domenica 23 luglio 2017

Gideon Levy, In Israele la vera minaccia non è la religione a scuola


 

In Israele la vera minaccia non è la religione a scuola

Ogni volta che una Bibbia in ebraico cadeva a terra ci affrettavamo a raccoglierla e baciarla. Ancora oggi, nella mia libreria ce ne sono varie copie, in condizioni diverse, che mi sono state date in vari momenti della mia vita e che non ho mai osato buttare. Durante le lezioni bibliche e in quelle di Talmud del signor Koliker (che in seguito ha cambiato il suo nome in Yakir) indossavamo tutti delle kippa, una prescrizione obbligatoria.
Durante i compiti in classe lui sedeva di fronte a noi leggendo un quotidiano con un buco neanche tanto nascosto dal quale poteva sbirciare e capire se qualcuno stesse copiando. Alle elementari, ogni mattina cominciava con un’adunata nella quale recitavamo il versetto della Torah di quel giorno. Ne ricordo molti a memoria, poiché venivo spesso chiamato per recitarli ad alta voce. Non li capivo sempre del tutto, ma questi testi risuonavano in maniera gradevole nel cortile della scuola.
I venerdì ci vestivamo di blu e bianco e pronunciavamo una kabbalat shabbat in classe. In seconda si teneva la nostra prima grande cerimonia, “la festa del Libro”, nella quale il preside dava a ciascuno di noi la nostra prima Bibbia. Non abbiamo mai imparato niente sulla cristianità. Niente, salvo forse leggere The narrow path di A.A.Kabak.
Una denuncia tardiva
Non sentivamo mai parlare d’islam (o della naqba, l’esodo forzato dei palestinesi del 1948 dovuto alla nascita dello stato d’Israele). Per i nostri bar-mitzvah venivamo chiamati a recitare la Torah nelle sinagoghe ortodosse, una cosa naturale. Tutto questo accadeva a Tel Aviv negli anni sessanta, in una scuola pubblica di buona reputazione con un corpo studentesco laico e con alcuni ragazzi, come me, figli di genitori non religiosi. Quando ci veniva chiesto di disegnare il sogno delle sette vacche di Giuseppe, descritto nella Genesi, e io piangevo tutta la notte perché una delle mie vacche non era venuta bene, mio padre la disegnava al mio posto senza sapere minimamente di cosa si trattasse.
Mio padre sapeva a malapena la differenza tra Purim e Pasqua ebraica. Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett non era ancora nato e la parola ebraica hadata (indottrinamento religioso) non era ancora diffusa. Crescevamo in un ambiente più religioso di quanto credessimo, in un paese che era più religioso di quanto desiderava far credere all’esterno. Ancora oggi è il paese più religioso del mondo, se si escludono Iran e Afghanistan. Un paese dove anche i giovani “laici” baciano gli stipiti delle porte senza ripensamenti, dove è tutto chiuso il giorno di Yom kippur, e parzialmente chiuso durante lo shabbat, dove quasi tutti i neonati maschi vengono circoncisi e la maggioranza degli abitanti digiuna una volta all’anno, dove è possibile divorziare solo passando attraverso un rabbino capo, è un paese molto religioso. Anche senza hadata.
Tra i genitori laici il nazionalismo suscita molta meno opposizione dell’indottrinamento religioso
La protesta dei genitori laici nei confronti dell’hadata arriva con qualche generazione di ritardo. Il sistema scolastico era molto più religioso e coercitivo quando io ero giovane. Oggi non è più obbligatorio indossare una kippa nei corsi biblici e non viene recitato il versetto quotidiano durante le adunate del mattino.
La rivoluzione che il ministro e i suoi lacchè di partito stanno cercando di alimentare è molto più nazionalista che religiosa, e molto più pericolosa di quanto sia obbligare un bambino a indossare una kippa.

Quando le seconde elementari festeggiano la costruzione del Tempio, l’obiettivo è più nazionalistico che religioso: questo è il nostro paese. Nostro e solo nostro. Ricostruiremo il tempio sulle rovine di Al Aqsa. Questo è il vero messaggio della cerimonia del Tempio. Ma tra i genitori laici il nazionalismo suscita molta meno opposizione dell’indottrinamento religioso. Allo stesso modo i coloni suscitano molta meno antipatia degli haredim (ultraortodossi). Ma si tratta di una pericolosa distorsione: i coloni hanno provocato in Israele molti più danni degli haredim, e il nazionalismo è molto più pericoloso dell’indottrinamento religioso.
In Israele le due cose vanno a braccetto. La religiosità viene messa al servizio del nazionalismo. Il senso profondamente distruttivo del sentirsi il popolo eletto ci viene instillato tramite la religione, e viene messo al servizio del razzismo. Le giustificazioni religiose vengono sfruttate dai fautori dell’occupazione per scopi non religiosi. Quando si dice che “Hebron è sempre stata e sarà sempre” [ebraica] si tratta di un colonialismo travestito da religiosità.
Oggi invece i genitori sono infastiditi dai testi scolastici che mostrano una famiglia con kippa e con il capo coperto. Non è una questione di poco conto. La lotta per la laicità d’Israele è importante, ma quella contro il crescente nazionalismo e il crescente razzismo lo è ancora di più. A Bennett non interessa se indossiamo una kippa o meno. Il suo obiettivo è creare il secondo stato fondato sull’apartheid, il che è molto più pericoloso.
(Traduzione di Federico Ferrone)

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