mercoledì 19 luglio 2017

Il disegno egemone di Riyadh nella crisi del mondo sunnita



Controllo del prezzo del petrolio, diversificazione dell’economia, leadership in Medio oriente. Questo spiega le tensioni col Qatar, la Turchia e l’Iran, oltre che con gli Stati Uniti, l’Oman e il Kuwait. La guerra in Yemen e il disprezzo dell’Onu. Due modelli di islam: il wahhabismo e la Fratellanza musulmana.
Milano (AsiaNews) - Una serie di profondi radicali cambiamenti è in atto a livello politico di governo in Arabia Saudita. Negli ultimi mesi la monarchia saudita si è resa protagonista a livello internazionale attraverso “forti” iniziative politiche, che gli esperti non hanno difficoltà a leggere nel segno di una medesima trama in cui l’Arabia Saudita aspira ad assumere la leadership incontrastata a livello politico, economico e militare non solo del mondo arabo islamico di fede sunnita, ma anche e soprattutto del quadrante geopolitico mediorientale.
L’impegno nella sanguinosa guerra nello Yemen a sostegno dei clan sunniti;  lo strategico accordo concluso con la Presidenza Trump per l’acquisto di colossali forniture militari Usa nell’arco un decennio;  la condanna congiunta del sovrano Salman e del presidente Trump a livello diplomatico dell’Iran sciita come presunto demoniaco artefice del terrorismo internazionale; ma forse più di ogni altra vicenda la pesantissima crisi diplomatica con il piccolo, ma ricchissimo emirato sunnita del Qatar, hanno messo a dura prova la già precaria stabilità del Golfo Arabico, che nei due decenni successivi all’aggressione di Saddam Hussein all’emirato del Kuwait era riuscito a mantenersi indenne dalle terribili guerre che devastano il Medio Oriente.
Mai come oggi il Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organizzazione internazionale che riunisce sotto un trattato le varie monarchie, emirati e potentati sovrani degli Stati del Golfo, si trova diviso ed in aperta crisi a seguito delle aggressive, muscolari, addirittura minacciose mosse diplomatiche di Riyadh e dei suoi alleati Emirati Arabi Uniti – Abu Dhabi e Dubai – Bahrein, Egitto nei confronti del Qatar, emirato sunnita assai poco disposto ad assoggettarsi alla politica di potenza della monarchia wahhabita di Riyadh e attento piuttosto ad un dialogo più articolato con il governo sciita di Teheran e con le dottrine politiche islamiche contrapposte al wahhabismo, come ad esempio la Fratellanza Musulmana.
Per completare il quadro di questa complessa situazione si consideri la recentissima nomina da parte di re Salman del nuovo principe ereditario al trono di Arabia Saudita,  Mohammad bin Salman (v. foto), le cui posizioni di falco anti-sciita e di convinto assertore del ruolo di leadership nel mondo sunnita della monarchia wahabita di Ryadh sono note agli osservatori internazionali.
Ma cosa sta davvero accadendo in seno al mondo arabo sunnita coagulato attorno alle ricchissime monarchie del Golfo Arabico?
L’Arabia Saudita – al pari di altri Stati che hanno ormai assunto un ruolo economico finanziario egemone a livello internazionale, come l’India e la Cina – sta elaborando una strategia politica mirante ad assumere un ruolo di global player addirittura a livello mondiale nel settore delle materie prime energetiche petrolifere. Una prova concreta è data dal progetto Vision 2030, un piano economico, finanziario, politico molto ambizioso con il quale la monarchia wahhabita intende diversificare la propria economia in campo internazionale per assumere un ruolo di arbitro del settore petrolifero, in concorrenza se non in conflitto addirittura con gli altri players: Usa, Paesi Opec e soprattutto l’Iran sciita, che aspira a rientrare nell’arena del commercio internazionale dei prodotti petroliferi.
Per raggiungere questo obiettivo la monarchia di re Salman ha necessità di un solido sistema di alleanze regionali politiche con i Paesi limitrofi, ed il collante di tale alleanze è l’ideologia islamica wahhabita. Come efficacemente ha notato Charles Kupchan, analista politologo liberal Usa, in Medio Oriente i Paesi un tempo emergenti ormai hanno conquistato una autonomia economico finanziaria e per questa ragione non intendono più seguire i modelli delle alleanze con le democrazie occidentali, ma intendono sviluppare un’autonomia geopolitica in cui il sistema delle alleanze regionali (e dei conflitti regionali) prende il posto purtroppo del ruolo dell’Onu a livello di cooperazione diplomatica internazionale.
Ciò è proprio quanto sta accadendo in seno al mondo arabo sunnita: le iniziative della monarchia saudita hanno innescato una sorta di effetto domino, una reazione a catena da parte di quegli Stati islamici sunniti che non condividono la dottrina wahhabita dell’esercizio del potere politico nel mondo islamico.
Sotto il profilo politico ideale di concezione dello Stato, il mondo islamico sunnita oggi si contrappone tra i sostenitori della rigorosa iper-tradizionalista dottrina wahhabita incarnata per eccellenza dalla monarchia saudita – le cui linee guida in verità sono state assunte a modello ideale anche del criminale regime politico del califfato dell’Isis– ed i seguaci della Fratellanza Musulmana, la dottrina politica massimalista comunitaria islamica nata in Egitto e sviluppatasi in molti Stati del Medio Oriente.
Il conflitto annoso che contrappone queste due differenti concezioni dell’esercizio del potere politico sovrano attraverso il primato della religione islamica si rispecchia negli schieramenti che sono subito scesi in campo dopo l’aggressione diplomatica saudita al Qatar.
La Turchia dell’autocratico leader Erdogan è il principale alleato dell’emirato del Qatar: entrambi questi Stati infatti sostengono ed incarnano il progetto dei Fratelli Musulmani di riforma rivoluzionaria radicale del governo politico dei Paesi islamici avviatosi con le Primavere arabe del 2011;  lo stesso Akp, il partito del presidente Erdogan, è visto dagli analisti come la proiezione turca dei Fratelli Musulmani, che mirano a scalzare le sclerotiche classi politiche dei principati arabi. La potente emittente all news del mondo arabo, Al Jazeera, è stata una delle armi principali del Qatar per porre sotto accusa i regimi e governi che perseguitano i Fratelli Musulmani ,come l’Egitto alleato fedele di Riyadh, e sostenere la stagione delle Primavere arabe guidate dalla Fratellanza.
Non si deve infine sottovalutare che nel territorio del piccolo emirato del Qatar sono presenti forze armate turche, e che dopo l’ultimatum diplomatico inviato al Qatar dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati il governo di Ankara ha deciso l’invio di altri 200 militari a Doha, la capitale del Qatar: il timore di un colpo di Stato nell’emirato non è purtroppo un’ipotesi virtuale.
In questo quadro a forti chiaroscuri, l’Arabia Saudita non pare essere in grado di vincere la partita in modo unilaterale: non solo Turchia ed Iran sono avversari politici non irrilevanti per il progetto politico di Riyadh, ma la stessa ipotesi di creare una “fortezza” sunnita del mondo arabo a guida wahhabita potrebbe degenerare in un conflitto regionale assai pericoloso.
 Gli stessi altri Paesi membri del Consiglio del Golfo, come il Kuwait e l’Oman, guardano con timore ed apprensione ad un conflitto regionale, mentre l’ipotesi più ragionevole che appare sulla carta sarebbe quella della ricomposizione a livello internazionale delle tensioni del mondo arabo, coinvolgendo necessariamente tutti gli interlocutori che gravitano politicamente, economicamente e quindi militarmente su questa ricchissima area petrolifera.

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