domenica 4 giugno 2017

Alberto Negri: articoli su attentato a Londra, Siria, Iran, Arabia Saudita, Trump e altro



A
Abbassato il livello di allarme dopo  l'attentato di Manchester, gli apparati di sicurezza britannici hanno fatto un altro calcolo sbagliato: dagli errori si dovrebbe imparare, soprattutto quando si avvicinano le elezioni non solo in Gran Bretagna ma anche in Germania e forse pure in Italia. In pieno Ramadan, i jihadisti intendono trasferire lo stato di guerra mediorientale in Europa mentre si va al voto.
Ma qual è il vero pericolo per gli americani, gli inglesi e loro alleati arabi del Golfo? L'Iran. E questo dice tutto sul livello di irresponsabilità delle leadership occidentali. E' il messaggio sbagliato venuto dalla visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente e che poi è passato anche al G-7: rifornire di armi l'Arabia Saudita con 110 miliardi di commesse ed essere acquiescenti con i piani delle monarchie arabe del Golfo e di Israele, non per abbattere il Califfato ma soprattutto per bloccare l'influenza dell'Iran sciita nella regione.
La “Mezzaluna sciita” diventa così un pericolo maggiore dell'Isis e del jihadismo sunnita che proprio l'Iran insieme alla Russia e al loro alleato Assad e all'Iraq hanno combattuto in questi anni colpendo l'insieme dell'opposizione siriana. Il fatto che gli alauiti di Damasco restino al potere può certamente non piacere ma quali sono le alternative che sono state proposte in questi anni ai regimi autocratici del Medio Oriente? L'abbattimento prima di Saddam in Iraq nel 2003 e poi di Gheddafi in Libia nel 2011 hanno sprofondato nel caos intere nazioni e una delle eredità lasciate dal fallimentare governo di Fratelli Musulmani in Egitto, poi abbattuto dal colpo di stato del generale Al Sisi nel 2013, è stato che il Sinai diventasse un santuario dei jihadisti
Ma che cosa hanno pensato le potenze occidentali, tra cui la stessa Gran Bretagna? Hanno fatto credere ai sunniti che avrebbero avuto una rivincita in Siria e in Iraq con la caduta di regimi alleati della repubblica islamica iraniana e lo smembramento di questi ex stati arabi. Il suo primo viaggio importante all'estero la signora May lo ha fatto a Riad. E ora quali sono i piani di americani, inglesi e giordani? Tagliare il “corridoio” iraniano che attraverso l'Iraq e la Siria rifornisce Damasco e gli Hezbollah libanesi. Prima ancora di combattere un Califfato assediato a Mosul e nella capitale Raqqa, si pensa a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita.
Se questi sono i presupposti della guerra al terrorismo, motivati dai grandi interessi economici e finanziari intrattenuti con le monarchie del Golfo, è evidente che si tenta di spostare il bersaglio della guerra al terrorismo a un altro piano. C'è poco da stupirsi quindi che continuino a rafforzarsi le cellule jihadiste, le quali probabilmente verranno ulteriormente alimentate dal ritorno dei foreign fighters dal Medio Oriente.
Eppure quando si parla di “stati terroristi” viene sempre nominato l'Iran e mai sono citate quelle monarchie petrolifere che per decenni hanno incoraggiato il jihadismo e l'Islam più radicale con le loro ideologie retrograde che custodiscono non la parola del Corano, come vorrebbero fa credere con i loro comportamenti ipocriti, ma gli intessi ristretti di élite contrarie a tutti i valori occidentali.
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Chi combatte e per che cosa si combatte oggi in Siria? Tre giorni fa è morta in una sparatoria intorno a Raqqa, Ayse Deniz Karacagil, la militante
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Chi combatte e per che cosa si combatte oggi in Siria? Tre giorni fa è morta in una sparatoria intorno a Raqqa, Ayse Deniz Karacagil, la militante filo-curda raccontata da Zerocalcare in “Kobane Calling”, libro che ha reso celebre con le sue strisce la resistenza di curdi all'Isis nella città ai confini tra Siria e Turchia. La ragazza turca, nota come “Cappuccio Rosso” (Kirmizi Fularli), aveva abbracciato la causa dei curdo-siriani e la guerra al Califfato dopo essere stata condannata a un secolo di galera per le dimostrazioni di Gezi Park del 2013.
Per difendere Kobane dalla stretta mortale di uno Stato Islamico che allora, nel 2014-15, sembrava uno spettro imbattibile, i curdi siriani avevano dovuto imbracciare i fucili. Uomini e donne che la Turchia di Erdogan oggi ancora bombarda additandoli come “terroristi”.



