mercoledì 26 luglio 2017

Gideon Levy :Israele dovrebbe ascoltare le parole dei palestinesi

In Cisgiordania e a Gaza la disperazione è profonda, scrive Gideon Levy.
 
 
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La protesta dei palestinesi durante la perquisizione della casa di Omar al Abed da parte dell’esercito israeliano a Kobar, in Cisgiordania, il 22 luglio 2017.

Israele dovrebbe ascoltare le parole dei palestinesi

Ogni israeliano con un po’ di coscienza dovrebbe leggere il testamento di Omar al Abed, il palestinese che il 21 luglio ha ucciso tre israeliani in Cisgiordania. Non leggere le sue parole è un tradimento. Pensare che metal detector e uccisioni mirate, un maggior numero di detenzioni e demolizioni di case, la tortura e l’oppressione possano evitare i molti attentati che ancora devono succedere è un tradimento. Girare la testa dall’altra parte è un tradimento.
Senza negare l’orrore del suo terribile atto, ogni israeliano dovrebbe prestare attenzione alle parole di Abed e trarne le inevitabili conclusioni. Tutta la popolazione della Cisgiordania, oltre naturalmente a quella della Striscia di Gaza, si trasformerà in Omar al Abed, e non si può sapere quando succederà. Chiunque pensa che le cose potrebbero andare diversamente dovrebbe imparare dalla storia. È questa la forma che assumono l’occupazione e la resistenza a essa: un enorme, inutile massacro.
“Queste sono le mie ultime parole”, ha scritto il giovane uomo del villaggio di Kobar, in Cisgiordania, prima di accingersi a uccidere dei coloni nel vicino insediamento di Halamish. “Sono giovane, non ho ancora vent’anni. Ho molti sogni e aspirazioni, ma che vita è questa, con le nostre donne e i nostri bambini che vengono assassinati senza motivo?”.
Cosa avremmo potuto dire ad Abed? Che le loro donne e i loro bambini non erano uccisi senza motivo? Abed viveva in un bel villaggio, ma immerso in una realtà che non poteva essere peggiore. Il suo vicino Nael Barghouti, per esempio, che era stato liberato da una prigione israeliana dopo aver scontato 33 anni di detenzione per aver accoltellato l’autista di un bus, è stato rispedito in carcere apparentemente per aver violato i termini della libertà vigilata. Un altro suo vicino è Marwan Barghouti, che in un mondo più giusto e meno stupido sarebbe da tempo libero di guidare il suo popolo.
Cosa potrebbe dire un israeliano a un giovane palestinese disperato che, effettivamente, non ha futuro?
Abed ha deciso di uccidere i coloni poiché “profanano la mosche di Al Aqsa e noi dormiamo”, perché “è una vergogna che ce ne restiamo seduti tranquilli”. Mentre a Gerusalemme est erano in corsa gli scontri e le perquisizioni della polizia, Abed pianificava la sua sanguinosa azione. “Voi che avete armi che si stanno arrugginendo e che tirate fuori solo per i matrimoni e altre feste, non vi vergognate di voi stessi? Perché non dichiarate guerra in nome di dio? Hanno chiuso Al Aqsa e le vostre armi tacciono”.
Queste parole hanno quasi un sapore biblico. Parole simili sono state scritte nel corso di ogni lotta di liberazione, compresa naturalmente la nostra. Sono accompagnate da termini religiosi perché il loro autore crede in dio. Anche in altre lotte, come la nostra, la religione era utilizzata al servizio della nazione. Che cosa avreste detto ad Abed se lo aveste incontrato prima che si accingesse a seminare morte, se non “non uccidere”? Che avrebbe dovuto rinunciare e arrendersi? Che la giustizia non è dalla sua parte, ma da quella degli occupanti? Che ha una speranza di vivere una vita normale? Cosa potrebbe dire un israeliano a un giovane palestinese disperato che, effettivamente, non ha futuro, nessuna possibilità di un vero cambiamento, nessuna prospettiva ottimistica, un uomo la cui vita è solo una lunga umiliazione? Che cosa gli avreste detto?
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La disperazione è profonda in Cisgiordania. Nella Striscia di Gaza lo è anche di più. La cosa dovrebbe impedire a ogni israeliano di prendere sonno la notte, poiché la responsabilità per questa situazione è perlopiù del loro stato. Ma se il fatto di essere i responsabili morali della disperazione dei palestinesi non basta a togliere il sonno agli israeliani, dovrebbe bastare il fatto che una simile disperazione annuncia disgrazie anche per loro. Abed non aveva nulla da perdere, e la persona senza niente da perdere è il più pericoloso dei nemici.
L’esercito israeliano ha fatto irruzione a Kobar sabato, ha chiuso i Territori occupati e arrestato uno dei fratelli di Abed. Tutto è andato come previsto. I soldati hanno effettuato un’“ispezione tecnica” nella casa della sua famiglia. Al ministro della difesa e al capo di stato maggiore dell’esercito sono stati consegnati i risultati di un’ “indagine di sicurezza”. Il nuovo capo del Partito laburista, Avi Gabbay, ha condannato l’accaduto, il presidente del partito Yesh Atid, Yair Lapid, ha definito Abed un “terrorista di base” e la laburista Tzipi Livni ha dichiarato “siamo uniti nel nostro dolore”. Nessuno ha osato chiedersi perché Omar al Abed, un ventenne con sogni e aspirazioni, abbia comprato un coltello e deciso di uccidere.
(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.

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