domenica 30 luglio 2017

"A Gerusalemme, la nostra resistenza non violenta". Intervista a Hanan Ashrawi



A Gerusalemme, la nostra resistenza non violenta". Intervista a ...




È stata il volto e l'immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima, come donna, ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell'Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi, Hanan Ashrawi è una delle figure più rappresentative, e indipendenti, della dirigenza palestinese: tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, ricordiamo Ashrawi il Mahatma Gandhi International Award for Peace and Reconciliation e Sydney Peace Prize. In questa intervista esclusiva concessa all'Huffington Post, Ashrawi, attualmente nel Comitato esecutivo dell'Olp, riflette sulle giornate di scontri e di sangue che hanno segnato l'ultima settimana a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, proiettandosi sul "venerdì della verità", domani, quando migliaia di palestinesi si recheranno per la preghiera alla mosche di al-Aqsa. "Sarà una grande manifestazione di popolo – dice Ashrawi – di un popolo maturo, che sa battersi per le proprie libertà e sacrificarsi per esse. Quello che dobbiamo dare al mondo è una prova di maturità. Non ci saranno i metal detector ma la Città Vecchia sarà militarizzata da Israele. Non dobbiamo cadere nelle provocazioni. La strada da intraprendere è quella della disobbedienza civile e della resistenza non violenta".
Il governo israeliano ha rimosso i metal detector e le videocamere alla Spianata delle Moschee. Domani, il venerdì di preghiera, sarà un momento della verità. I riflettori internazionali sono puntati su Gerusalemme Est. Cosa c'è da attendersi?
"Una grande manifestazione di popolo in una Gerusalemme Est senza metal detector e, forse, senza videocamere, ma certamente presidiata da migliaia di agenti di polizia israeliani. Quella che ci attende è l'ennesima prova di maturità. E maturità non è sinonimo di rassegnazione, ma capacità di mostrare al mondo che c'è un popolo che rivendica nient'altro che la legalità internazionale, quella sancita da due risoluzioni delle Nazioni Unite, la 242 e la 338, che indicano Gerusalemme Est e la Cisgiordania come Territori occupati. Ma Israele si comporta come se quelle risoluzioni fossero carta straccia. Le chiedo: chi si muove nell'illegalità?".
I gruppi radicali palestinesi hanno chiamato alla mobilitazione generale e alla resistenza..
"La resistenza all'occupazione è contemplata dalla stessa Convenzione di Ginevra. Non è questo il punto. Il punto sono gli strumenti di questa resistenza, il coinvolgimento della popolazione. Resistenza, ad esempio, per me significa sviluppare, a livello internazionale, il boicottaggio dei prodotti che provengono dalle colonie israeliane, terre sottratte i palestinesi. Non credo che la militarizzazione della resistenza sia la strada giusta. Ma molto dipenderà dalle autorità israeliane: la collera è tanta, e basta poco per provocare una reazione. Mi lasci, però, aggiungere una cosa che riguarda come i grandi mezzi di comunicazione raccontano la tragedia in Palestina. C'è un mantra che viene ripetuto in continuazione: i palestinesi incitano alla violenza. I palestinesi pensano che i loro prigionieri siano eroi e sono terroristi. E dunque ecco creato l'assioma: palestinese =terrorista. Ma dal 1967, Israele ha imprigionato più di 800.000 palestinesi, tra cui anch'io, e molti altri miei amici. Non credo che ci siano 800.000 terroristi. Persone che non hanno accettato l'occupazione o accettano di aver rotto il loro spirito, non sono terroristi. Israele ha ucciso più di 75.000 palestinesi dal '67. Chi sono i terroristi?".
Resta il fatto che Israele, non solo l'attuale governo ma la grande maggioranza dell'opinione pubblica, considera Gerusalemme "capitale unica e indivisibile" dello Stato ebraico.
"Aver deciso di accantonare la questione dello status di Gerusalemme, come altri nodi strategici, è stata una delle ragioni del fallimento degli accordi di Oslo-Washington. Vede, nessun leader palestinese, neanche quello più disposto al compromesso, potrà mai firmare un accordo di pace che tenga fuori Gerusalemme. Il problema non è che Israele consideri Gerusalemme la capitale dello Stato, il problema è che nega questa prospettiva allo Stato palestinese. E' questa volontà di possesso assoluto che impedisce il raggiungimento di un compromesso. Gerusalemme Est è sottoposta a un triplo assedio di insediamenti, ceck-point militari militari e una barriera di separazione e annessione, che è in effetti un muro di apartheid Eppure un modello a cui ispirarsi esiste e voi italiani lo conoscete benissimo...".
Vale a dire?