Ma adesso i ruoli si sono invertiti, gli assediati sono i jihadisti dell'Isis mentre il Pentagono rifornisce di armi i suoi alleati sul campo, i curdo-siriani, un cartello militare arabo-curdo formato da Sdf/Ypg(Syrian Democratic Forces/Unità di Protezione Popolare).
Dopo Obama lo ha capito anche Trump e il presidente degli Stati Uniti ha ignorato le indispettite rimostranze di Erdogan durante la sua visita alla Casa Bianca per il sostegno americano ai curdi.

In sintesi i curdi siriani sono amici degli Usa ma nemici della Turchia, Paese membro della Nato da 70 anni. Ankara teme che una loro affermazione diventi un magnete per l'irredentismo anche dei “suoi” curdi. Siamo di fronte a una vicenda paradossale nei rapporti tra Usa e Turchia perché l'ex segretario di Stato Hillary Clinton aveva avallato l'appoggio di Erdogan all'opposizione siriana aprendo anche “l'autostrada del Jihad” per far affluire in Siria combattenti islamici dal tutto il mondo musulmano. Non solo, i turchi hanno prima rischiato lo scontro con la Russia, intervenuta a fianco di Assad nel settembre 2015, poi hanno dovuto mettersi d'accordo con Mosca e con Teheran partecipando ai negoziati di Astana.
Le contraddizioni americane e le ambizioni sfrenate di Erdogan, sempre più autocrate dopo il fallito golpe del luglio 2016, hanno sprofondato la Turchia in una deriva mediorientale dove per uscirne deve affidarsi alla Russia e all'Iran.
Dietro la storia dei curdi siriani, che comunque infonde anche un certo ottimismo a favore delle correnti laiche e secolariste della regione, c'è anche dell'altro.

Gli Stati Uniti con la Gran Bretagna e la Giordania stanno progettando di tagliare il corridoio della “Mezzaluna sciita”. La guerra al Califfato non è più l'obiettivo principale: Trump durante il suo viaggio in Medio Oriente non ha avuto il coraggio di dirlo ma lo hanno affermato chiaramente gli alleati israeliani e sauditi: il target è l'Iran. Questo obiettivo è condiviso anche dal Pentagono che con il sostegno degli alleati vuole regolare i conti con la repubblica islamica contenendo la sua sfera di influenza mediorientale. Lo scopo è interrompere i rifornimenti iraniani che passando da Iran, Iraq e Siria sostengono sia Damasco che gli Hezbollah libanesi che tengono sotto tiro con i missili Israele, come ha già dimostrato la guerra dell'estate 2006.

