martedì 1 agosto 2017

Gaza, vivere tra le tombe





Quasi 150 donne, uomini e bimbi abitano il cimitero. I marmi come tavolo, il bucato fra le lapidi
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Gaza, vivere tra le tombe: quasi 150 adulti e bambini abitano il cimitero



Rashad è venuto al mondo dove altri lo lasciano. Da trentanove anni vive sulle tombe di questo cimitero nel centro di Gaza, come prima di lui il padre che adesso è morto tra i morti. Si allontana solo per andare a mendicare, soldi o un lavoro temporaneo che sa di non trovare. «Perché restiamo qui? Perché è comunque casa nostra».e baracche sono costruite in mezzo alle lapidi e attorno alle lapidi: le lamiere e i sacchi di plastica tappano quella che dovrebbe essere la cucina, la pietra tombale a far da tavolo, un’altra trasformata in divano coperto da un tessuto rosso. I panni sono stesi ad asciugare con i fili tirati da un «martire» della guerra di tre anni fa al più recente seppellito, il verde delle iscrizioni islamiche ancora fresco. Rashad con il resto del clan — gli al-Ghorabi, quattro famiglie, quasi cinquanta persone — è rimasto pure durante i 59 giorni di conflitto tra Hamas e Israele nel 2014, i missili caduti anche sulle tombe, a trapassare i trapassati.

Le due sezioni del cimitero Sheikh Shaban sono divise da una strada, negli anni gli abitanti di questo rione degli estinti sono diventati 150, «i morti ci hanno accolti, sono dei vicini docili». Qualcuno lavora come becchino, la maggior parte aspetta i funerali per chiedere l’elemosina ai parenti che portano il cadavere avvolto nel sudario e qualche spicciolo arrotolato nelle tasche.

La madre di Rashad non sapeva che il futuro marito vivesse in un cimitero. Originaria di Amman, il matrimonio è stato combinato dai genitori ed è arrivata dalla Giordania convinta di sposare un palestinese ricco, almeno aveva pagato per averla. Siede tra i nipotini e racconta che la notte i serpenti escono dalla terra, che da cinque giorni non hanno cibo. Miserabili in mezzo alla miseria che si estende per i 365 chilometri quadrati della Striscia, un corridoio di sabbia stretto tra Israele, il Mediterraneo e l’Egitto.

Le Nazioni Unite, contabilità dell’indigenza, calcolano che il territorio di Gaza sarà invivibile nel giro di tre anni, la popolazione cresce troppo in fretta — ha superato i 2 milioni — e le strutture per la distribuzione dell’acqua e lo smaltimento delle fogne non stanno reggendo. Perché quest’estate, come l’estate scorsa e l’inverno dopo, l’elettricità è razionata: 3-4 ore al giorno mentre la temperatura raggiunge i 40 gradi, le notti sono buie e soffocanti.


La crisi è peggiorata dallo scontro politico. Abu Mazen vuole punire i fondamentalisti di Hamas che con le armi gli hanno tolto dieci anni fa il controllo della Striscia. Da Ramallah il presidente palestinese taglia le forniture di gasolio per la centrale elettrica e gli stipendi agli impiegati pubblici. Forse spera in una rivolta improbabile: i miliziani islamisti hanno il monopolio delle armi, le recenti rappresaglie economiche del raìs — gli israeliani hanno imposto l’embargo dal 2007 — sommergono chi è già sommerso.
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