giovedì 22 giugno 2017

Il Cairo dona un milione di litri di carburante per evitare il collasso di Gaza



La Striscia ora ha due ore di elettricità al giorno. La centrale tornerà a funzionare nelle prossime ore. La settimana scorsa i leader di Hamas si sono incontrati con…
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Gaza (AsiaNews/Agenzie) – Il Cairo invia carburante all’unica centrale elettrica di Gaza per evitare il collasso della Striscia fra crisi energetica e tensioni. Ieri, 22 camion con un milione di litri di carburante hanno attraversato il valico di Rafah, l’unica apertura di Gaza non controllata da Israele.
Gaza era precipitata nel buio dopo la fine del carburante ad aprile e la riduzione del rifornimento di energia israeliano, quattro giorni fa. Le ore di luce elettrica giornaliera si sono ridotte a due, contro i due turni di otto ore di aprile.
In passato era il Qatar a fornire assistenza alla Striscia, ma l’attuale crisi diplomatica nel Golfo ha prodotto un cambiamento di scenario, e a intervenire è stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. La centrale elettrica tornerà a funzionare nelle prossime ore. Samir Metir, direttore generale della compagnia elettrica di Gaza, asserisce che questo permetterà alla centrale di funzionare “a pieno regime per due giorni e a basso regime per tre”.
Di recente, l’Egitto aveva fatto pressioni sul governo di Gaza per raggiungere un accordo sulle misure di sicurezza anti-terrorismo. La settimana scorsa alcuni leader di Hamas, funzionari egiziani e Mohammad Dahlane, rivale in esilio del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas, si sono incontrati al Cairo. 




 
 
 
 
ROMA - Sono trascorsi 50 anni dalla Guerra dei Sei giorni vinta da Israele contro i suoi vicini arabi: Egitto, Giordania e Siria. Dopo il conflitto, Israele occupò Gaza, il...
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 Monica Straniero
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ROMA – Sono trascorsi 50 anni dalla Guerra dei Sei giorni vinta da Israele contro i suoi vicini arabi: Egitto, Giordania e Siria. Dopo il conflitto, Israele occupò Gaza, il Sinai, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Nonostante la Risoluzione delle Nazioni Unite n. 242 che chiedeva il ritiro dai territori conquistati, Israele ne ha mantenuto il controllo fino a oggi. Inutile dire che una delle conseguenze più gravi dell’occupazione è stata la creazione di un sistema sanitario frammentario e inefficace.
«Ancora una volta ci confrontiamo con l’abituale disinteresse che circonda le crisi umanitarie mondiali». A parlare è Hussam Issa, rappresentante di Medu (Medici per i Diritti Umani)  nel corso dell’incontro “Salute e diritti umani in Palestina”, che si è svolto a Roma.
L’organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale ha avviato un progetto in collaborazione con una ong palestinese (Palestinian Medical Relief Society) e una ong israeliana (Physicians for Human Rights Israele) per favorire un processo di collaborazione e dialogo fra operatori sanitari israeliani e palestinesi. E lo fa per mezzo delle cliniche mobili, strutture mediche di pronto intervento che permettono di offrire servizi sanitari a donne e bambini palestinesi.
«Il diritto alla salute è sistematicamente violato nei Territori occupati», racconta Hussam Issa. E spiega che il governo israeliano ha di recente ridotto la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, territorio palestinese sotto il controllo di Hamas dal 2007. «Più di 270 apparecchiature mediche per le sale operatorie non sono più reperibili nei magazzini del Ministero della sanità e negli ospedali».
Le vittime principali sono gli oltre trentadue pazienti affetti da fibrosi cistica che rischiano di morire a causa della mancanza di medicinali e dei continui tagli all’elettricità. Duecentoquaranta bambini con deficit della crescita hanno bisogno di latte terapeutico, essenziale per lo sviluppo fisiologico e cognitivo del bambino. Un altro gruppo colpito dalla crisi dei medicinali sono i malati di cancro. Un documento pubblicato recentemente dal Ministero della sanità palestinese rivela che il 90% dei pazienti malati di cancro non riceve cure adeguate.
Manar Rajeb, 14 anni e Akram Rajeb, 9 anni, sono sorella e fratello del quartiere di Shajaiya a Gaza City, ai quali è stata diagnosticata la fibrosi cistica all’età di quattro mesi. I polmoni di Manar sono compromessi, mentre Akram, che soffre di una tosse costante dovuta all’irregolarità delle terapie, è in pericolo di soffocamento.
Inoltre, le crescenti tensioni tra Abu Mazen e Hamas minacciano di deteriorare la situazione umanitaria al limite della sopravvivenza. È di qualche giorno fa la notizia che il presidente dell’Autorità palestinese ha deciso di tagliare il budget da trasferire a Gaza, incluso quello destinato alle cure mediche e ai rifornimenti dei medicinali.
Israele non è l’unico responsabile della crisi che colpisce due milioni di cittadini che dal 2007 vivono in un regime di Apartheid. Alla Comunità internazionale, Medici per i Diritti Umani chiede di intervenire per risolvere la situazione, rilanciando il processo di pace e offrendo assistenza umanitaria subito.
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