Affiora con chiarezza in questa fase di “liquidazione” del Califfato il vero obiettivo della guerra in Siria, un conflitto per procura contro l'Iran da parte di un fronte sunnita che voleva prendersi la rivincita sulla caduta di Saddam Hussein nel 2003, altra disastrosa iniziativa americana che ha condotto alla disgregazione degli stati della regione.
La Mezzaluna sciita per difendere il corridoio siriano sta già reagendo con lo schieramento non solo delle truppe di Assad ma anche dei Pasdaran iraniani al comando del generale Haji Qassim Soleimani e delle milizie sciite irachene.
Questo spiega perché ormai da due mesi Mosul è virtualmente caduta ma non lo è ancora di fatto, perché da Raqqa la maggior parte dei comandi jihadisti se ne sono già andati con il grosso delle milizie: la fine delle roccaforti dell'Isis prelude ad altre mosse finalizzate alla guerra tra la “mezzaluna sciita”, gli americani, il fronte sunnita e Israele.
E non è un caso che la Russia abbia esploso una manciata di missili contro l'Isis: è un avvertimento che Mosca non intende lasciare isolato l'Iran e il fronte sciita che gli garantisce comunque la sicurezza delle basi sul Mediterraneo. La Siria è una sorta di Jugoslavia araba ma dove, forse, non finirà come nella ex Jugoslavia di Milosevic.
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GENEALOGIA DEL QAIDISMO
In un pezzo di due anni fa spiegavo alcune cose su Al Qaida e Abu Anas, cioè al Libby, un qaidista catturato dalle truppe Usa a Tripoli. Ora si è "scoperto" che la famiglia Abedi, quella dell'attentatore di Manchester, e Abu Anas, ideatore degli attentati di Al Qaida in Africa nel 1998, erano molto legate. Come si vede le truppe speciali americane e britanniche vanno e vengono da Tripoli quando gli pare e a colpo sicuro: perchè la Libia era diventata il bacino di stazionamento dei qaidisti quando servivano per fare la guerra in Siria ad Assad.
Prima ancora, negli anni'90, i qaidisti venivano usati contro Gheddafi in Cirenaica. Ecco perché poi sono finiti esuli in Gran Bretagna. Gli inglesi hanno sempre avuto il vizio di fomentare golpe in Libia, uno negli anni'70 contro Gheddafi, doveva partire da un porto italiano e fu sventato dai servizi italiani e Andreotti.
C'è un motivo se saltano le bombe in Europa.
Data: 28-01-2015
Testata: IL SOLE 24 ORE
Alberto Negri - L’ANALISI
Vent’anni di errori di valutazione, ecco il risultato
Rivendicato dal Califfato di Derna, l’attacco sul lungomare di Tripoli, quasi alle porte di casa, non è purtroppo una sorpresa inaspettata nel caos libico ma è anche un’antologia che raccoglie quasi vent’anni di errori di valutazione dell’Occidente seguiti da altri non meno clamorosi dei precedenti. Ed è stato così, inseguendo uno sbaglio dopo l’altro, prendendo decisioni azzardate e sospette, che si sono create le condizioni per uno scontro allargato tra l’Occidente, i musulmani moderati e gli islamici più estremisti, lungo un arco di crisi che va dal Mediterraneo al Nordafrica, dal Medio Oriente all’Asia centrale.
Esauriti il cordoglio e l’emozione per gli attentati di Parigi, ora si fanno i conti e l’Italia non ne è fuori: la stessa tratta dei migranti che dalla Libia approdano in Italia è gestita da esponenti dell’Isis, aveva avvertito recentemente Alì Tarhouni, presidente dell’Assemblea costitutente di Tripoli, secondo cui le milizie dello Stato Islamico giorno dopo giorno conquistano terreno.
Mentre a Kobane i curdi sono riusciti a liberarsi del Califfato, a Derna sono arrivati i luogotenenti di Abu Bakr Baghadi accompagnati dai reduci della guerra in Siria e in Iraq che avevamo già visto partire per le coste turche nel 2011. In Turchia sbarcarono allora cinquemila turbolenti volontari libici per partecipare alla guerra contro il regime di Bashar Assad. In quelle settimane Erdogan, Sarkozy e Cameron andavano a raccogliere l’applauso scrosciante dei thuwar, i rivoluzionari di Bengasi, mentre si preparavano le premesse per il disastro di oggi.
Sbagliato fu il bombardamento del colonnello Gheddafi deciso da francesi, americani e britannici (un intervento seguito poi anche dall’Italia), che portò alla sua caduta ma anche a una sanguinosa guerra civile; e soprattutto ancora più grave è stato abbandonare la Libia al suo destino in una transizione impossibile in un Paese spaccato tra Cirenaica e Tripolitania dove non solo non c’era nessuna tradizione democratica ma anche lo Stato, nozione per altro assai labile, era già affondato nella polvere insieme al Raìs.
Fu quella una decisione presa dalle ex potenze coloniali (non dall’Italia che aveva un trattato con Gheddafi) per non restare fuori dalle primavere arabe con l’intenzione di indirizzarne l’evoluzione e farsi nuovi alleati e clienti: i risultati li abbiamo sotto gli occhi e c’è da augurarsi che i negoziati di Ginevra partoriscano qualche sviluppo altrimenti la Libia è perduta.
Anche questa volta tutto si tiene in una trama non così oscura come sembra. L’attacco sarebbe una vendetta per la morte in carcere negli Usa di Abu Anas Al Libby, uno degli organizzatori degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998. Fu il primo attacco di al-Qaeda. Qualche mese prima su Foreign Affairs Bernard Lewis aveva scritto che Bin Laden e l’egiziano al-Zawahiri avevano lanciato una dichiarazione di guerra. Non gli venne dato troppo peso e Clinton fu costretto a reagire in fretta lanciando a casaccio qualche Cruise in Sudan e Afghanistan. Tre anni dopo ci sarebbe stato l’11 settembre ma Clinton era partito da Little Rock con un solo slogan, per quanto efficace, «It’s the economy stupid». Ma evidentemente c’era anche dell’altro al mondo, così come in Libia non esistevano solo da ghermire affari e petrolio.
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A Papa Francesco, fine analista della guerra mondiale combattuta a pezzi, non è sfuggito il prossimo guaio che stanno preparando Trump e gli
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  Papa Francesco, fine analista della guerra mondiale combattuta a pezzi, non è sfuggito il prossimo guaio che stanno preparando Trump e gli americani in Medio Oriente. E infatti ha 1iquidato il presidente americano in 40 minuti, lo stesso tempo del meeting tra Abbas e Trump. Il resto probabilmente lo hanno detto il segretario di Stato Parolin e Gallagher. I rapporti dal Medio Oriente da settimane sono abbastanza chiari e la visita in Arabia Saudita deve avere rafforzato le convinzioni della Santa Sede: più che la lotta all'Isis e ai foreign fighters del Califfato, gli Stati Uniti si stanno preparando ad aprire un fronte contro l'Iran e gli Hezbollah che ovviamente coinvolge la Siria di Assad.
L’euforia dei sauditi
Troppo entusiasmo da parte dei sauditi per la visita di Trump: un’euforia giustificata dalle posizione anti-iraniana assunta dal presidente americano a Riad e profumatamente pagata con commesse per 110 miliardi di dollari di armi. Queste sono le cose che fanno infuriare il Papa, il quale ha detto più volte che i problemi del Medio Oriente dipendono dal proliferare degli armamenti.

