venerdì 21 aprile 2017

Come i palestinesi che fanno lo sciopero della fame contrastano il monopolio della violenza di Israele

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Basil Farraj – 12 maggio 2016,Al-Shabaka
Nota redazionale: l’articolo che segue è stato pubblicato da Al-Shabaka nel maggio 2016. Tuttavia, trattandosi di un approfondimento sulla storia ed il contesto politico e penitenziario relativo allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi si ritiene interessante proporlo ai lettori di Zeitun in occasione della protesta dei prigionieri politici palestinesi che hanno iniziato lo sciopero della fame in questi giorni.
Mentre sto scrivendo, tre prigionieri palestinesi stanno facendo lo sciopero della fame per protestare contro la loro incarcerazione senza imputazione, una pratica nascosta dal termine anodino “detenzione amministrativa”. Sami Janazra è al suo 69° giorno e la sua salute si è notevolmente deteriorata, Adeeb Mafarja è al suo 38° giorno e Fuad Assi al 36°. Questi detenuti sono tra gli almeno 700 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane che sono attualmente tenuti in detenzione amministrativa, una pratica che Israele utilizza usualmente in violazione dei rigidi parametri stabiliti dalle leggi internazionali.
I detenuti politici palestinesi hanno a lungo utilizzato gli scioperi della fame come forma di protesta in risposta alle violazioni dei loro diritti da parte delle autorità israeliane. L’associazione di solidarietà con i detenuti e per i diritti umani “Addameer” indica come inizio dell’uso dello sciopero della fame da parte di detenuti palestinesi il 1968. Da allora ci sono stati oltre 25 scioperi della fame di massa e collettivi con richieste che spaziano dalla fine del regime di isolamento e delle detenzioni amministrative fino al miglioramento delle condizioni di carcerazione e la concessione delle visite di familiari.
Poiché sempre più prigionieri palestinesi sono obbligati a ricorrere a lunghi scioperi della fame come forma estrema di protesta, infliggendo violenza ai propri corpi fino alla conquista dei propri diritti, vale la pena di ripercorrere l’uso di questo strumento politico in vari Paesi e nei secoli e di illustrare il modo in cui detenuti palestinesi lo stanno utilizzando per contrastare il monopolio israeliano della violenza all’interno delle mura delle prigioni.
Uso passato e presente degli scioperi della fame
Benché le origini esatte degli scioperi della fame – il rifiuto volontario di cibo e/o di liquidi – non siano ben note, ci sono esempi del loro utilizzo in vari periodi storici ed in vari luoghi. Il primo uso di scioperi della fame è indicato nell’Irlanda medievale, in cui una persona si sedeva sulla soglia di casa di un’altra che aveva commesso un’ingiustizia nei suoi confronti come un modo per stigmatizzarlo. Usi più recenti e meglio noti di scioperi della fame includono quelli delle suffragette britanniche nel 1909, del Mahatma Gandhi durante la rivolta contro il governo britannico in India, di Cesar Chavez durante la lotta per i diritti dei lavoratori agricoli negli Stati Uniti e dei prigionieri incarcerati dagli USA a Guantanamo.
C’è un gravissimo rischio di danni fisici irreversibili per il corpo durante uno sciopero della fame, compresa la perdita dell’udito, della vista e gravi emorragie. In effetti la morte è stata il risultato di molti scioperi della fame, come nel caso dello sciopero dei prigionieri repubblicani irlandesi nel 1981.
Le richieste di chi fa lo sciopero della fame variano, ma sono, in tutti i casi, un riflesso di più vasti problemi e di ingiustizie sociali, politiche ed economiche. Per esempio, la richiesta dello sciopero della fame dei prigionieri repubblicani irlandesi del 1981 del ripristino dello status di categoria speciale rifletteva il più complessivo contesto dei “disordini” nell’Irlanda del Nord.
Uno dei primi scioperi della fame dei palestinesi fu quello di sette giorni nella prigione di Askalan (Ashkelon) del 1970. Durante questo sciopero le richieste dei prigionieri erano scritte su un pacchetto di sigarette, in quanto era loro vietato di avere quaderni, e includevano il rifiuto di rivolgersi ai loro carcerieri chiamandoli “signore”. I prigionieri ottennero la loro richiesta e non dovettero più utilizzare il termine “signore”, ma solo dopo che morì Abdul-Qader Abu Al-Fahem in seguito all’alimentazione forzata, diventando li primo martire del movimento dei prigionieri palestinesi.
