lunedì 20 marzo 2017

Michel Warschawski: Israele e la filosofia delle frontiere chiuse - Emergenze

 
 
 
 
 
 
Barbara Monaco incontra Michel Warschawski durante la presentazione, a Carrara, del suo libro: Programmare il disastro. La politica israeliana in azione.
 
 




di Barbara Monaco
Michel Warshawski è nato nel 1949 a Strasburgo, dove suo padre era rabbino. All’età di 16 anni va a Gerusalemme per studiare il Talmud, in seguito, ancora a Gerusalemme, studia filosofia presso l’Università Ebraica. Dopo aver per lungo tempo abbandonato la fede, si riavvicina ad alcuni sottili punti della religione ebraica. Nel 1982 Warschawski è uno dei co-fondatori di Yesh Gvul e, nel 1984 dà vita all’Alternative Information Center (AIC), un’organizzazione che vede uniti attivisti anti-sionisti israeliani e palestinesi; è tra i primi israeliani a rifiutare ripetutamente il servizio militare, ed è stato per questo più volte incarcerato.
Warschawski è scrittore e giornalista, i cui articoli appaiono regolarmente sull’International Viewpoint, Le Monde diplomatique, Znet, Monthly Review e Sine Hebdo. In occasione delle elezioni del 2006 alla Knesset si candidò nella lista Balad (L’Assemblea Democratica Nazionale).
Tra i suoi libri apparsi in traduzione italiana:
Israele-Palestina. “La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo” – Edizioni Multimediali – 2002; “A precipizio. La crisi della società israeliana” – Bollati Boringhieri – 2004; in collaborazione con Gilbert Achcar, “La guerra dei 33 giorni. Un libanese e un israeliano sulla guerra di Israele in Libano” – Edizioni Alegre – 2007; “Programmare il disastro. La politica israeliana in azione” -Shahrazad Edizioni – 2009.
Nel 1987 l’Alternative Information Center, da lei fondato 25 anni fa, venne minacciato e lei subì un arresto: com’è la situazione attuale?
Non abbiamo più problemi adesso, e questo non è un buon segno, perché significa che le autorità non si sentono più minacciate da noi. Nel 1987, quando venni arrestato, il centro rappresentava l’unico passaggio, l’unico centro di comunicazione tra la sinistra israeliana e la società civile palestinese. Il nostro era l’unico centro misto e il problema per il Governo era dato proprio da questo; eravamo gli unici ad aver abolito la frontiera. In Israele il concetto di frontiera è molto importante, al contrario noi avevamo creato un Noi collettivo, senza annullare le nostre differenze. Subito dopo il mio arresto e la chiusura temporanea del centro, scoppiò la Prima Intifada e questo riuscì a fare un’ulteriore breccia nella frontiera; durante gli anni che andarono dal 1987 al 1990 questa divenne una realtà di massa all’interno della stessa società israeliana. A partire dal 2000 cominciò invece un’inversione di tendenza; adesso c’è di nuovo un muro, ed è per questo che le autorità non hanno più problemi con noi; ormai, invece che collera, provochiamo piuttosto un sorriso ironico: siamo retrò…
Leggendo le sue interviste e i suoi testi, il concetto di frontiera di cui parlava poco fa assume sempre un significato profondo; credo che in Europa si sia sempre guardato ad Israele come ad un luogo in cui era diffusa un’idea di confine e di proprietà nazionale da tempo superata dalle democrazie occidentali…quasi un concetto vicino a quello di far-west americano o a quello di un superato colonialismo europeo. Personalmente purtroppo, mi sono fatta l’idea che attualmente questo stesso concetto sia tornato in auge, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa…
