giovedì 11 maggio 2017

Mira Sucharov : nella diaspora ebraica è proibito parlare di occupazione


 Sintesi personale +



Il divieto  corre in profondità . Nella diaspora ebraica è proibito da decenni  e non si deve menzionare il termine   occupazione

  Dopo il mio  ultimo articolo  ampiamente criticato da un lettore, il mio editore canadese ha pubblicato una nota in difesa del termine  contestato : occupazione , considerato da molti ebrei della diaspora   una questione di opinione, piuttosto che di fatto.

Sento spesso il familiare ritornello che  per gli ebrei della Diaspora, Israele è bambino che ci appartiene  e quindi non dobbiamo criticare il paese pubblicamente,ma  è una metafora debole. Lo Stato di Israele non è un  neonato inerme: ha milioni di cittadini che deve servire e proteggere  e milioni di non cittadini sotto il suo controllo. 
Quando si tratta dei diritti civili  e dei  diritti umani, tutti gli Stati devono 
essere considerati responsabili come lo sono gli adulti.

Ma anche se abbiamo accettato la metafora di Israele come nostro figlio e siamo d'accordo sul fatto che la critica di Israele deve essere fatta in famiglia, dove sono in corso questi vigorosi dibattiti intracomunitari? A parte alcune eccezioni eccezionali, certamente non si svolgono nelle nostre scuole  nei campi estivi, nei JCC, nelle federazioni, nelle sinagoghe o nel campus Hillels.

La paura della parola non è limitata all'America del Nord. Chemi Shalev ha recentemente descritto come il termine "occupazione" sta diventando tabù tra molti israeliani,ma questo  non giustifica gli ebrei della Diaspora che non possono evidentemente lasciare il dibattito sull'occupazione agli israeliani. dove il capo della Radio dell'esercito ha proibito ai giornalisti della stazione di usare il termine "Cisgiordania".

 

Curiosamente, nel mio lavoro, ho limitato la discussione  all'occupazione post-1967 e non ho toccato quello che suppongo fosse il tema più provocatorio, se non radioattivo, del 1948 e  la questione  della  Nakba. Tuttavia ho confrontato il cinquantesimo anniversario dell'occupazione israeliana con il 150 ° compleanno del Canada (dal momento che entrambi cadono quest'anno), sostenendo che dobbiamo porre fine all'occupazione proprio come dobbiamo onorare la verità e le richieste di riconciliazione nei confronti dei popoli indigeni del Canada .


Cominciamo con Gaza, il candidato più ovvio per lo status "non occupato" dopo il ritiro del 2005 di Israele. Anche se Israele ha ritirato tutte le sue truppe terrestri e i  coloni,  lo Stato mantiene il controllo aereo, navale  e, insieme all'Egitto, il blocco di terra intorno alla Striscia. E nonostante un organismo politico - Hamas - che governa quotidianamente il territorio, Gaza è ancora dipendente da Israele per  quanto concerne l'elettricità
 ; Lo Stato fornisce elettricità a Gaza (con un importo pari a 11 milioni di dollari al mese in quanto Israele rifiuta di  discutere con Hamas in merito)
. Quindi  non è il tipo di occupazione  che vediamo in Cisgiordania, ma sussiste una situazione seria di controllo esterno.

Oltre la Cisgiordania i palestinesi non hanno libertà di movimento. Israele mantiene una rete di 59 controlli interni fissi all'interno della Cisgiordania,  oltre a ulteriori punti di sorveglianza, centinaia di blocchi stradali e alcune Strade separate - quasi 60 chilometri di strade della Cisgiordania sono completamente o parzialmente vietate ai palestinesi. La barriera di separazione,  che in alcuni settori separa i palestinesi dalla loro terra e lascia decine di comunità parzialmente o totalmente circondate , restringe ulteriormente il movimento.

L'industria delle armi fiorisce mentre  l'istruzione e il benessere soffrono economicamente e spiritualmente per la guerra.


L'accordo di Oslo, che ha diviso la Cisgiordania in tre sezioni, non nega l' occupazione. Il PA controlla l'area A,  circa il 18 per cento della Cisgiordania , dove vivono la maggior parte dei palestinesi della Cisgiordania,nella zona B Israele controlla la sicurezza  ,il  PA ha il controllo civile. Israele controlla tutta l' Area C, il 60 per cento della Cisgiordania, dove vvivono  300.000 palestinesi e oltre 300.000 coloni . Nonostante questa divisione tripartita, non bisogna dimenticare che i militari israeliani possono  entrare  o uscire in  qualsiasi parte della Cisgiordania . I residenti palestinesi della Cisgiordania sono sotto la legge militare israeliana, mentre i coloni israeliani sono sotto il diritto civile israeliano.

Questa è l'occupazione.

Ora possiamo discutere sul  destino dei coloni israeliani, sul  ritorno dei rifugiati palestinesi,  sull' accesso a luoghi sacri a Gerusalemme , su  come entrambi i popoli possano essere  protetti culturalmente e fisicamente nel caso di accordo di uno Stato o di due stati,ma negare che la Cisgiordania sia sotto occupazione militare da 50 anni,   vuol dire negare i fatti più basilari. Questo  solleva un altro problema  preoccupante: se l'occupazione non è la parola giusta, posso pensare ad un altro termine ,ma  non credo che gli stessi lettori preferiscano sentirlo.

Mira Sucharov è professore associato di scienze politiche all'Università Carleton di Ottawa. Segui lei su Twitter: @sucharov

Mira Sucharov




Denial runs deep. Five decades on, it's still the one word you mustn’t mention in polite Diaspora Jewish society
haaretz.com


What’s in a word? If you’re a Diaspora Jew, and the word has something to do with Israel, apparently a lot.

