mercoledì 21 giugno 2017

Alberto Stabile.Gaza, tagliata l'elettricità alla Striscia: 150 lanterne di carta contro il buio

http://www.repubblica.it/…/gaza_lanterne_buio_protesta-1…/1/
   
REPUBBLICA di oggi, 21/06/2017, a pag. 19, 


Buio per le strade, afa soffocante nelle case, generatori spenti negli ospedali. Come se non bastasse la chiusura dei valichi, che dura ormai dal 2007, i quasi due milioni di palestinesi accalcati nella Striscia, sperimentano in questi giorni gli effetti nefasti della mancanza di energia elettrica, in una zona dove il barometro, d’estate, oscilla fra i 30 e i 40 gradi.

L’iniziativa di uno gruppo di pacifisti israeliani, che dalla spiaggia della vicina Ashkelon hanno voluto dimostrare la loro solidarietà, lanciando 150 lampade cinesi «per illuminare il cielo di Gaza», ha fatto accorrere i fotoreporter. Ma per rischiarare la notte di Gaza ci vuole forse ben altro.



Ogni giorno che passa la crisi si aggrava. Ieri l’azienda energetica israeliana ha tagliato altri sei megawatt sulla linea che rifornisce il Nord e il Nord Ovest di Gaza, vale a dire le zone più redditizie per l’agricoltura. Il giorno prima, lunedì, lo stesso ente (l’IEC, Israel Electric Corporation) aveva ridotto l’erogazione di altri otto megawatt, stavolta destinati a Sud e Sud-Ovest della Striscia, vale a dire dove sorgono i campi profughi più affollati, come quello di Khan Yunis. Il che vuol dire che la popolazione di Gaza dovrà accontentarsi di 4 ore di elettricità al giorno. E non è soltanto che, per risparmiare energia, i condizionatori vengono spenti e i ventilatori sono tenuti fermi. Si bloccano anche i motorini dell’agricoltura e le pompe del’unico depuratore rimasto. 

Per non dire dei 13 ospedali di Gaza dove il funzionamento di interi reparti ad alto dispendio energetico — come la ginecologia o la dialisi o la chirurgia — è interamente dipendente dai generatori. Ma il presidente eterno dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas, dopo aver tentato invano l’ennesima “riconciliazione” con Hamas, ha deciso che non avrebbe più pagato il conto da 11 milioni di dollari che Israele ogni mese gli presenta, non volendo trattare con un movimento che considera alla stessa stregua dello Stato Islamico. Una decisione quella di Abbas per cercare di ammorbidire i governanti di Gaza.



Anche l’Egitto, non meno coinvolto dello Stato ebraico nell’assedio di Gaza, tenendo chiuso, salvo aprirlo col contagocce per qualche caso umanitario, il fondamentale valico di Rafah, ha visto nella crisi energetica della Striscia uno strumento di pressione nei confronti di Hamas. Il feldmaresciallo e presidente egiziano, Al Sisi, diffida del movimento islamico palestinese che accusa di appoggiare gli jihadisti del Sinai nella loro sanguinosa lotta contro il regime. E siccome ha capito che Hamas è in difficoltà, anche a causa della campagna di boicottaggio lanciata dall’Arabia Saudita e dai suoi Alleati, compreso l’Egitto, contro il Qatar, munifico sostenitore del governo islamista della Striscia, al Sisi ha affidato al capo dei servizi segreti egiziani di avviare una sorta di negoziato con Hamas per ottenere dai governanti di Gaza determinate misure di sicurezza, come la consegna di 17 militanti del Sinai considerati pericolosi, in cambio di una maggiore elasticità nella gestione del valico di Rafah.

 Nel gioco rientrerebbe anche il dirigente palestinese ed ex boss di Gaza ai tempi di Arafat, Mohammed Dahalan con il ruolo di gestore dell’eventuale accordo, proprio quel Dahalan che un alto dirigente di Hamas, Mahmud Zahar, definì a suo tempo «un ladro di polli».

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