"Roma. La Città eterna, capitale di due Stati, l'Italia e il Vaticano. Io ho esultato quando vidi in televisione le immagini della folla che abbatteva il Muro di Berlino. E non mi auguro certo che un giorno s'innalzi il Muro di Gerusalemme! Il mio sogno, quello per cui mi batto, è una Gerusalemme condivisa, capitale di due Stati e con i luoghi sacri che godano di uno statuto internazionale. So bene quanto conti, nella memoria degli Ebrei, Gerusalemme. Ma non so se questo sentimento di comprensione sia reciproco. Gerusalemme, al-Quds, è parte dell'identità nazionale del popolo palestinese, oltre ad essere, con le moschee di al-Aqsa e della Roccia, il terzo luogo sacro per i musulmani, 1 miliardo e 700 milioni di persone".
Netanyahu accusa il presidente dell'Anp, Abu Mazen, di aver attizzato il fuoco della violenza.
"Un giorno Netanyahu o qualcuno dei suoi ministri accusano il presidente di non contare nulla, salvo il giorno dopo indicarlo come il fomentatore della violenza. Nell'un caso come nell'altro, l'obiettivo è sempre lo stesso: delegittimare la controparte per giustificare l'impossibilità di un negoziato. E intanto, continua la colonizzazione dei Territori e l'espulsione strisciante dei palestinesi da Gerusalemme Est: laddove non arrivano le ruspe, ci pensa la burocrazia".
Lei fa riferimento al processo di pace. È ancora convinta che una pace giusta, duratura, debba fondarsi sulla soluzione "a due Stati"?
"Non vedo altre possibilità. Se questa prospettiva viene meno, per molto tempo non ci sarà speranza di pace. Ed è quanto abbiamo ripetuto al presidente Trump quando ha incontrato, prima a Washington e poi a Betlemme, il presidente Abu Mazen".
Si torna a parlare di Stato binazionale...
"Il che vorrebbe dire che Israele rinuncerebbe a definirsi e ad agire come Stato ebraico. Mi pare francamente impossibile. Evocare uno Stato binazionale significa perpetuare l'occupazione. Parlarne ha solo l'effetto di distogliere l'attenzione sugli atti che stanno pregiudicando le ultime possibilità di una soluzione a due Stati...".
Un esempio?
"La legge approvata lo scorso febbraio dal Parlamento israeliano (che legalizza 4mila alloggi in Cisgiordania, ndr) oltre che voler istituzionalizzare l'occupazione è un atto volto a distruggere dalle fondamenta la soluzione di due Stati. Siamo una nazione con i nostri diritti, con la nostra storia. Ci sono circa 650.000 coloni che vivono ora sulla terra palestinese, in violazione del diritto internazionale. Alcuni di loro sono tra gli elementi più radicali e violenti della società israeliana, ma sono partner potenti in un governo di coalizione che è il più oltranzista della storia d'Israele. Non credo che esista un altro Paese al mondo, come Israele, che sia autorizzato a discriminare un popolo per mantenere la purezza etnica o religiosa della propria identità. Essere uno Stato binazionale democratico vorrebbe dire applicare il principio "una testa, un voto", ma questo principio non si concilia con la dichiarata volontà di chi governa Israele di restare all'infinito uno Stato ebraico. Vorrei ricordare in proposito quanto affermato dal segretario di Stato americano uscente, John Kerry, poco prima che alla Casa Bianca subentrasse Donald Trump: 'Se la scelta è uno Stato, Israele può essere ebraico o democratico, non può essere entrambi e non sarà mai una realtà in pace'. D'altro canto, da Oslo-Washington (settembre '93) in poi, i negoziati sono diventati un obiettivo e non invece, come dovrebbe essere, lo strumento per arrivare da qualche parte".
In precedenza, Lei ha parlato della delegittimazione operata dal Governo Netanyahu nei confronti dell'attuale leadership palestinese. Ma, vista dall'interno, non è un fattore delegittimante che le ultime elezioni legislative nei Territori si siano svolte 10 anni fa?
"Esercitare la democrazia sotto occupazione non è cosa facile. Tuttavia, è vero: dobbiamo fare di tutto perché il nostro popolo possa essere messo nelle condizioni per poter giudicare la propria dirigenza e nel caso cambiarla, e questo vale sia per Hamas che per Fatah".
Esiste ancora diritto di cittadinanza in Terra Santa a parole quali dialogo e pace?
"Sì, se si sostanziano. Dialogo ha senso se esiste la volontà, reciproca, di ascoltare le ragioni dell'altro. E pace, come ripete Papa Francesco, va legata alla giustizia. Altrimenti è una parola vuota, una tragica illusione".
Un'ultima domanda. Netanyahu chiede al presidente Abu Mazen di riconoscere Israele come Stato ebraico. Qual è in merito la sua opinione?
"L'Anp ha riconosciuto lo Stato d'Israele nel 1993, nell'ambito degli accordi di Oslo-Washington. Non riconosco gli Stati islamici, gli Stati cristiani, gli Stati ebraici. Uno Stato è uno Stato per tutti i suoi cittadini. Deve essere democratico, inclusivo, tollerante e deve essere sinceramente rappresentativo di tutti i suoi abitanti".

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