mercoledì 26 aprile 2017

Sciopero della fame che unisce tutti i palestinesi» Intervista di Michele Giorgio a Qassam Barghouti



NTERVISTA. «Sciopero della fame che unisce tutti i palestinesi»

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Parla Qassam Barghouti, figlio del leader di Fatah Marwan, che digiuna con altri 1.500 detenuti palestinesi per ottenere migliori condizioni di vita nelle carceri israeliane
Lo sciopero della fame dei detenuti politici palestinesi nelle carceri israeliane è entrato nella sua seconda settimana. La protesta raccoglie nuove adesioni e si moltiplicano le iniziative a suo sostegno in Cisgiordania e anche a Gaza.
Giovedì e venerdì (domani e dopodomani, ndr) sono previsti nei Territori occupati rispettivamente uno sciopero generale e un “giorno di rabbia” proclamati da Fatah, il partito di Marwan Barghouti, il più noto dei prigionieri palestinesi e organizzatore del digiuno osservato da oltre 1500 detenuti.
Nella sede del Comitato per Marwan Barghouti, al Fariz Building di Ramallah, abbiamo intervistato Qassam Barghouti, figlio 32enne del dirigente politico palestinese, a sua volta ex detenuto in Israele dove ha scontato una condanna a quattro anni.
Quali sono le condizioni di salute di tuo padre?
Non abbiamo notizie precise perché è in isolamento nel carcere Jalame. Sappiamo da un altro palestinese, recluso nella sua stessa prigione, che ha la pressione del sangue molto bassa e forti dolori all’addome. Le autorità carcerarie vorrebbero dargli dei farmaci ma lui li rifiuta.
Come giudichi la risposta allo sciopero della fame?
Dura da parte di Israele che ha messo in isolamento tanti prigionieri, spostandone altri da un penitenziario ad un altro, confiscando beni personali e annullando gli incontri con i familiari che già prima era molto limitati. All’esterno la reazione della popolazione palestinesi è stata molto positiva. Ci sono state numerose iniziative a sostegno della lotta dei detenuti. Sono state allestite tende in molte città e villaggi dove ogni giorno centinaia di persone discutono dello sciopero e delle sue motivazioni.
Ci sono state anche manifestazioni nelle strade di Ramallah e di altri centri. Tengo ad aggiungere che non sono soltanto 1500 i detenuti in sciopero della fame e tutti di Fatah come è stato detto. Ogni giorno ci sono nuove adesioni, anche di prigionieri affiliati ad altre formazioni palestinesi.
I detenuti di Hamas però non partecipano.
Dieci anni di contrasti all’interno del campo palestinese lasciano il segno. Purtroppo tanti hanno voluto dare una connotazione solo politica a questo sciopero della fame. Invece la protesta ha un carattere umanitario, volta a migliorare le condizioni di vita di tutti i prigionieri e non solo di una parte.
Dentro Fatah, si sussurra tra i palestinesi, non tutti sarebbero d’accordo con tuo padre accusato da alcuni importanti compagni di partito di aver lanciato questo sciopero della fame per avere più potere.
Non ne sappiamo nulla. Sin dal primo momento il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il comitato centrale di Fatah hanno dato pieno appoggio alla protesta dei prigionieri. Queste voci perciò sono infondate. I prigionieri nelle carceri israeliane sono un tema nazionale e siamo certi che proprio questo sciopero avrà un ruolo importante per la riconciliazione tra palestinesi. Sbaglia chi diffonde queste voci perché fa il gioco di Israele che vuole personalizzare le ragioni della protesta e lasciar credere che Marwan Barghouti stia facendo tutto questo per avere più potere e popolarità. Voci che servono a nascondere la situazione drammatica di chi è in cercere.
Il presidente Abu Mazen si prepara ad incontrare il 3 maggio Donald Trump alla Casa Bianca. Pensi che in quella occasione gli farà più gioco avere una situazione calma nei Territori occupati, senza sciopero della fame dei detenuti, oppure un clima più accesso?
Penso che lo sciopero aiuterà la sua missione perché potrà spiegare (a Trump) che i palestinesi sono decisi a non rinunciare ai loro diritti, in ogni singolo aspetto, dalla vita nelle carceri alla loro completa liberazione dall’occupazione israeliana. Il presidente avrà modo di ribadire al mondo intero che senza la realizzazione dei nostri diritti non potrà esserci una soluzione politica in questa terra e in tutta la regione. E che non siamo disposti ad accettare meno di quanto ci assegna la legalità internazionale.
Israele accusa Marwan Barghouti di essere un terrorista, di aver organizzato attentati che hanno provocato vittime e lo ha condannato a cinque ergastoli.
Mio padre ha sempre respinto queste accuse, non è un terrorista ma un palestinese che lotta per liberarsi e liberare il suo popolo dall’occupazione militare israeliana che dura da 50 anni. Marwan Barghouti non ha cambiato idea. Era e resta un sostenitore della soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) e della applicazione della legge internazionale e delle risoluzioni dell’Onu per entrambi i popoli.
Allo stesso tempo è convinto che questo governo israeliano, queste controparti israeliane, non siano partner per un accordo. Perché portano avanti ogni giorno le politiche di occupazione più dure e aggressive, dalla costruzione delle colonie nella nostra terra alla demolizione delle nostre case. Su di un punto Marwan Barghouti è categorico: è fondamentale per i palestinesi ritrovare subito una piena coesione politica e sociale. Senza l’unità palestinese e una piattaforma politica nazionale, ogni sforzo per la liberazione si rivelerà inutile.
Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2

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