Non è certo questa la prima volta che il Vaticano e gli Usa si trovano su posizioni opposte, soprattutto in Medio Oriente. Nel 1991 Giovanni Paolo II si era opposto all'attacco all'Iraq dopo l'occupazione del Kuwait perché Saddam era il protettore dei cristiani. Ancora più forte fu l'opposizione del Papa nel 2003, convinto che i regimi autoritari ma laici erano l'unico argine contro l'islam politico.

Le tensioni tra Casa Bianca e Vaticano sono continuate con Papa Ratzinger. Il segretario di Stato Hillary Clinton ebbe buon gioco allora a convincere Barack Obama a investire sulla Fratellanza Musulmana ed ad applicare con le primavere arabe del 2011 il “leading from behind”, ovvero a guidare da dietro le rivolte.

Qui è cominciato il disastro in cui siamo immersi ancora oggi. La questione libica è sotto gli occhi di tutti: francesi, inglesi e americani, non avendo come al solito un'alternativa a Gheddafi come non l'avevano per Saddam nel 2003, hanno fatto affondare un intero Paese e anche i confini dell'Italia.
E ancora peggio è andata in Siria dove la signora Clinton, per accaparrarsi il sostegno finanziario delle monarchie del Golfo, diede via libera a Erdogan a aprire l'«autostrada della Jihad» pur di abbattere il regime di Assad. In realtà si trattava di una guerra per procura contro l'Iran, arci-nemico degli arabi del Golfo e Israele. Pensavano di manovrare i jihadisti che adesso tornano indietro come una sanguinosa risacca in Europa, come si è visto anche in queste ore in Gran Bretagna.

Francesco e la preghiera in San Pietro
Pur non essendo certo un ammiratore di Assad, Papa Bergoglio nel 2013 promosse una veglia di preghiera a San Pietro cui partecipò anche l'allora ministro degli Esteri Emma Bonino che infatti poi venne fatta fuori da Renzi: come il suo predecessore Ratzinger, Papa Bergoglio aveva compreso le gravi conseguenze che si stavano addensando sui cristiani in Siria se avesse vinto l'ala più radicale dell'Islam sunnita. I cristiani di Siria furono salvati dagli Hezbollah libanesi sciiti che liberarono i i villaggi dalle formazioni qaidiste.