Scioperi della fame continuarono ad essere portati avanti nella prigione di Ashkelon durante gli anni ’70. Inoltre altri due prigionieri, Rasim Halawe e Ali Al-Ja’fari, morirono dopo essere stati alimentati forzatamente durante uno sciopero della fame nella prigione di Nafha nel 1980. In seguito a questi e ad altri scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di garantire alcuni miglioramenti delle loro condizioni di detenzione, compreso il permesso di avere fotografie della famiglia, carta per scrivere, libri e giornali.
Negli ultimi anni la fine delle detenzioni amministrative è stata una richiesta costante dei prigionieri palestinesi, dato l’incremento del loro uso da parte di Israele dallo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Per esempio, lo sciopero della fame di massa del 2000, che ha coinvolto 2.000 prigionieri, chiedeva di porre fine all’utilizzo delle detenzioni amministrative, all’isolamento e ad altre misure punitive, compreso il divieto di visite dei familiari per i prigionieri di Gaza. Lo sciopero terminò dopo che Israele accettò di limitare l’uso delle detenzioni amministrative.
Tuttavia presto Israele sconfessò l’accordo, portando ad un altro sciopero della fame di massa nel 2014 da parte di oltre 100 detenuti amministrativi che chiedevano la fine di quella pratica. Lo sciopero della fame terminò 63 giorni dopo senza aver posto fine alle detenzioni amministrative. La decisione dei prigionieri pare sia stata influenzata dalla scomparsa di tre coloni della Cisgiordania e dalle operazioni militari su grande scala di Israele in Cisgiordania (che fu seguita da un attacco massiccio contro Gaza).
In più ci sono stati una serie di scioperi della fame individuali, a volte in coincidenza o che hanno portato alla decisione di iniziare scioperi della fame più estesi. Infatti sia gli scioperi della fame del 2012 che del 2014 sono stati innescati da scioperi della fame individuali per chiedere la fine dell’uso delle detenzioni amministrative. Lo sciopero della fame individuale coinvolse Hana Shalabi, Khader Adnan, Thaer Halahleh e Bilal Diab, ognuno dei quali ottenne la fine della propria detenzione amministrativa. Tuttavia alcuni di loro furono nuovamente arrestati dopo il loro rilascio, come nel caso di Samer Issawi, Thaer Halahleh e Tareq Qa’adan, come anche di Khader Adnan, rilasciato dopo un prolungato sciopero della fame in protesta per il suo nuovo arresto nel 2015.
La violenza che Israele infligge ai prigionieri palestinesi
Israele continua ad assoggettare i detenuti palestinesi a molte forme di violenza, come è stato ben documentato da organizzazioni dei diritti umani e dei diritti dei prigionieri, così come nelle lettere dei detenuti e in molti documentari. In un rapporto del 2014 Addameer nota: “Ogni palestinese arrestato è stato sottoposto a qualche forma di tortura fisica o psicologica, a trattamento crudele comprese violente percosse, isolamento, aggressioni verbali e minacce di violenza sessuale.”
Inoltre, e in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dello Statuto di Roma, Israele ha deportato detenuti palestinesi fuori dai territori occupati e in prigioni all’interno di Israele ed ha anche minacciato prigionieri della Cisgiordania di deportarli nella Striscia di Gaza se non avessero confessato. Nega o limita sistematicamente ed arbitrariamente le visite dei familiari. I detenuti sono soggetti deliberatamente a negligenza medica e ad abusi, così come a restrizioni nelle chiamate telefoniche, alla consultazione degli avvocati e alla disponibilità di libri e televisione.
Oltretutto le autorità israeliane classificano di prigionieri politici palestinesi come “detenuti per ragioni di sicurezza”, una definizione che rende legalmente possibile sottometterli automaticamente a molte restrizioni. Questa caratterizzazione nega ai prigionieri palestinesi alcuni dei diritti e dei privilegi di cui godono i detenuti ebrei – persino quei pochi che sono etichettati come prigionieri per ragioni di sicurezza – comprese visite a casa sotto sorveglianza, la possibilità di un rapido rilascio e la concessione di permessi.