Sono completamente d’accordo, Israele ha tristemente anticipato la filosofia di frontiera del XXI secolo, per la quale le frontiere spaziali sono sempre più aperte e quelle umane sempre più blindate; anche il vostro Trattato di Schengen non è altro che la formazione di un muro ideale, facilmente superabile dalle merci e dai movimenti bancari, ma non dalle persone. Paradossalmente, Israele che da un lato si ostina da sempre a non voler delineare confini con i suoi vicini, per non porre limite alla sua forza espansionistica, fissa frontiere ermetiche ed alimenta il concetto di separazione su cui si fonda, ha anticipato così le tendenze delle politiche occidentali. Lo scopo profondo dello Stato d’Israele, e questo riguarda tutta la società civile del Paese, da destra fino a sinistra, è quello di mantenersi etnicamente il più puro possibile: in questo senso beffardo gli è necessario riconoscere la Palestina, per mantenere la sua purezza etnica. Il concetto di separazione, che qualche volta può rivelarsi un buon mezzo (se due ragazzini fanno a botte è necessario separarli, sul momento), in Israele diventa un valore. Quando mi si dice che, comunque, quella israeliana è una democrazia, devo rispondere che ciò è vero, in Israele abbiamo una democrazia molto avanzata, forse, per certi versi, migliore di molte democrazie europee, ma questo vale solo per la maggioranza ebraica, tanto che un sociologo ha definito quella israeliana una etnocrazia. Sempre per questa ragione essa conserva ancora un altro limite, nuovamente legato al concetto di frontiera: finché la maggioranza ebraica discute della questione palestinese è liberissima di farlo, ma nel momento in cui qualcuno tenta di allacciare un rapporto reale con un membro della società palestinese, viene immediatamente espulso, non gode più dei diritti riconosciuti al resto della comunità.
In Europa risulta scandaloso paragonare la tragedia palestinese con ciò che gli Ebrei subirono durante la Seconda Guerra Mondiale, cosa ne pensa?
È sempre molto difficile ed azzardato paragonare due situazioni storiche diverse, poiché nascono e si sviluppano da e per motivazioni sociali, spaziali e storiche differenti. L’atteggiamento d’Israele nei confronti del popolo palestinese si è sviluppato seguendo più fasi e, una di queste, quella cominciata nel ’48, è stata sicuramente volta ad una politica di epurazione etnica, per poi concretizzarsi in una politica coloniale particolarmente dura, fondata sul massacro della popolazione, sulla distruzione, sull’oppressione razziale e sull’espulsione. Certamente, ancora oggi il fantasma dell’epurazione resta nelle menti degli Israeliani: ovvero quello di una cancellazione totale dei Palestinesi, ma questa resta una fantasticheria. Anche parlare di espulsione, ad oggi, non è più corretto, e questo ce lo spiega la recente carneficina di Gaza: se si vuole costringere un popolo ad andarsene lo si circonda da tre lati, non da tutti e quattro, imprigionandolo letteralmente come, appunto, è successo e succede a Gaza.
L’obiettivo israeliano in questa terza fase di colonizzazione è quello di raggiungere la massima espansione territoriale con il massimo numero di Israeliani e il minor numero di Palestinesi possibile al suo interno. Quella israeliana, il cui grande conduttore, seppur in coma profondo, è tutt’ora Ariel Sharon, è quella che io chiamo una politica dell’emmental: dove gli israeliani sono rappresentati dal formaggio e i palestinesi dai buchi.
D’accordo, ma quello che io mi chiedo è: cosa ne pensa la società israeliana? Ovvero, dove spera di arrivare adottando una tale politica, non è allora così tanto preoccupata dagli attentati terroristici, se pensa di poter imprigionare i Palestinesi in simili isole territoriali…
Paradossalmente sì, la società israeliana ha paura. Se fino al 2000 il grande problema da risolvere era quello dell’Occupazione, a partire da quell’anno l’opinione pubblica israeliana vive nel terrore della minaccia, araba in generale ed islamica in particolare, l’Islam attenta, nel suo immaginario, alla civilizzazione giudaico-cristiana, ed essa vive con la convinzione di non poter aver un dialogo con i propri vicini.
Ma perché sentirsi così minacciati dall’Islam, senza temere in alcun modo la civiltà cristiana che, bene o male, ha ghettizzato gli Ebrei per millenni?
