martedì 11 luglio 2017

Mons. Pizzaballa: cittadinanza, chiave per un nuovo modello di convivenza in Medio oriente

 

Mons. Pizzaballa: cittadinanza, chiave per un nuovo modello di convivenza in Medio oriente






A poco più di un anno dalla nomina, l’amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini traccia un bilancio del lavoro. Dal cambiamento drammatico in atto nella regione, al principio di unità e al contatto con il territorio, sono molti i nodi irrisolti. Fra gli elementi positivi la collaborazione del clero locale e l’accoglienza delle persone. Ma è ancora molto il lavoro da fare.

Gerusalemme (AsiaNews) - Un cambiamento “drammatico” che non riguarda solo il Medio oriente, ma la stessa Chiesa di Terra Santa che deve “lavorare sull’unità” e “a stretto contatto il territorio” per rispondere alle molte sfide del presente e del futuro. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei latini, a poco più di un anno dalla nomina. Una “diocesi strana” formata da “quattro Paesi diversi” e “tre lingue nazionali” che devono trovare “un qualcosa” che “leghi insieme queste anime” in un contesto “molto diverso” rispetto a quello di 10 anni fa. 
E ancora, la necessità di rilanciare il valore della cittadinanza che è “la chiave per il cambiamento nel futuro”. “Il modello su cui si era fondato il Medio oriente - aggiunge il prelato - negli ultimi secoli è saltato […] in questo senso credo che la cittadinanza possa essere il riferimento più concreto e fattibile, rispetto alla situazione attuale”. 
Il 24 giugno dello scorso anno l’ex custode di Terra Santa è stato nominato Amministratore Apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, con sede vacante, in seguito alle dimissioni per raggiunti limiti di età del patriarca Fouad Twal. Il 51enne neo arcivescovo ha ricevuto la consacrazione episcopale il 10 settembre scorso nella cattedrale di Bergamo, in Italia, sua diocesi di provenienza. 
Nato a Cologno al Serio, in provincia di Bergamo, il 21 aprile 1965 , egli opera in Terra Santa dal 1999 e, nel maggio 2004, viene eletto custode. Il 22 marzo 2010 la nomina per un secondo mandato. Nel 2013 è stato postulato per un ulteriore triennio. Il suo incarico si è concluso nell’aprile 2016. Fine conoscitore della cultura ebraica, egli ha anche insegnato ebraico biblico alla Facoltà francescana di scienze bibliche e archeologiche di Gerusalemme e intrattiene molti rapporti con personalità ebraiche israeliane di primo piano.
Ecco, di seguito, l’intervista di mons. Pizzaballa ad AsiaNews: 
Eccellenza, a poco più di un anno dalla nomina può tracciare un primo bilancio?
È stato un anno di sfide, con tante novità a livello personale e di vita della Chiesa. Un cambiamento radicale perché ha segnato un passaggio forte, con la presenza di un nuovo amministratore e la necessità di invitare tutta la Chiesa locale e la diocesi a ripensarsi. Non è stato un anno noioso. Il cambiamento maggiore è avvenuto nel settore dell’amministrazione, nella gestione delle cose pratiche, ma non si è trattato di uno stravolgimento, di un passaggio radicale. Il primo anno è fatto per l’osservazione e l’ascolto, e io ho voluto sentire la voce e capire la realtà dei sacerdoti e della diocesi. Adesso è giunto il momento di impostare il lavoro per il futuro.
E su quali aspetti si concentrerà l’impegno nei prossimi mesi?
Prima di tutto l’organizzazione dell’ufficio che dovrà impostare il lavoro di pastorale sul territorio. Vi sono anime diverse che si devono incontrare e dialogare, da questo lavoro emergeranno le linee programmatiche per il futuro. Anche l’amministrazione stessa della vita diocesana va reimpostata e abbiamo iniziato il percorso con nuovi vicari e nuovi parroci. Dopo l’ascolto e le valutazioni è arrivato il momento dell’azione: ora dobbiamo lavorare.
Quello che è importante è lavorare sull’unità della Chiesa e a stretto contatto con il territorio. La nostra è una diocesi ‘strana’, formata da quattro diversi Paesi e tre lingue nazionali, così come tre popoli. Anzi, sono quattro se comprendiamo anche Cipro. Da qui la necessità di sfide ed esigenze diverse; trovare un qualcosa che leghi insieme queste anime, un minimo comune denominatore, questa è oggi la nostra priorità.
Come sono evoluti i rapporti con Israele e i vertici dello Stato ebraico?