La violenza a cui i prigionieri palestinesi sono sottoposti deve essere considerata all’interno del contesto del progetto coloniale di Israele e dell’assoggettamento dell’intera popolazione palestinese a differenti forme di violenza, compresi la perdita della terra, la distruzione delle case, l’espulsione e l’esilio. Vale la pena ricordare che da quando è iniziata l’occupazione israeliana nel 1967, Israele ha arrestato più di 800.000 palestinesi, circa il 20% della popolazione totale e il 40% della popolazione maschile. Questo solo fatto chiarisce quanto gli arresti e le detenzioni siano un meccanismo utilizzato da Israele per controllare la popolazione mentre la espropria, collocando ebrei israeliani al suo posto.
E’ all’interno di questa più ampia comprensione della violenza che gli scioperi della fame emergono come un modo in cui i prigionieri palestinesi sono in grado di opporsi alle varie forme di violenza dello Stato israeliano.
Usare il corpo dei detenuti per sovvertire il potere dello Stato
Attraverso gli scioperi della fame i prigionieri non rimangono più destinatari silenziosi della continua violenza delle autorità carcerarie: invece essi infliggono violenza ai loro stessi corpi per imporre le proprie richieste. In altre parole, gli scioperi della fame sono uno spazio fuori dalla portata del potere dello Stato israeliano. Il corpo dei prigionieri in sciopero sconvolge uno dei più fondamentali rapporti di violenza all’interno delle mura carcerarie, in cui lo Stato israeliano e le sue autorità carcerarie controllano ogni aspetto delle loro vite dietro le sbarre e sono gli unici ad infliggere la violenza. In effetti, i prigionieri ribaltano il rapporto tra oggetto e soggetto della violenza fondendoli entrambi in un solo corpo – il corpo del prigioniero in sciopero – e così facendo rivendicano un’azione. Affermano il proprio status di prigionieri politici, rifiutano di essere ridotti allo status di “prigionieri per ragioni di sicurezza” e reclamano i propri diritti e la propria esistenza.
Il fatto che lo Stato israeliano usi varie misure per porre fine agli scioperi della fame e per ristabilire il suo potere sui prigionieri e sull’uso della violenza dimostra la sfida che i corpi di chi fa lo sciopero della fame pone allo Stato israeliano. Tra le altre misure, le autorità carcerarie continuano a sottomettere i prigionieri in sciopero a violenze e torture. Infatti le violenze a cui sono soggetti i detenuti che fanno lo sciopero si intensificano e cambiano forma. Per esempio, durante lo sciopero della fame del 2014 ai prigionieri sono state negate cure mediche e visite dei familiari e sono stati incatenati mani e piedi ai letti d’ospedale per 24 ore al giorno. Sono rimasti ammanettati quando gli è stato permesso di andare in bagno, e le porte spalancate dei bagni hanno negato loro ogni diritto alla privacy. Le autorità israeliane hanno anche intenzionalmente lasciato del cibo vicino agli scioperanti per spezzare la loro volontà. L’ex scioperante Ayman Al-Sharawna ha affermato: “Hanno portato un tavolo con il cibo migliore e l’hanno messo vicino al mio letto..Lo Shin Bet [servizio segreto israeliano, ndt.] sapeva che mi piacciono i dolci. Portavano ogni genere di dolci.”
Israele ha recentemente dato una copertura giuridica all’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero attraverso la “Legge per evitare danni provocati dagli scioperi della fame”, che equivale a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, secondo il relatore speciale dell’ONU sulla tortura. La legge è anche in contraddizione con la dichiarazione di Malta sugli scioperi della fame dell’Associazione Medica Mondiale.
Israele etichetta anche i prigionieri in sciopero come “terroristi” e “criminali” per compromettere la loro rivendicazione di azione politica e i loro tentativi di invertire l’oggetto ed il soggetto della violenza dello Stato. Durante lo sciopero della fame di massa del 2014 i funzionari israeliani hanno sostenuto che gli scioperanti erano “terroristi”. La ministra israeliana della Cultura e dello Sport Miri Regev, una dei sostenitori della recente legge, ha affermato: “I muri della prigione non significano che un’azione non sia terroristica (…) C’è terrorismo nelle strade e c’è terrorismo nelle prigioni.” Gilad Erdan, il Ministro israeliano della Sicurezza Pubblica, ha dichiarato che gli scioperi della fame sono un “nuovo tipo di attacco suicida”.
