martedì 2 maggio 2017

Gideon Levy : Dannati dalla nostra vittoria

: Gideon Levy, Haaretz,16 Aprile, 2017    http://jfjfp.com/?p=91955


Israele dovrebbe addolorarsi per quanto è successo dopo quel terribile giugno 1967, allorquando ha vinto una guerra ed ha perso tutto il resto
E’ un anno di anniversari. 50 anni dopo la più grande sciagura per gli Ebrei dopo l’olocausto, 50 anni dopo la più grande sciagura per i Palestinesi dopo la Nakba. Ma prima di iniziare le celebrazioni per il 50esimo della “liberazione” dei territori dobbiamo ricordarci che quello è stato un disastro, per i Palestinesi innanzitutto ma anche un fatale disastro per gli Ebrei
. Per Israele il 2017 dovrebbe essere un anno per ritrovare la sua anima, ma non sarà così. Il governo ha stanziato $2,74 milioni per le celebrazioni di 50 anni di oppressione di un altro popolo, 50 anni di decomposizione e distruzione interna della nostra nazione.  Uno Stato che celebra 50 anni di occupazione è uno Stato che ha perso il senso delle cose, che non riesce a distinguere il bene dal male. 
Una vittoria militare può anche venire celebrata, ma cosa vuol dire celebrare decenni di brutale conquista militare? Di’ Israele, cosa è esattamente quel che vuoi celebrare? Cinquanta anni di spargimenti di sangue, di abusi, di spossessamenti, di sadismo? Solo le società prive di morale celebrano tali anniversari.
 E non è solo per le sofferenze che vengono inflitte ai Palestinesi che Israele dovrebbe astenersi da celebrazioni,
Israele dovrebbe chiudersi nel dispiacere dopo quel che è successo dopo quel terribile giugno 1967, allorquando ha vinto una guerra ed ha perso tutto il resto.  Una grande sciagura ci ha colpiti. Come quando kibbutz e moshav (cooperativa agricola socialista, NdT) furono venduti a immobiliaristi privati distruggendo il carattere di comunità, come le gentrificazione spietata sopra i quartieri poveri, come un corpo una volta sano ora invaso dal cancro, così Israele dopo il 1967 è andata crescendo cistruggendo nel contempo il suo DNA. 
Basta guardare Gerusalemme, che da bella e affascinante città universitaria e sede di istituzioni pubbliche che era è divenuta un mostro governato dalla Polizia di Frontiera.
E' incominciata con l'orgia ultranazionalista-religiosa che ha spazzato via tutto ed ha trasformato tutto in uno Stato cattivo, violento,ultranazionalista, religioso e razzista. 
 Non che prima fosse perfetto, ma è nel 1967 che i germi della calamità 
sono stati seminati. 
Da uno Stato che era iniziato come una fiammella incerta, modesto, insicuro, esitante, che andava però compiendo delle realizzazioni che tutto il mondo apprezzava, si è trasformato in uno Stato arrogante, disprezzato, ammirato solo da quelli che sono come lui.  Il 1967 fece nascere il disprezzo per il resto del mondo, la vanteria ed il bullismo del “a noi tutto è permesso”.
 Non che il 1948 sia stato tanto puro, sia chiaro, ma il 1967 ha accelerato, istituzionalzziato e legittimato il declino. Nel 1967 iniziò l'occupazione che di rimbalzo si è ritorta in metastasi interna, dai blocchi stradali nella West Bank ai nightclubs a Tel Aviv, dai campi profughi alle strade ed ai supermercati. 
Il linguaggio di Israele divenne il linguaggio della forza, dovunque. Il successo della guerra dei 6 giorni fu eccessivo – certi successi lo sono- e poi venne la vanteria “a noi tutto è permesso”. Appena successiva alla sbronza  vennero i segni del cancro: i religiosi divennero messianici, 
i moderati ultranazionalisti. Israele perpetuò l'occupazione anche se apertamente non lo dichiarava, in quanto poteva permetterselo. E stabilì un regime di apartheid nei territori occupati, perchè l'occupazione è questo che produce.
 Ora eccola qui, forte, armata e ricca come non mai. Corrotta e marcia come solo una potenza occupante può essere. Questo è ciò che andremmo a celebrare. Ma questo è ciò per cui dovremmo invece piangere.
Foto:Celebrazione della “vittoria” del 1967 al muro del pianto
Nota: L’articolo è stato pubblicato per una migliore comprensione del pensiero di Gideon Lévy, ma non in tutto riflette l’opinione dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, NdT
Traduzione di Claudio Lombardi

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