martedì 23 maggio 2017

Commissione Giustizia e Pace: La questione della normalizzazione in Terra Santa

 
 
COMUNICATO STAMPA – Di seguito riportiamo il comunicato stampa emesso dalla Commissione Giustizia e Pace sulla normalizzazione nel…
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ASSEMBLEA DEGLI ORDINARI CATTOLICI DI TERRA SANTA
La questione della «normalizzazione»
Che cosa significa “normalizzazione” nel contesto israelo-palestinese? In sintesi, per “normalizzazione” si intende l’istaurazione di rapporti con lo Stato di Israele, le sue istituzioni e i suoi cittadini, “come se” la situazione attuale fosse normale e, quindi, ignorando la guerra, l’occupazione e la discriminazione ancora in corso, o si voglia consapevolmente occultandole oppure dando loro una posizione marginale.
La questione della “normalizzazione” costituisce una parte importante del dibattito politico nel mondo arabo di oggi, soprattutto in Palestina, sull’atteggiamento da adottare nei confronti dello Stato di Israele.
L’opposizione alla normalizzazione e le accuse di normalizzazione sono assai frequenti da parte dei governi, delle organizzazioni non governative e dei singoli individui.
In realtà, la situazione in Israele e Palestina è lungi dall’essere normale, dato il conflitto che esiste senza soluzione di continuità tra i due popoli, palestinese e israeliano. Questo conflitto ha un profondo impatto sulla vita quotidiana delle due diverse realtà, lo Stato della Palestina e lo Stato di Israele secondo i confini anteriori al 1967.
Nello Stato di Israele, tutti i cittadini, ebrei e arabi, in linea di principio hanno gli stessi diritti. Ma in realtà i cittadini arabi subiscono discriminazioni in molti settori e in vari modi: nell’accedere allo sviluppo, all’istruzione, al lavoro, al finanziamento pubblico per i comuni arabi, ecc. Alcune di queste forme di discriminazione sono sancite nella Legislazione, ma altre sono indirette e nascoste.
Nello Stato della Palestina, nonostante l’esistenza dell’Autorità palestinese, i palestinesi continuano a vivere sotto occupazione militare, che ne condiziona la vita quotidiana: la costruzione di insediamenti e strade, la legalizzazione di costruzioni israeliane sulla terra palestinese, incursioni militari private, omicidi, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e punizioni collettive, confisca delle terre, demolizioni di case, posti di blocco che limitano la libertà di movimento e che creano molti ostacoli allo sviluppo economico, l’interdizione del ricongiungimento familiare, ossia la violazione del diritto naturale dei membri della stessa famiglia di vivere insieme.
In entrambe le società, israeliana e palestinese, la vita dei Palestinesi è lungi dall’essere normale. Comportarsi “come se” le cose fossero normali significa ignorare la violazione dei diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo, in entrambi le situazioni, la vita quotidiana richiede alcune relazioni con le Autorità israeliane. Tuttavia, tutte le persone e le istituzioni coinvolte nel mantenere questi rapporti devono essere consapevoli che qualcosa di “anomalo” necessita di essere rettificato invece di permettere che l’“anormale” diventi un dato di fatto.
In Israele, gli Arabi che hanno la cittadinanza israeliana mantengono rapporti di reciprocità con le autorità civili e sono rappresentati nella Knesset. Oltre 300.000 cristiani vivono in Israele (cittadini arabi di Israele, cittadini israeliani cristiani di lingua ebraica, lavoratori migranti residenti a lungo termine e i richiedenti asilo) in Israele nel lungo periodo. I cittadini e i residenti di lungo termini rispettano le leggi dello Stato e quindi hanno il diritto e il dovere morale di utilizzare tutti i mezzi legali e non violenti a loro disposizione per promuovere pieni diritti e piena uguaglianza per tutti i cittadini. Ignorare o emarginare questo dovere significa “normalizzare”, collaborando con strutture discriminanti, che alimentano l’ingiustizia e l’assenza di pace. In questo contesto, la Chiesa ha l’obbligo di garantire il corretto funzionamento delle parrocchie, delle scuole e di molte altre sue istituzioni, devando interagire con chi amministra i territori in cui opera. 

