lunedì 10 aprile 2017

Calma apparente dopo gli scontri armati nel più grande campo profughi palestinese in Libano






Per due giorni Ain El Helw è stato teatro di violenze fra membri di Fatah e il gruppo islamico fondamentalista di Bilal Badr. Ancora ignote le cause che hanno innescato l’escalation di scontri. Gli abitanti del campo contrari alla presenza di movimenti estremisti. La questione terrorismo una scusa per coprire la lotta di potere fra Fatah, Dahlan e Hamas.


 

Calma apparente dopo gli scontri armati nel più grande campo profughi palestinese in Libano




Sidone (AsiaNews) - Questa mattina si respira un’aria di relativa calma al campo profughi di Ain El Helw, dopo due notti di ininterrotti scontri armati; limitata anche la circolazione intorno al quartiere di Hattin, nella zona meridionale del campo, a causa dei cecchini pronti a colpire. Le scuole nell’area e nei quartieri limitrofi di Sidone restano chiuse oggi, per paura dei missili caduti negli ultimi giorni fuori dal campo profughi. Fonti locali parlano di un cessate il fuoco raggiunto in seguito a un accordo che prevede l’uscita dal campo - senza il timore di arresti - delle milizie integraliste di Bilal Badr.
Intanto sono state rafforzate le misure di sicurezza dell’esercito libanese attorno al campo di Ain El Helwe, nei pressi di Sindone, capoluogo del  Governatorato del Sud Libano, teatro nel fine settimana di sangue e devastazioni. Nell’area sorge il più affollato ed esteso campo profughi palestinese della diaspora; le violenze sono iniziate nella notte dell’8 aprile fra esponenti del Movimento Fatah e il gruppo islamico fondamentalista di Bilal Badr, asserragliato a Hay El Tayra.
Gli scontri, che hanno preso il via nella piazza del mercato di frutta e verdura di Hay el Fokani, sono aumentati di intensità durante tutta la giornata di ieri con l’uso di mortai e di mitragliatrici.
Nelle prime ore le milizie di Al Fatah sono riuscite a occupare gran parte dei territori del quartiere rivale, arrivando perfino alla quartier generale dei Bilal Badr, senza trovare traccia del leader e dei suoi 50 fedelissimi, pronti a combattere e morire per lui. Gli attacchi della notte precedente avevano causato la morte di un combattente di Fatah e il ferimento di altri 10 militanti; colonne dense di fumo si innalzavano verso il cielo da diverse case danneggiate del quartiere di El Tayra.
Fonti bene informate a Sidone affermano che Bilal Badr ha più volte fatto richiesta di un cessate il fuoco, respinto dai vertici del Movimento al Fatah deciso a eliminare le zone di controllo di matrice integralista. A questo si aggiunge la volontà di porre fine al clima di disordine e di attentati vissuti da mesi nel Campo di Ain El Helwe. Gli scontri erano iniziati dopo che le forze di Bilal Badr hanno aperto il fuoco nel pomeriggio dell’8 aprile contro una pattuglia delle “Forze Congiunte” vicine ad Al Fatah durante un controllo di sicurezza.
I disordini al campo profughi palestinese di Ain El Helwe erano comunque iniziati all’improvviso il primo di marzo, senza che nessuno sappia il perché. All’inizio si è parlato di una resa di conti fra Mahmud Abbas e Muhamad Dahlan  oppure fra Mahmud Abbas e Al Fatah su chi rappresenta il popolo palestinese della diaspora. Di contro, la stampa libanese ipotizzava un accordo fra le Forze di sicurezza libanesi e quelle palestinesi del campo per rafforzare la pressione sui gruppi integralisti, in testa il gruppo di Osbat Al Ansar. L’obiettivo era quello di costringerli a lasciare il centro e consegnare i responsabili degli attentati terroristici avvenuti di recente. La cosa certa è che la maggior parte degli abitanti del campo ha espresso parere contrario alla permanenza dei gruppi integralisti al suo interno, secondo quanto afferma sempre la stampa libanese. Una posizione che si è rafforzata dopo un ammonimento dell’esercito libanese rivolto ai leader del campo; i vertici militari a Beirut avrebbero infatti perso la pazienza in merito all’ospitalità concessa a gruppi responsabili di disordini fra i profughi del campo.
Secondo fonti di AsiaNews al Fatah ha promesso ai servizi di Intelligence libanesi di consegnare gli integralisti islamici ricercati, i quali si sarebbero nascosti all’interno del campo. Si tratta di informazioni riservate che hanno trovato conferma anche nelle dichiarazioni rilasciate da un ex capo di al Fatah, Mohamed Issa, noto come “Lino”. Egli ha dichiarato che “le autorità garanti della sicurezza (nel campo profughi) non hanno mai preso provvedimenti, né tantomeno compiuto il loro dovere di fronte ai numerosi attentati ed assassini”. I killer, aggiunge, “erano ben noti a tutti ma nessuno ha mai fatto nulla ed essi sono sempre a viso scoperto e alla luce del sole”.
Testimoni all’interno del campo insistono affermando che la questione della lotta al terrorismo all’interno del campo è solo la scusa per una guerra di potere fra Fatah, Dahlan e Hamas su chi rappresenta il popolo palestinese. Essa avviene in concomitanza con la visita del presidente palestinese Mahmud Abbas in Libano.
Secondo le indiscrezioni, Abu Mazen desiderano che siano le autorità libanesi ad assumersi il ruolo di mantenimento dell’ordine e della gestione della sicurezza all’interno dei campi profughi palestinesi in Libano. Ieri il bilancio era di almeno sei vittime, in seguito al decesso di Mohamed Ezzat Mussa, uno dei feriti gravi trasportati all’ospedale al-Rai. Intanto il leader islamico Bilal Badr continuava a rimanere introvabile, anche se gli scontri armati avvenivano attorno alla sua vecchia casa ad Ain El Helwe, un altro quartiere del campo.

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