After all the column-writing I’ve done, something unprecedented happened last week. Owing to significant reader criticism, my editor at the Canadian Jewish News felt compelled to publish a note defending the running of my latest piece. The source of the complaints? That I used the word “occupation.”

Two issues cry out for attention here.

The first concerns what the nature of Jewish community dialogue is, and should be, around matters relating to Israel and Palestine. The second - how is it that for so many in the Jewish community and more generally, the term ‘occupation’ is regarded as a matter of opinion, rather than fact.

I often hear the familiar refrain that, to Diaspora Jews, Israel is like our child and so we shouldn’t criticize the country publicly. But it’s a weak metaphor. The State of Israel is no helpless infant: it has millions of citizens that it must serve and protect, and millions of non-citizens under its control. When it comes to civil rights and human rights, all states must be held accountable as adults.

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But even if we did accept the Israel-as-child metaphor and thus agree that Diaspora criticism of Israel should be done en famille, I have to ask: where are these vigorous intra-community debates actually happening? With a few notable exceptions, they certainly aren’t taking place in our day schools, summer camps, JCCs, Federations, synagogues or campus Hillels.

The fear of the word is not confined to North America. Chemi Shalev recently described how the term “occupation” is becoming taboo among many Israelis. But that doesn’t give Diaspora Jews a free pass to gloss over it as well; nor can they, evidently, leave the debate over the occupation to Israelis. In fact, the discourse in Israel is moving in Orwellian directions: the head of Army Radio has now forbidden the station’s journalists from using the term “West Bank.” So who is having the conversations that need having?

Levinger and Porat
Five decades since the occupation began, why do Diaspora Jews still deny it exists? Rabbi Moshe Levinger and Hanan Porat celebrating the establishment of the first West Bank settlement in 1975.Moshe Milner

Curiously, in my piece, I restricted my discussion of Israel to the post-1967 occupation, and did not touch what I would assume to be the far more provocative, if not radioactive, subject of 1948 or the question of restitution for the Nakba. I did, however, compare the 50th anniversary of the Israeli occupation with Canada’s 150th birthday (since both fall this year), arguing that we need to end the occupation just as we need to honor the truth and reconciliation demands towards the Indigenous Peoples of Canada.

Perhaps reminding my fellow Canadian Jews that I am well aware that our own country is not free of social justice imperatives had the opposite effect. And even though I made no mention in my piece of who may or may not have indigenous status in Israel-Palestine, perhaps collective defense mechanisms kicked in, activated by the emotional discomfort of thinking about how we, as, Jewish immigrants, benefitted from Canada’s settler-colonial project.

And what about the occupation?

Let’s start with Gaza, the most obvious candidate for ‘non-occupied’ status after Israel’s 2005 withdrawal. Though Israel withdrew all its ground troops and settlers then, the state maintains a naval, air and, along with Egypt, ground blockade around the Strip. And despite having a political body — Hamas — ruling day-to-day affairs in the territory, Gaza is still dependent on Israel for its electricity needs; the state supplies Gaza with electricity (charging the PA $11 million per month as Israel refuses to deal with Hamas on this issue). So while it’s not the kind of ground occupation we see in the West Bank, it is still a serious situation of external control.

Over in the West Bank, Palestinians do not have freedom of movement. Israel maintains a network of 59 fixed internal checkpoints well within the West Bank (meaning they cannot be simply seen as quasi-border controls protecting pre-Green Line Israel from the territories), as well as additional surprise checkpoints, hundreds of roadblocks, and some separate roads — nearly 60 kilometers of West Bank roadway is fully or partially barred to Palestinians. The separation barrier, which in some areas separates Palestinians from their land, and leaves dozens of communities either partially or totally encircled or else West of the barrier altogether, further restricts movement.

The arms industry flourishes while ‘women’s’ professions like raising children, education and welfare suffer economically and spiritually from the war.
Israeli settlers stand on the roof of a synagogue in the West Bank settlement of Givat Zeev, north of Jerusalem on November 4, 2015.AFP

The Oslo agreement, which divided the West Bank into three sections, does not negate the fact of occupation. The PA controls Area A, which constitutes around 18 percent of the West Bank, and is where most West Bank Palestinians live. Area B’s security matters are controlled by Israel, with the PA having civil control. Israel controls all facets of Area C, which represents 60 percent of the West Bank; here, 300,000 Palestinians and over 300,000 settlers live. But despite this tripartite division, one should not forget that the Israeli military can — and does — enter or exit any part of the West Bank at will.

Most importantly, and though the degree to which they are governed by Israeli military law is most apparent for Palestinian residents of Areas B and C, Palestinian residents of the West Bank are under Israeli military law while Israeli settlers are under Israeli civil law.

This is occupation.

Now, we can debate what should be the fate of Israeli settlers if Israel did withdraw, how the question of Palestinian refugee return should be adjudicated, how access to holy places in Jerusalem can be ensured, and how both peoples, and every individual, can be protected culturally and physically in the event of a one-state or two-state agreement.

But to deny that the West Bank is under military occupation right now, and has been for 50 years, is to deny the most basic of facts. It is also to raise another troubling point: If occupation isn't the right word, I can think of another term that captures things equally well, if not better. But I don’t think those same readers would prefer to hear it.

Mira Sucharov is associate professor of political science at Carleton University in Ottawa. Follow her on Twitter: @sucharov

Mira Sucharov

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