La fondamentale importanza dell’appoggio nazionale ed internazionale
Per il successo di ogni sciopero della fame è fondamentale la capacità degli scioperanti di mobilitare comunità, organizzazioni ed entità politiche in loro appoggio e di esercitare pressioni sulle autorità perché soddisfino le richieste degli scioperanti o negozino un accordo.
Attraverso gli scioperi della fame, i prigionieri palestinesi sono stati in grado di imporre le loro lotte a livello politico palestinese e spesso internazionale. Dato che in genere non ci sono alternative attraverso le quali i detenuti possono garantirsi la libertà o un cambiamento nelle politiche israeliane, l’importanza della mobilitazione di comunità ed organismi politici attorno ai diritti dei prigionieri non può essere sottovalutata.
Organizzazioni di base e dei diritti umani ed entità pubbliche sia all’interno che fuori dalla Palestina si sono mobilitate durante scioperi della fame dei prigionieri palestinesi. Le forme di sostegno hanno compreso raduni quotidiani, proteste fuori dagli uffici di organizzazioni internazionali, appelli al governo israeliano perché ascoltasse le richieste dei prigionieri e manifestazioni fuori da prigioni ed ospedali. Organizzazioni locali ed internazionali, comprese tra le altre “Addameer”, Jewish Voice for Peace, Amnesty International e Samidoun [rete di solidarietà con i detenuti palestinesi, ndt], hanno messo in luce le ingiustizie che devono affrontare i prigionieri palestinesi per unirsi alle pressioni sulle autorità israeliane affinché acconsentissero alle richieste dei prigionieri e negoziassero un accordo con loro.
Oltretutto, attraverso queste reti, la lotta degli scioperanti palestinesi e più in generale dei detenuti, si internazionalizza ponendosi in parallelo con le ingiustizie passate e presenti che devono affrontare popoli di tutto il mondo. In reportages e analisi sugli scioperi della fame dei palestinesi vengono continuamente fatti riferimenti, tra gli altri, alla difficile situazione dei prigionieri irlandesi durante i “disordini”, alle detenzioni di massa negli USA e alle condizioni a Guantanamo. In questo modo le lotte dei detenuti palestinesi diventano parte dei crescenti movimenti di solidarietà e delle campagne che chiedono giustizia per il popolo palestinese. Ciò contribuisce ad opporsi al fatto che Israele li etichetti come “criminali” e “terroristi” e al suo monopolio sull’argomento.
Come altre forme di resistenza dentro e fuori i muri delle prigioni, gli scioperi della fame sono azioni di resistenza attraverso cui i palestinesi affermano la propria esistenza politica e chiedono i propri diritti. E’ vitale sostenere e alimentare questa resistenza. Oltre a darle forza e appoggiare i prigionieri nella loro lotta per i diritti, questa forma di resistenza infonde continuamente e fortemente la speranza tra i palestinesi in generale e il movimento di solidarietà. E’ nostra responsabilità sia appoggiare i prigionieri palestinesi, sia lavorare perché venga il momento in cui i palestinesi non abbiano più bisogno di ricorrere a simili atti di resistenza attraverso cui la loro unica risorsa è mettere a rischio la propria vita.
Basil Farraj
Membro di Al-Shabaka, Basil Farraj ha ottenuto una laurea in Pace e Studi Globali presso l’ Earlham College, negli USA. E’ un ricercatore Thomas J. Watson che ha intrapreso un progetto indipendente sull’identità palestinese e le sue espressioni nella diaspora. Basil è membro di “Defence for Children International – assemblea generale della sezione palestinese” e consulente del progetto “Impollination”. Le sue aree di interesse includono la difesa dei diritti dei bambini, la teoria della pace e della giustizia e la costruzione di una efficace e critica solidarietà internazionale.
(traduzione di Amedeo Rossi)



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