Prima della rivoluzione, il Cristianesimo ha perseguitato gli Ebrei con una violenza sconosciuta al mondo musulmano, per i duemila anni durante i quali il popolo ebraico veniva perseguitato in Europa, nei Paesi arabi nulla di tutto ciò accadeva, seppur gli Ebrei rappresentassero una minoranza in quell’area: ci troviamo di fronte ad una percezione capovolta della storia…
Ma veniamo al suo ultimo testo, “Programmare il disastro”…
In primo luogo vorrei discolparmi per il titolo, che fu il mio editore francese a scegliere, quando gli presentai il lavoro, e ciò avvenne un anno e mezzo fa, quindi ben prima del disastro di Gaza… Rimanendo ancora sul titolo dico che oggi dobbiamo parlare non di uno, ma di un triplo disastro. Il primo, che è quello dimostrato, e che anche la Comunità Internazionale ha riconosciuto, reso evidente dai 3.000 morti, dalle migliaia di feriti e mutilati provocati, ed alla distruzione di ogni infrastruttura ed abitazione, è quello umanitario; il secondo è il disastro politico israeliano sostenuto dagli Stati Uniti e, ormai da 7 anni, anche dall’Unione Europea. Un simile disastro è stato provocato dalla divisione spaziale tracciata tra Cisgiordania e Gaza, ma anche dalla divisione politica tra ANP e Hamas, avvenuta all’interno della stessa Cisgiordania; si tratta di una crisi interna al Paese provocata anche dall’indifferenza della Comunità Internazionale e dalla collusione esistente tra Stato israeliano e Stati arabi come l’Egitto, che hanno portato la Palestina ad un totale isolamento. La terza dimensione del disastro è quella esistenziale ma, rischiando di scioccarla, le dirò che non riguarda la popolazione israeliana; se infatti, dal 1982, si poteva parlare di due Israele, in quanto, anche se ancora non poteva osservarsi una vera presa di coscienza anti-sionista, esisteva una reale frattura all’interno della società , oggi la caratteristica principale dell’aggressione a Gaza, è data dal sostegno unanime da parte di tutta la popolazione israeliana: non c’è più differenza tra destra e sinistra. Se in passato la frattura era tanto profonda da portare all’assassinio di un primo ministra (Begin), oggi, di fronte alla tragedia di Gaza, si erige un solo Grande Israele, circondato dal suo antico mito, e il risultato è uno: la schiacciante responsabilità di tutta la società israeliana. Il disastro esistenziale, che il popolo israeliano non avverte, è quello a lungo termine, e riguarda la messa in discussione stessa dell’esistenza dello Stato d’Israele. Se durante le tante stragi, Sabra e Chatila, Caana, la prima e la seconda Intifada, il mondo arabo poteva dire, “D’accordo tutto ciò è gravissimo, esiste però anche un altro Israele”, adesso ciò non è più possibile: siamo apparsi a migliaia di nostri vicini come persone infrequentabili, una comunità di selvaggi. All’indomani di uno dei giorni più sanguinosi, quello in cui 35 bambini sono stati massacrati nel centro di Gaza, sono crollato, sono stato assalito da una sorta di profonda depressione; per oltre 24 ore ho sentito un acre odore di cadavere che mi seguiva ovunque andassi. Il giorno seguente, di colpo, quei 35 bambini sono diventati i miei nipoti, e mi sono chiesto: “Oddio, cosa stiamo facendo? Quale avvenire stiamo preparando per i nostri bambini?!”. Avevo veramente voglia di andarmene, lasciare questo Paese, sentivo dentro di me tutto il peso dei pensieri del mondo arabo che, persa ogni speranza, era come se ci dicesse: “Dopo tutti i nostri sforzi, dopo tutti i nostri tentativi di vivervi accanto, veramente, non siete dei vicini possibili!”. Parlavo di questo con un’amica francese che cercava di consolarmi, ricordandomi chi aveva manifestato a Tel Aviv e ad Haifa contro lo sterminio di Gaza; le ho risposto col dialogo tra Dio ed Abramo intorno al destino delle città di Sodoma e Gomorra: “Se ci fossero 50 famiglie di giusti sì”, afferma Dio, “salverei Sodoma e Gomorra”, “e se ce ne fossero dieci?”, domanda Abramo, “anche se ce ne fossero solo dieci”, ma quando Abramo tenta di convincere Dio portando ad esempio la sola famiglia di Lot, Egli non può acconsentire, ed è irremovibile: “No, una famiglia non è sufficiente per salvare tutta la città…”. Allo stesso modo, non sono qualche migliaio di manifestanti a Tel Aviv che salvano l’esistenza…
