di giugno il regime di Ryadh si è infuriato per una trasmissione in cui un fuoruscito saudita a Londra ha parlato male del principe ereditario Abdullah. Risultato: il Qatar non è stato inserito nel tour di paesi visitati poco dopo dal ministro degli esteri saudita Saud al Faisal. Due mesi dopo, ad agosto, l’ufficio di Amman di Al Jazeera è stato chiuso perché il network avrebbe diffamato la famiglia reale, aggiungendo in questo modo l’ennesima puntata al cahier des dolehances  della monarchia giordana nei confronti della tv di Doha. Immediata la ricaduta sul piano diplomatico, con il richiamo in patria dell’ambasciatore giordano in Qatar.
Il fascicolo riguardante Al Jazeera sul tavolo di Reporters Sans Frontieres è, insomma, tra i più voluminosi, con casi di censure, arresti, chiusure di uffici di corrispondenza. Su tutto quanto aleggia poi, da un anno, la continua frizione con gli americani successiva agli attentati dell’11 settembre, ai video di Bin Laden e alla copertura dell’operazione in Afghanistan. Il punto più alto dello scontro è stato il bombardamento dell’ufficio di Kabul di Al Jazeera, poco meno di un anno fa. Ma le ricadute continuano ancora oggi, con l’arresto di un assistente cameraman di nazionalità sudanese. Sami al Haj si troverebbe infatti – secondo le informazioni della tv qatariota – tra i 600 prigionieri detenuti a Guantanamo. Arrestato il 15 dicembre in territorio afghano al confine col Pakistan, al Haj è riuscito a trasmettere un messaggio alla moglie per farle sapere di essere nella base americana a Cuba, sede della più grande prigione antiterrorista mai messa in piedi dagli Usa. Del suo uomo, Al Jazeera riesce a sapere qualcosa solo ad aprile. A giugno viene assicurato al network dall’ambasciata americana di Doha che avrebbe interessato il dipartimento di Stato. Dopo di che, più nulla. Reporters Sans Frontieres ha adottato il caso che, attraverso il suo segretario generale Robert Ménard, ha lanciato a metà settembre un duro attacco alle autorità americane. “Questo continuo silenzio è spiacevole soprattutto perché potrebbe venir visto come un tentativo di vessazione verso Al Jazeera, che è stata già considerata un obiettivo delle pressioni del dipartimento di Stato statunitense”.
Tradotto in termini più crudi, Al Jazeera continua a dar fastidio a Washington. Peccato che, per uno strano paradosso, Al Jazeera continui a dar fastidio a quasi tutti. Anche nel mondo arabo. Per rendere più palpabile l’immagine che il network qatariota ha nella sua audience, è molto facile che un egiziano descriva il suo rapporto con Al Jazeera nel modo seguente: “Non amiamo vederla. Siamo costretti a vederla”. Come dire: per ricevere informazioni continue, up-to-date, bisogna sintonizzarsi sulle frequenze di Al Jazeera. Ma spesso, per i sentimenti nazionali, quello che si vede non è piacevole. E non è comodo.
Come un fiume carsico, è sempre la vicenda legata agli attentati dell’11 settembre a fare da cartina di tornasole per quello che sta succedendo ad Al Jazeera e ai suoi fedelissimi telespettatori. Una delle leggende metropolitane più in voga al Cairo, dopo i numerosi video di Bin Laden e Al Qaeda, e soprattutto dopo la vicenda di Ramzi Binalshib, lo yemenita arrestato in Pakistan dopo la notizia di un’intervista alla tv di Doha, è che Al Jazeera sia troppo americana. Anzi, che sia addirittura pagata dalla Cia.
 La stessa che, per la gente della strada, avrebbe organizzato il crollo delle Twin Towers assieme al Mossad…
A incappare in questa situazione è stato lo stesso reporter investigativo di Al Jazeera, Yosri Fouda, il creatore di Top Secret, uno dei programmi più seguiti. Egiziano, laureato in uno dei centri più quotati per il giornalismo tv, il Kamal Adham Center dell’American University del Cairo diretto da Abdallah Schleifer, Fouda è stato inviato di guerra in Bosnia ed educato sul campo alla scuola della Bbc, per poi diventare il capo dell’ufficio di Londra e, lo scorso giugno, fare lo scoop della sua vita: intervistare  due leader di Al Qaeda che si sono definiti gli organizzatori degli attentati dell’11 settembre. Uno scoop pompato dall’emittente di Doha proprio a ridosso del primo anniversario della catastrofe sul suolo americano. Non passano che pochissimi giorni, e uno dei due intervistati viene arrestato dalla polizia pakistana. Fouda nega qualsiasi legame tra l’intervista e l’arresto, visto che l’incontro con i due terroristi si è svolto a giugno. Certo è che a qualcuno, tra i fiancheggiatori dell’islamismo estremista, questa coincidenza non è piaciuta. Come dimostrano le velate minacce contenute in un sito fondamentalista.
Tutto questo avviene in una contraddizione continua e costante con la razionalità individuale di ogni singolo telespettatore e con quello che, comunque, si pensa del lavoro giornalistico condotto per esempio da Al Jazeera in Palestina. Un lavoro che, tutti riconoscono, ha fatto sì che la questione palestinese fosse quotidianamente messa all’ordine del giorno delle cancellerie di tutto il mondo, perché le telecamere con il logo della Penisola sono sempre lì, a filmare l’assedio di Arafat così come la repressione di Tsahal verso i palestinesi.
Eppure, da Al Jazeera non si può prescindere, ora, nel mondo arabo. Perché la sua è stata una rivoluzione culturale e sociale da cui nessuno potrà tornare indietro. Anzi. Ormai da più di un anno, il modello Al Jazeera è quello che tutti debbono seguire, nel broadcasting. Lo ha fatto Abu Dhabi, con una tv via satellite che dà del filo da torcere ai colleghi di Doha. Lo sta facendo la Mbc, con soldi sauditi e sede a Dubai, da dove l’11 settembre ha fatto una copertura dell’anniversario di livello simile a quello di Al Jazeera, come conferma Humphrey Davies, il direttore della rivista accademica più accreditata e informata sul mondo della tv araba, il Transnational Broadcasting Journal dell’Adham Center. In una staffetta ideale, impensabile solo due anni fa, Al Jazeera e Mbc si sono contesi gli stessi commentatori e analisti su questi dodici mesi del post-11 settembre. 
Com’è normale per le tv europee. Come sta diventando quasi normale per questa parte del mondo. E chissà che l’Iraq, purtroppo, non diventi il banco di prova per il nuovo giornalismo di marca araba.

Una storia che si ripete, e che continua. Dagli archivi, ho ritrovato un mio articolo vintage.

Al Jazeera, la storia continua 6 agosto 2017 - Paola E così è ufficiale. Israele ha fatto partire la procedura per chiudere l’ufficio di Al Jazeera e revocare il permesso stampa della tv del Qatar,…
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In an effort to repair the damage to his image caused by the Temple Mount crisis, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu announced that he will attempt to shut down Al Jazeera's Israel bureau, again.
al-monitor.com

 

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