Tutto questo, però, non deve mai prescindere dall’impegno della Chiesa per la giustizia e per la denuncia di ogni ingiustizia.
In Palestina, l’Autorità palestinese è costretta a coordinarsi con le autorità israeliane per operare. Eppure i cittadini palestinesi hanno un controllo molto limitato sulla propria vita, e hanno bisogno di permessi e autorizzazioni degli israeliani per molti aspetti della loro vita quotidiana, per esempio: visitare i Luoghi Santi, avere accesso alle istituzioni palestinesi (parrocchie, scuole, ospedali) nella parte occupata di Gerusalemme, costruire case o avviare commerci nelle aree palestinesi controllate dalle Autorità israeliane. Allo stesso modo la Chiesa, per le esigenze della vita quotidiana, non può vivere o lavorare senza chiedere permessi e visti alle Autorità israeliane. La Chiesa ha l’obbligo morale di discernere costantemente tra ciò che è inevitabile nei rapporti con la potenza occupante al fine di garantire le esigenze quotidiane e ciò che invece dovrebbero essere evitato, ossia non coinvolgendosi in relazioni e attività che alimentano la sensazione che “la situazione è normale”.
Data la natura della sua missione, la Chiesa ha valori e criteri propri per definire la sua posizione in una situazione di conflitto come quello esistente tra Israele e Palestina. Nessun discorso politico specifico, nessuna posizione di parte o nessuna particolare opzione ideologica è vincolante per la Chiesa. Tuttavia, allo stesso tempo, la Chiesa non può ignorare le ingiustizie fondamentali o le azioni che mettono in pericolo la pace e il benessere della persona umana. Per sua stessa natura, la Chiesa si oppone all’occupazione e alla discriminazione ed è impegnata nel promuovere la giustizia, la pace, la dignità e l’uguaglianza di ogni persona umana. La Chiesa non può mai ignorare l’ingiustizia “come se” tutto andasse bene, ma ha l’obbligo di denunciare, di resistere al male e di lavorare instancabilmente per il cambiamento. Come gli antichi profeti, la Chiesa in quanto corpo profetico, addita l’ingiustizia e la denuncia.
Per questo motivo c’è un legame importante tra il discorso politico che si oppone alla normalizzazione e la posizione della Chiesa di fronte alle situazioni di ingiustizia. La Chiesa lavora con tutti coloro che condividono i valori che essa proclama, qualunque sia la loro appartenenza, israeliana o palestinese. La Chiesa cerca e incoraggia il dialogo con tutti, compresi gli israeliani, individui e organizzazioni che riconoscono la necessità di porre fine all’occupazione e di eliminare le discriminazioni. La Chiesa si impegna a identificare questi individui e queste organizzazioni, e tutti coloro che non perpetuano la situazione, col presumere che il dialogo e la cooperazione possano ignorare la lotta per la giustizia e nascondere così quelle realtà ingiuste che condizionano la vita quotidiana di coloro che vivono sotto l’occupazione o si trovano ad affrontare la discriminazione.
 La Chiesa è impegnata a individuare partner e sviluppare strategie costruttive in collaborazione con loro per riparare il nostro mondo rovinato. Inoltre, la Chiesa locale in Israele – Palestina ha la responsabilità di ricordare alla Chiesa universale che la situazione in Israele – Palestina è una ferita aperta e purulenta, e la situazione non può essere considerata normale.
Nella attuale situazione politica, confusa e senza speranza, le comunità cristiane, i responsabili della Chiesa e i fedeli hanno costante bisogno di discernimento. Essi sono invitati a consultarsi e lavorare a stretto contatto insieme per trovare il modo migliore per testimoniare in favore di una società giusta e uguale per tutti, coltivando contemporaneamente un rapporto rispettoso con tutti i concittadini, con i quali loro sono chiamati a vivere e a lavorare insieme per una pace giusta e duratura.
Gerusalemme, 14 maggio 2017

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