Ma come è potuto succedere questo? Perché la società israeliana ha deciso di chiudersi fino a questo punto?
La presa di coscienza che la stava permeando a partire dal 1982 si è chiusa nell’agosto del 2000, con l’elezione di Ehud Barak, candidato a ricostruire il consenso messo in discussione in precedenza. Barak torna da Camp David dicendo di essere riuscito a smascherare le vere intenzioni di Arafat, che viene presentato ora come il nemico numero uno, e riesce in questo modo a distruggere, in soli quindici giorni, tutto il movimento per la pace. Quella di Barak era una colossale menzogna: non poteva esserci interlocutore più disponibile e dialogante di Yasser Arafat. Oggi, in Israele, viviamo ancora nel cuore della menzogna di Ehud Barak, e per questo siamo disposti ad intraprendere ogni genere di guerra, permanente e preventiva: la carneficina di Gaza rappresenta ciò che vogliamo. Il problema quindi non è l’Occupazione ma il popolo ebraico che, per aver rischiato di venir sterminato, intraprenderà ogni genere di folle guerra: “Siete dei bambini viziati”, disse Barak ad un popolo che cercava di normalizzarsi, “non capite la minaccia che pesa sulle nostre spalle: non saremo mai uno Stato normale”. Questa è quella che io chiamo la Controriforma di Barak, Sharon e Netanyahu.
Ma allora, qual è l’atteggiamento che noi Europei dovremmo assumere di fronte al conflitto israelo-palestinese?
Dovete far capire al popolo israeliano che ciò che non costa nulla oggi costerà caro domani, che non si può pensare di comportarsi, all’infinito, come una società barbara, e pretendere di essere accettati dalla Comunità Internazionale. Israele ha assolutamente bisogno dell’approvazione internazionale, non soltanto da un punto di vista politico, ma anche psicologico; dovete far capire che così come siamo risultiamo infrequentabili, e far passare il messaggio della sanzionabilità di certi atteggiamenti: quando si commette un crimine, prima o poi, si viene sanzionati, è questo che gli Israeliani devono capire e temere. La Questione palestinese resta emblematica per il mondo intero: rappresenta la possibilità di ritornare allo stato della giungla, e la sua soluzione deciderà del tipo di mondo che vogliamo.
Ma in Europa risulta estremamente difficile avvicinarsi al problema senza essere tacciati di antisemitismo…
Conosco grandi giornalisti che, non riuscendo più a gestire quest’accusa infamante, hanno smesso di scrivere sull’argomento. È un’ottima cosa che in Europa ci sia tanta attenzione nei confronti del problema legato all’antisemitismo, ma l’accusa che viene rivolta, in questo caso, è del tutto pianificata, e di questa il Governo si serve, come è successo riguardo al caso dell’uccisione di Mohammed Al Dura e di suo padre1. Che Israele sia cauto: quando si tappa la bocca, quando censura il pensiero di qualcuno non dandogli la possibilità di esprimersi, tale pensiero non cambia, ma marcisce dentro di lui e allora sì, può rischiare di diventare vero antisemitismo.
Concludendo, quale soluzione, due Popoli e due Stati?
Sono stato tra i primi a pubblicare in Italia un libro dal titolo “La sfida binazionale” per affrontare la questione etnica, ma ora me ne pento: non avrei mai dovuto scrivere quel libro. Discutere di questa questione ci fa deviare dai nostri compiti, che sono altri. Dobbiamo smettere di parlare in vece dei Palestinesi, non sta a noi, Israeliani o Europei, trovare una soluzione al problema: saranno i Palestinesi a decidere se se la sentono di vivere insieme agli Israeliani o lontani da loro, da coloro che gliene hanno fatte vedere di tutti i colori. Non perdiamo tempo intorno a questo argomento: non è questo il punto
 
 
 
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