martedì 23 maggio 2017

Mahmoud Abbas: ‘non è un conflitto di religioni. Il problema è l’occupazione’.




Oggi l’incontro fra Abbas e il presidente Usa Donald Trump. Il presidente dell’Autorità palestinese chiede la fine dell’occupazione e degli insediamenti. Per…
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Oggi l’incontro fra Abbas e il presidente Usa Donald Trump. Il presidente dell’Autorità palestinese chiede la fine dell’occupazione e degli insediamenti. Per Trump, il problema è il terrorismo. La Cisgiordania sciopera a sostegno dei prigionieri in digiuno da più di un mese. Bernard Sabella: serve leadership politica, non armi, e capire le cause del terrorismo per sconfiggerlo.
Betlemme (AsiaNews/Agenzie) – “Non c’è un conflitto fra le religioni. Il problema fondamentale è l’occupazione e gli insediamenti. Ed essere riconosciuti come Stato, così come noi riconosciamo Israele”. Con queste parole Mahmoud Abbas è intervenuto alla conferenza stampa con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tenutesi questa mattina a Betlemme. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese ha poi ricordato le migliaia di prigionieri che scioperano la fame “da ormai più di un mese”.
Da parte sua, Trump ha insistito sull’importanza di sconfiggere i terroristi che ha definito “malvagi perdenti” e ribadito di essere “impegnato a cercare di arrivare ad un accordo di pace fra israeliani e palestinesi” per cui “intende fare tutto il possibile”.
Le dichiarazioni sono arrivate alla fine di un incontro privato fra le due autorità.
Ieri Trump aveva fatto visita al premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nella conferenza stampa con Netanyahu, l’argomento centrale era stato l’Iran, per Trump principale ”minaccia alla regione” e “causa di violenza e sofferenza”, come aveva già fatto durante la visita in Arabia Saudita. Incontro che oggi ha rievocato, definendolo un evento “epico”.
Ad accogliere Trump all’arrivo, tuttavia, sono state le tensioni che da settimane vanno crescendo con il proseguire dello sciopero della fame di almeno 1,300 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Ieri, i palestinesi di tutto il mondo hanno lanciato uno sciopero generale iniziato alle 11 locali: è la prima volta dalla prima intifada che uno sciopero generale di queste dimensioni viene attuato. A Gerusalemme, i negozi della Città vecchia erano chiusi.
 Al tempo stesso, molte persone si sono unite in uno sciopero della fame di 12 ore, a partire dalle 10 del mattino fino alle 10 di sera. Gruppi di manifestanti si sono riversati per la Cisgiordania e a Gaza, in particolare difronte alla basilica della Natività a Betlemme. Dei dimostranti, 20 sono rimasti feriti negli scontri nei distretti di Ramallah ed Hebron con l’esercito israeliano.
Intervistato da AsiaNews, Bernard Sabella, rappresentante cattolico di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, afferma che l’incontro di oggi è una “prova che siamo disposti a sederci e parlare per arrivare all’’accordo del secolo’, se le nostre controparti israeliane faranno lo stesso”.
“Ieri sono rimasto a casa. Gerusalemme era tutta chiusa – continua – Questo sciopero è stato un messaggio per Trump, un modo per sostenere i prigionieri, che non chiedono nulla di impossibile, solo che la loro dignità umana sia rispettata”.
Commentando le parole di Trump, Sabella afferma: “Noi condanniamo il terrorismo, quello che è successo ieri sera a Manchester è orribile, è una cosa terribile per tutti. Per le persone uccise, le famiglie coinvolte. Bisogna confrontarsi con il terrorismo, ma non solo vendendo armi, bisogna andare alle cause. A capire cosa porta i giovani a diventare terroristi e a impedire che accada. Fare in modo che smettiamo di vederci come nemici, e cominciamo a vederci come persone”.
“Quello che serve adesso non è un accordo sulle armi [Trump ha di recente firmato un accordo miliardario di fornitura di armi con l’Arabia Saudita ndr], ma leadership politica. Creare un’atmosfera di fiducia, non macchine da guerra”, conclude.
Lo sciopero della fame, iniziato il 17 aprile, è al 37mo giorno. Le condizioni di salute degli scioperanti sono in rapido deterioramento: da quanto riportano media in lingua ebraica, sono una settantina i detenuti che sono stati trasferiti in gravi condizioni agli ospedali civili israeliani.

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