Se questi sono i precedenti si può immaginare che cosa abbai potuto dire il Papa a Trump, ovvero tutto il suo dissenso per un'operazione militare in Medio Oriente destinata a colpire l'Iran e gli Hezbollah. Un'operazione che tra l'altro coinvolge gli inglesi e la Giordania, con rischi non da poco per il regno hashemita. Ma anche questo presidente americano, come molti altri che lo hanno preceduto, finge di voler fare la lotta la terrorismo ma in realtà lo alimenta e tende a fare dei favori ai suoi sponsor sauditi e delle monarchie del Golfo. Con i devastanti risultati che sappiamo.
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Non devono cambiare le nostre vite: il ritornello degli ignavi
Ogni volta che accade un atto terroristico si sente il solito ritornello che " i terroristi non devono cambiare le nostre vite". Come se noi fossimo degli innocenti che non hanno contribuito alla frantumazione del Medio Oriente con decenni di guerre, che non hanno cambiato violentemente le vite degli altri con l'invasione Usa dell'Iraq o la guerra in Libia, come se vivessimo su una nuvola lontano da conflitti remoti che per altro in Siria abbiamo alimentato usando gli stessi jihadisti. Come se non sostenissimo monarchie petrolifere che ci pagano per appoggiare i loro regimi islamici retrogradi. Più che ignari siamo ignavi.


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Alberto Negri - Chi protegge i foreign fighter

Ci sono molte cose che non tornano nella caccia a jihadisti e foreign fighter, e che dovrebbero farci riflettere. Non si muore a caso nei conflitti mediorientali entrati da alcuni anni in Europa. Il premier britannico Theresa May è decisamente più realista di Bush junior, Obama e anche di Trump.
Dopo l’11 settembre 2001, pur di proteggere i legami con i sauditi e la famiglia Bin Laden, Bush dichiarò che il terrorismo non ha niente a che fare con l’Islam e Obama al Cairo nel 2009 affermò che si trattava di una «deviazione». Trump in campagna elettorale ha detto chiaramente nelle interviste che «l’Islam ci odia», fino a quando i generali Mattis e MacMaster lo hanno preso da parte e gli hanno fatto capire che metteva in pericolo gli affari con Riad. I sauditi con il monarca Ibn Saud strinsero un accordo nel 1945 con Roosevelt - petrolio contro sicurezza - che non si è mai incrinato.
Non solo. Trump, sempre più vulnerabile, si è spinto più in là e dopo avere dichiarato che bisogna combattere l’Isis si è concentrato sul pericolo Iran, che con questi attentati non ha niente a che fare. È l’ideologia wahabita saudita che ha ispirato al-Qaida e l’Isis. Il vero obiettivo Usa è mettere insieme una coalizione araba, con americani, inglesi, giordani, in accordo con Israele, per penetrare in Siria e tagliare le linee di rifornimento iraniane dirette a Damasco e agli Hezbollah libanesi. Questa è la vera guerra in preparazione che verrà mascherata da conflitto all’Isis.
Dopo l’attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse abbattuto, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell’Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.
Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” - come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May, pur non usando l’aggettivo islamico - pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.
I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l’attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighter segnalati dalle autorità, 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.
Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighter avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen o la Libia. In Yemen i sauditi sono in difficoltà contro ribelli Houthi appoggiati da Teheran e forse farebbe comodo a Riad usarli come già impiegano gli uomini di al-Qaida. Del resto da settimane americani, esercito iracheno e milizie sciite sono a 300 metri della moschea di Mosul dove al-Baghdadi nel 2014 proclamò il Califfato. Perché si aspetta a scatenare l’offensiva? Il motivo potrebbe essere che il teatro siriano è diventato una scacchiera e i jihadisti avranno una sorte diversa da quella che ci aspettiamo.
La rivendicazione lascia pochi dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non sia arrivata subito potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica. Gli arresti e le perquisizioni a Manchester sembrano avvalorare l’ipotesi di un kamikaze che abbia utilizzato uno Ied, gli Improvised explosive device, che abbiamo visto esplodere a centinaia in Iraq e Afghanistan.
L’attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell’Iran sciita più che l’eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell’ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della Realpolitik e dei grandi affari.