I rapporti con Israele sono quelli di sempre: sulle questioni aperte e i dossier in corso, abbiamo delle commissioni preposte che stanno lavorando in modo assiduo. È necessario sciogliere i nodi, i problemi che si incontrano sul cammino. È una realtà con la quale abbiamo a che fare ed è uno dei settori in cui si concentrano i nostri sforzi, ma è presto per dire se ci sono dei passi in avanti. Al momento possiamo dire che stiamo lavorando.
E le relazioni con i palestinesi e il mondo musulmano?
Quando parliamo di palestinesi o di mondo musulmano dobbiamo prendere come riferimento una sfera molto più ampia e variegata. Vi sono i palestinesi e i giordani, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. I rapporti con le autorità sono eccellenti, ma sul territorio si vive una realtà più complessa, dal punto di vista economico ma non solo, che richiede un dialogo costante e continuo. Sono realtà diverse, nel contesto di un rapporto in evoluzione.
E gli eventi della regione, la guerra in Siria e le violenze in Iraq, la recente crisi del Golfo, influenza in qualche modo la vita e i rapporti?
Per quanto concerne i grandi fatti del Medio oriente, non vi sono conseguenze a livello pratico per noi. Tuttavia, queste vicende influiscono sul pensiero della gente, sulla popolazione e la prospettiva dalla quale vengono letti questi fatti. Si tratta di un fenomeno latente, ma che non possiamo escludere. Forse a Gaza vi sono anche dei cambiamenti pratici, perché si modificano i rapporti fra Hamas e le potenze regionali, ma per il resto queste vicende hanno un’influenza latente e che emergerà in tutta la sua portata nel lungo periodo.
Qual è l’aspetto positivo di questi 12 mesi di lavoro?
In realtà gli elementi positivi sono due: la collaborazione del clero locale che, in generale, è stata molto propositiva, e anche l’accoglienza che ho ricevuto dalla gente. Certo, la nomina di una guida non araba per la Chiesa locale ha sorpreso molti, ma questo non ha generato reazioni o sentimenti di rifiuto. Tutti si sono messi in discussione, cercando di capire cosa fare per il bene della comunità. E vi è stata una risposta matura, nel complesso, che fa ben sperare per il futuro.
… e un elemento negativo, un aspetto sul quale lavorare in prospettiva?
Attualmente vi sono molte cose che risultano incompiute. Prima di tutto la questione amministrativa che va ripensata e ristrutturata. Da un lato è vero che la Chiesa deve pensare al ‘pane celeste’, ma a questo si deve anche affiancare necessariamente un processo di attività che hanno bisogno di una amministrazione concreta e seria. Tutto questo rappresenta una fonte ulteriore di complicazione, perché coinvolge persone e attività e richiede al tempo stesso un ripensamento forte e radicale del lavoro. Ma siamo solo all’inizio.
Eccellenza, quali sono le sfide principali per la Chiesa di Terra Santa?
Come tutto il Medio oriente, la Chiesa di Terra Santa è di fronte a un cambiamento drammatico, non solo dal punto di vista sociale. A questo si aggiungono il conflitto in Siria e le violenze irrisolte in Iraq. Vi è poi, dal punto di vista demografico, l’aspetto dell’emigrazione, con i numeri che comporta e le prospettive economiche che genera. E ancora, il passaggio generazionale che anche qui non avviene in modo indolore e presenta nuove problematiche e aspetti diversi rispetto a quanti li hanno preceduti. Aggiungiamo pure l’invasione delle sette, un fenomeno recente e in rapida espansione. Siamo di fronte a una realtà regionale molto diversa rispetto a quella di 10, o anche solo cinque anni fa e tutto questo non può non interrogare la vita della Chiesa. Sono questioni che riguardano la vita, non sono solo numeri, sono sfide aperte che fanno nascere sempre nuove domande. Di cui, al momento, non vi sono ancora risposte…
Si parla molto di cittadinanza come elemento comune su cui fondare una convivenza pacifica. Che ne pensa?
Questo è un aspetto emerso sin dall’ultimo Sinodo sul Medio oriente ed è la chiave per il cambiamento nel futuro. Una cittadinanza che va ricostruita di nuovo, fondata sulla parità di diritti e doveri, sull’uguaglianza al cospetto dell’autorità civile, che non fa differenze in materia di appartenenza religiosa o etnica. E questo non deve valere solo fra cristiani e musulmani, ma anche all’interno dell’islam stesso fra sunniti e sciiti. Il modello su cui si era fondato il Medio oriente negli ultimi secoli è saltato e vanno trovate nuove vie, nuovi modelli; in questo senso credo che la cittadinanza possa essere il riferimento più concreto e fattibile, rispetto alla situazione attuale.(DS)

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