martedì 18 aprile 2017

Più di mille detenuti palestinesi iniziano lo sciopero della fame


Più di mille detenuti palestinesi iniziano lo sciopero della fame






Chiedono condizioni migliori nelle prigioni e la fine delle detenzioni amministrative. Alla loro guida Marwan Barghouti, condannato a vita per omicidi attribuitigli durante la seconda Intifada. Per Bernard Sabella “è il segno di una mancanza di prospettiva politica” e di stallo della politica internazionale. Migliaia di manifestanti in Cisgiordania sostengono i prigionieri.
Gerusalemme (AsiaNews) – Sono più di 1000 i palestinesi ad aver cominciato lo sciopero della fame in opposizione alle condizioni di vita nelle carceri israeliani. La dimostrazione è guidata dal leader palestinese Marwan Barghouti, 57 anni, condannato a cinque ergastoli per gli omicidi attribuitigli durante la seconda intifada. La data d’inizio ufficiale dello sciopero non è causale: il 17 aprile è il “Giorno del prigioniero palestinese”, in cui essi ricordano i loro amici e parenti detenuti. Gli scioperi della fame non sono una novità, ma è la prima volta che a prenderne parte è un numero così significativo.
L’azione dimostrativa era stata annunciata l’altro ieri, dopo settimane di preparazione, da 700 prigionieri.
Barghouti ieri è stato portato in isolamento. Visto dagli israeliani come sanguinario per il suo ruolo nell’intifada al-Aqsa, Barghouti è considerato dai palestinesi come un eroe e più volte indicato come potenziale successore di Mohammad Abbas, attuale presidente dell’Autorità nazionale palestinese.
Barghouti ha scritto una lettera aperta al New York Times, motivando lo sciopero come la “più pacifica forma di resistenza disponibile” contro “gli arresti arbitrari di massa e il maltrattamento dei prigionieri palestinesi”.
Secondo le autorità israeliane, il numero dei partecipanti è intorno 1187, mentre per Issa Qaraqe, alla guida dell’Autorità palestinese degli affari per i prigionieri, sono 1300. La Ong Palestinian Prisoner Club ne conta 1500.
I prigionieri palestinesi – intorno ai 6500 (secondo fonti palestinesi 7mila) – sono un importante motivo di tensione con Israele. Fra di loro, 62 donne e 300 minorenni. I palestinesi li considerano prigionieri politici. Alcuni stanno scontando una condanna per un diverso genere di crimini, mentre circa 500 sono trattenuti in “detenzione amministrativa”, strumento che permette di trattenere i sospetti senza accusa per un periodo di sei mesi.
Lo scopo della protesta è chiedere miglioramenti nelle condizioni detentive dei reclusi, fra cui: più visite familiari; l’istallazione di telefoni pubblici nei blocchi detentivi; la chiusura delle cliniche di servizio nelle prigioni a favore di cure mediche negli ospedali; la fine delle detenzioni senza processo e dell’isolamento. Per quanto riguarda le condizioni mediche, gli scioperanti chiedono anche il rilascio dei detenuti con disabilità o con malattie croniche. Inoltre, il ramo palestinese dell’Ong Defence for Children International ieri ha denunciato che sempre più minori vengono sottoposti all’isolamento per periodi di tempo più lunghi: nel 2016, 25 minorenni sono stati confinati per una media di 16 giorni.
Intervistato da AsiaNews, il prof. Bernard Sabella, cattolico, rappresentante di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, afferma che lo sciopero della fame è una delle conseguenze della situazione politica: “Senza una soluzione politica, senza pace fra palestinesi e israeliani, quale può essere la condizione di vita di un prigioniero palestinese? È una situazione triste e dolorosa”.
“I prigionieri palestinesi chiedono migliori condizioni di vita, di poter vedere le loro famiglie, avere cure mediche, una migliore igiene, tutte quelle necessità basilari che mancano,” spiega il prof. Sabella. “È anche il messaggio politico che non abbiamo alcuna prospettiva per il futuro. Si è a un punto di stallo. Anche la comunità internazionale, e vari gruppi in Israele hanno la loro parte da giocare. C’è il ‘disimpegno’, l’assenza, della comunità internazionale, quando è necessario che intervengano a favore del dialogo”.
Oggi il ministro israeliano per la sicurezza interna Gilad Erdan ha annunciato alla radio militare che Israele non negozierà con i dimostranti: “Si tratta di terroristi e assassini che stanno scontando quello che meritano e non abbiamo alcuna ragione di negoziare con loro”.
Nel regolamento penitenziario, il rifiuto dei pasti è una violazione disciplinare che può avere come conseguenza il ritiro di privilegi o misure disciplinari.
Abbas ha rilasciato una dichiarazione a sostegno dello sciopero, chiedendo l’intervento della comunità internazionale.
Lo sciopero è stato anche appoggiato da manifestazioni in diverse città della Cisgiordania, in particolare a Ramallah, dove più di 2mila persone hanno marciato nelle vie principali, e si sono riunite in piazza Yasser Arafat. I manifestanti mostravano foto di Barghouti e altri loro parenti imprigionati, e diversi dimostranti hanno annunciato di volersi unire allo sciopero.

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