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Se fosse confermata la pista jihadista, questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l'attentato del lupo solitario
lberto Negri - Terrorismo, la vacuità dei proclami di Riad. Se fosse confermata la pista jihadista (l'articolo è stato scritto alle otto del mattino, n.d r.), questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l'attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse eliminato, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell'Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.
Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” - come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May non usando l'aggettivo islamico - pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.
I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l'attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighters segnalati dalle autorità 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.
Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighters avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen. Nel 2005 a Londra ci furono 56 morti nell'attentato alla metropolitana, questo di Manchester sarebbe il più grave da allora, nonostante la fitta rete di sicurezza impiantata dalle autorità britanniche che hanno infiltrato i gruppi jihadisti con un programma di prevenzione costato miliardi di sterline.
Manca ancora una rivendicazione e questo lascia ancora dei dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non ci sia ancora potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica.
L'attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell'Iran sciita più che l'eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell'ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della realpolitik e dei grandi affari.
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1) Alberto Negri - Gli iraniani votano, i sauditi pagano
A prima vista l’analisi del voto in Iran, accolto con un balzo delle quotazioni alla Borsa di Teheran, è cristallina: ha vinto il progetto di apertura al mondo del Paese contro l’autarchia di stampo islamico. «Gli iraniani hanno respinto il tentativo dei “falchi” di fermare le riforme - ha detto il vincitore, Hassan Rohani, citato dalla tv locale -: hanno confermato la volontà della Repubblica islamica di interagire con il mondo». Ha prevalso l’ala più moderata e pragmatica contro i “falchi” rappresentati dai religiosi più conservatori e dai Pasdaran, il braccio militare del regime, che hanno sostenuto Ebrahim Raisi, ayatollah-manager custode della Fondazione Reza di Mashad, decine di miliardi di dollari di fatturato, e che nell’88 fu anche membro del “comitato della morte”, i quattro giudici che decisero le esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici.
Ma con le lenti della Realpolitik all’iraniana la rielezione di Rohani con il 57% dei voti come capo del governo per un altro mandato di quattro anni è qualche cosa di più di quanto appare, dentro e fuori l’Iran.
All’interno la Guida Suprema Alì Khamenei ha rafforzato la sua eredità in attesa della successione alla massima istanza del Paese: il suo scopo non era che vincesse per forza Raisi ma dimostrare che la Repubblica islamica, 38 anni dopo la rivoluzione dell’Imam Khomeini, è ancora viva. Ci è riuscito preparando un corsa presidenziale partita in sordina, con Rohani gran favorito, e che si è trasformata in un dibattito pubblico incandescente. L’obiettivo era trascinare alle urne più gente possibile: sono andati a votare 42 milioni di iraniani in file ordinate e senza incidenti.
Agli occhi della leadership di Teheran significa che la Repubblica islamica ha un legittimazione popolare come nessun altro regime musulmano della regione. Per chi comanda in Iran è secondario che la democrazia fiorisca solo una volta ogni quattro anni, mentre l’autocrazia sia il pane quotidiano. Gli elettori vanno alle urne per scegliere “il minore dei mali”, sono gli arbitri di una lotta all’interno dell’élite rivoluzionaria.
Non solo: gli iraniani hanno scelto tra due turbanti, confermando l’architettura religiosa e messianica del regime in uno dei momenti di massimo scontro tra sciiti e sunniti. Le guerre dell’Iran e contro l’Iran, in Siria, Iraq, Yemen, non finiranno con la rielezione di Rohani. Su questi aspetti militari e di politica estera non deciderà lui ma la Guida Suprema e lo stratega dei Pasdaran, il generale Qassem Soleimani.
Questo risultato elettorale è stato colto mentre Donald Trump atterrava nell’impresentabile Arabia Saudita dominata da una monarchia assoluta e retrograda, sostenitrice di una versione radicale dell’Islam che ispira anche l’Isis e il terrorismo jihadista. Confermando l’accordo sul nucleare, Trump è stato uno dei grandi elettori esterni di Rohani pur avendo definito più volte come «orribile» quest’intesa raggiunta da Obama. I sauditi cercheranno di convincerlo a cancellarla, così come vorrebbero gli israeliani. I due arci-nemici dell’Iran sono i due maggiori alleati di Wasghinton in Medio Oriente da 70 anni, e scontentarli non è impresa da poco.
