venerdì 5 maggio 2017

Ambasciata palestinese: Sciopero della fame detenuti, “ultima scelta per ottenere risposta a legittime richieste”





“L’ultima scelta per ottenere una risposta alle loro…
agensir.it


L’ultima scelta per ottenere una risposta alle loro legittime richieste, dopo aver perso la speranza che vengano rispettate le leggi e le Convenzioni internazionali che garantiscono i loro diritti umani all’interno delle carceri. Insistiamo sul fatto che le richieste dei detenuti sono legittime e umane, e per questo devono essere esaudite”. Così Mai Alkaila, l’ambasciatrice in Italia dello Stato di Palestina, ha illustrato oggi alla stampa lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, in corso ormai da 18 giorni, e che “li vede attraversare una fase molto critica, pericolosa per la loro salute, e tale da mettere a repentaglio le loro vite”. Lo sciopero “per la Libertà e la Dignità”, come è stato definito dal suo promotore Marwan Barghouthi, leader di Al-Fatah in carcere da 15 anni, vede l’adesione di circa 1.800 detenuti, su un totale di 6.500, di diverse carceri, Ashkelon, Nafha, Ramon, Hadarim, Gilboa e Beersheba. “Israele – ha denunciato l’ambasciatrice – ha cercato di convertire questa Intifada dei detenuti in uno sciopero politico, nel tentativo di falsificare la verità insinuando che si tratta di una protesta contro la legittima leadership palestinese, ma questi tentativi di mistificazione non passeranno”. La leadership palestinese, a cominciare dal presidente Abu Mazen, ha rimarcato Alkaila, “e insieme a tutto il popolo palestinese, è e sarà con i nostri detenuti finché non verranno accolte le loro istanze. I detenuti, con la loro lotta per la dignità, rappresentano l’avanguardia e la voce della coscienza di ogni palestinese che aspiri alla libertà della Palestina”.
Tra le richieste dei detenuti alle Autorità carcerarie d’Israele “l’istallazione di telefoni pubblici per i detenuti palestinesi in ciascuna prigione e sezione, affinché possano comunicare con le loro famiglie”; “la regolarità delle visite ogni due settimane senza ostacoli da nessuna parte”; “i permessi ai detenuti di fare fotografie con le famiglie ogni tre mesi”; “l’aumento della durata della visita da 45 minuti a un’ora e mezza”; il permesso di “visitare i detenuti a figli e nipoti sotto ai 16 anni di età”. Richieste sono state inoltrate anche per la salute. Tra queste “esami medici periodici, possibilità di essere assistiti da medici specializzati provenienti da fuori del carcere; rilascio dei detenuti ammalati, e in particolare di coloro che sono disabili o affetti da mali incurabili”.
 I detenuti chiedono anche garanzie “di un trattamento umano durante il loro trasporto; fine della politica d’isolamento e della politica di detenzione amministrativa, permesso per i detenuti di avere libri, giornali, indumenti e cibo e di tenere gli esami di maturità (Tawjihi) in modo ufficiale e condiviso”. “Il sistema giudiziario israeliano – si legge in una nota dell’Ambasciata della Palestina – è illegittimo e viola il diritto internazionale, condannando praticamente ogni palestinese che viene arrestato” alla cosiddetta “detenzione amministrativa, cioè la carcerazione senza accuse e senza processo, basata su prove segrete”. In carcere “i prigionieri palestinesi vengono privati dei loro più fondamentali diritti e sottoposti a diverse forme di tortura”.

 Ad aprile 2017 risultano detenuti nelle carceri israeliane 6.500 palestinesi, 478 sono detenuti a vita, 58 donne prigioniere, 300 i minori. 530 quelli in detenzione amministrativa.

Nessun commento:

Posta un commento