Trump dovrà trovare una soluzione che non lo metta in rotta di collisione con gli alleati della regione, con la Cina, la Russia e gli europei. Cercherà di forgiare un’alleanza anti-iraniana tra sauditi e israeliani, magari resuscitando il negoziato palestinese, e continuerà a mantenere le sanzioni bancarie e finanziarie che bloccano di fatto gli affari con Teheran. Non importa se questa politica di contenimento dell’Iran sciita costa miliardi di dollari di commesse mancate: per gli Stati Uniti i conti li pagano i sauditi che qualche briciola lasceranno pure agli altri.
Ecco perché il voto in Iran è strategico. Al di là delle apparenze la vittoria di Rohani non muta l’assetto nella regione. E lo stesso Rohani dovrà convivere con i falchi: gli ultra-conservatori, uniti dietro Raisi, hanno ottenuto sei milioni di voti in più rispetto alle presidenziali del 2013. I falchi controllano tutte le leve del potere compresi due terzi dell’economia. Del resto moderati, conservatori, riformisti, sono seduti tutti sullo stesso ramo, quello della Repubblica islamica, e non possono tagliarlo.
2) Alberto Negri - Le sanzioni Usa bloccano 25 miliardi di commesse italiane
Cosa significa per l’Italia la vittoria di Hassan Rohani? Con questo governo di moderati e pragmatici le aziende italiane pubbliche e private hanno firmato 25 miliardi di euro di memorandum d’intesa, quasi una manovra finanziaria. Gran parte dei contratti maggiori non passano alla fase operativa per mancanza di copertura finanziaria: la Sace con la Cassa depositi e prestiti copre circa 5 miliardi di commesse ma il resto dovrebbe essere garantito dalle grandi banche italiane e internazionali che non passano all’azione per timore di ritorsioni finanziarie da parte del Tesoro americano.
Questo vale per l’Italia ma anche per gli altri Paesi europei e occidentali: dalla firma dell’accordo sul nucleare nel 2015 il governo Rohani si aspettava l’afflusso di 140 miliardi di investimenti dall’estero ne sono arrivati 13, un decimo del previsto. Le critiche rivolte a Rohani da parte degli ultra-conservatori sulle modeste performance economiche non sono infondate, anche se sono stati proprio gli otto anni del radicale Ahmadinejad ad affossare l’Iran e a isolarlo.
Lo staff di Rohani dice di non aspettare altro che i crediti italiani per tagliare i nastri di partenza di grandi commesse infrastrutturali, produttive e nel campo energetico dove l’Iran è una superpotenza: il quarto produttore al mondo di petrolio, al secondo posto per le riserve di gas. Cosa si aspetta? Dai governi italiani, venuti qui con importanti delegazioni, arrivano proclami roboanti ma le banche italiane stanno a guardare in attesa di ipotetiche garanzie sovrane che non arrivano mai.
In Libia nel 2011 con la caduta di Gheddafi l’Italia perse già 50 miliardi di dollari di contratti, dopo avere ospitato il Colonello in pompa magna a Roma sei mesi prima dell’attacco di francesi, inglesi e americani che con la minaccia di bombardare i terminali dell’Eni ci costrinsero ad accodarci alla loro impresa dissennata lasciando il Paese nel caos in cui è oggi. Adesso l’Italia rischia di perdere posizioni in un Paese dove su scala europea è al secondo posto dopo la Germania per le esportazioni e che soprattutto ha sempre visto una costante presenza delle aziende italiane, anche durante gli anni della guerra contro l’Iraq, quando questo l’Iran, dopo la caduta dello Shah, venne abbandonato dal fonte occidentale.
Nel 2011 l’intercambio aveva toccato il massimo storico, sette miliardi di euro. Crollato in seguito alle sanzioni (l’embargo sul petrolio e sulle transazioni bancarie), nel 2013 ha segnato il minimo, cioè 1,2 miliardi. Poi ha cominciato a risalire: nel 2015 ha raggiunto 1,6 miliardi. Le opportunità sono state colte soprattutto dalle banche piccole, come le popolari, che hanno finanziato esportazioni e contratti delle medie imprese. Ma è troppo poco.
La realtà è che sì le sanzioni sono finite e in molti guardano all’Iran ma la partenza è lenta. L’Iran continua a essere visto come un paese “speciale”. Gli ostacoli alle transazioni finanziarie sono venuti meno, le banche iraniane sono rientrate nel sistema swift, che permette i trasferimenti telematici di denaro in tempo reale. Le grandi banche asiatiche sono tornate a lavorare con l’Iran - i cinesi hanno finanziato con 5 miliardi di dollari la Total francese - mentre quelle europee sono riluttanti, vogliono vedere cosa faranno gli Stati Uniti. Washington infatti mantiene sanzioni unilaterali e molti temono che allacciare rapporti con l’Iran possa esporre a ritorsioni da parte americana.
In poche parole gli Stati Uniti, sotto pressione anche degli alleati sauditi e israeliani, tengono il cappio al collo dell’economia iraniana sperando di ottenere un cedimento della leadership della repubblica islamica che, come dimostra il passato, appare assai improbabile.



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