mercoledì 1 febbraio 2017

Ramzy Baroud :La Conferenza di pace di Parigi segnala la fine di un’era dominata dall’ Occidente?

 
 
 
La Conferenza di pace di Parigi segnala la fine di un’era dominata dall’ Occidente? Di Ramzy Baroud 27 gennaio 2017 No, non è stata soltanto ‘un’altra co
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 27 gennaio  2017
No, non è stata soltanto  ‘un’altra conferenza di pace per il Medio Oriente’, come un giornalista sul ‘Jerusalem Post’ israeliano ha tentato di descrivere la Conferenza di Pace di Parigi svoltasi il 15 gennaio, con la partecipazione di alti funzionari in  rappresentanza  di 70 paesi. Se fosse stata davvero soltanto  ‘un’altra conferenza di pace’, sarebbero stati presenti anche i rappresentanti del governo israeliano e dell’Autorità Palestinese (AP).
E’ stato, invece, un momento epocale che è probabile ricorderemo come il momento che ha messo ufficialmente fine alla farsa del processo di pace dopo 25 anni.
Infatti, se la Conferenza di Madrid dell’ottobre 1991 fu l’inizio vibrante dei colloqui di pace tra Israele e i suoi vicini arabi – compresi i palestinesi – i colloqui di Parigi del gennaio 2016 ne sono stati la triste conclusione.
Non appena iniziarono i colloqui di Parigi, l’energia positiva e le aspettative che li accompagnavano, iniziarono a svanire. Anche prima dell’inizio dei colloqui, Israele aveva messo trappole politiche e aveva eretto ostacoli. Per esempio, rifiutare di trattare direttamente con la squadra palestinese per i negoziati condotta dal defunto Haidar Abdul-Shafi (dato che, per quanto riguardava Israele, i palestinesi non esistevano) e anche protestare perché quel negoziatore, Saeb Erekat, indossava il tradizionale  fazzolettone  palestinese, la kufiyah).
Sono passati 25 anni da quell’incontro iniziale. Da allora, parecchi membri dell’originaria delegazione palestinese sono morti; altri si sono invecchiati parlando di pace, ma senza nessuna pace in vista. L’allora giovane Erekat divenne di nuovo il ‘negoziatore capo’ dell’AP, senza tuttavia, avere nulla di cui parlare.
Che cosa è realmente rimasto da negoziare, quando Israele ha raddoppiato il suoi insediamenti illegali in Cisgiordania a Gerusalemme Est? Quando il numero di coloni ebrei è aumentato da un trascurabile 250.000 (nel 1993) a oltre 600.000; quando la percentuale della perdita di terra palestinese è aumentata rapidamente come mai prima, fin dalla guerra e dall’occupazione del 1967; quando Gaza è stata sotto chiave per oltre 10 anni, soffrendo per la guerra, per l’acqua inquinata e la malnutrizione?
Tuttavia, gli americani hanno persistito. Avevano bisogno del processo di pace. E’ un investimento americano, innanzitutto, perché la reputazione e la leadership americana dipendevano da questo.
“Siamo inseparabili da Israele,” ha detto il professor John Mearsheimer, co-autore di ‘La lobby israeliana’, in un recente intervista. “Quello che fa Israele e il modo in cui Israele si evolve, è molto importante per la reputazione dell’America.”
Questo è il motivo per cui il Presidente Obama – e il Presidente George W. Bush prima di lui, e il Presidente Clinton prima di lui –  si sono impegnati  per ottenere la soluzione dei due stati.”
Precisamente. Hanno persistito e fallito, e hanno fallito ripetutamente, fino a quando la soluzione dei due stati (che, tanto per cominciare non è stato mai un tentativo serio), divenne una ricerca distante e, infine impossibile.
Quando il centro politico israeliano si spostò bruscamente a destra, sotto la guida del Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, gli Stati Uniti mantennero la loro posizione, come se fossero dimentiche del fatto che ‘la realtà dei fatti’ aveva alterato il panorama politico in modo radicale.
L’ex Presidente Barack Obama, deve essersi reso conto, a un certo punto, che gli sforzi erano inutili. Tanto per cominciare, sembrava che Netanyahu avesse maggiore influenza sul Congresso degli Stati Uniti del Presidente Obama stesso. Non è un’esagerazione. Quando Netanyahu si è scontrato con Obama riguardo al patto nucleare con l’Iran, ha snobbato il Presidente americano e ha fatto un discorso al Congresso congiunto nel marzo 2015, in cui rimproverava Obama e il ‘cattivo accordo’ con l’Iran. Obama sembrò abbandonato e irrilevante, quando i rappresentanti del popolo americano concessero numerose standing ovation a un leader straniero che  si pavoneggiava, urlava e assegnava colpe e lodi.
Il nostalgico ultimo discorso di John Kerry, alla fine di dicembre, è stato un’indicazione di quell’epico fallimento, dato che la sostanza della sua dichiarazione è stata che tutto era finito. Sia Kerry che Obama, tuttavia devono dare la colpa soltanto a se stessi. La loro amministrazione aveva l’influenza politica e il mandato popolare di fare pressioni su Israele, e di pretendere  concessioni che sarebbero potute servire come base di qualcosa di sostanziale. Hanno scelto di non farlo.
E ora, un magnate nel campo immobiliare, un opportunista, Donald Trump, è il Presidente degli Stati Uniti. Si presenta con un piano d’azione inquietante che sembra identico a quella degli attuali membri di destra e ultra-nazionalisti.
“Ora abbiamo raggiunto il punto in cui gli inviati da un paese a un altro potrebbero quasi scambiarsi di posto,” ha scritto il Professore palestinese, Rashid Khalidi, sul ‘New Yorker’:
“L’Ambasciatore di Israele a Washington, Ron Dermer, cresciuto in Florida, poteva essere, altrettanto facilmente, ambasciatore degli Stati Uniti a Israele, mentre l’Ambasciatore a Israele, designato da Trump, cioè David Friedman, che ha legami intimi con il movimento dei coloni israeliani, sarebbe un buon ambasciatore a Washington per il governo di Benjamin Netanyahu, favorevole ai coloni.”
E quindi le cose stanno così, amici, lo spettacolo è finito. L’era del processo di pace è alle nostre spalle, e dei segnali precoci indicano che gli stessi palestinesi si stanno ora rendendo conto di questo,  mentre stanno chiaramente cercando alternative alle varie dispotiche amministrazioni americane.
In effetti, le amministrazioni presiedute da George Bush, Bill Clinton, George W. Bush e da  Obama, hanno tutte contribuito all’idea che la pace fosse a portata di mano, che Israele fosse disposto a un compromesso, che si doveva fare pressione (per lo più sui palestinesi) per porre fine al ‘conflitto’ apparentemente alla pari, che gli Stati Uniti erano una parte neutrale, e perfino ‘un negoziatore onesto e imparziale’.
Agli israeliani non dispiaceva stare al gioco fino a quando questo non metteva a rischio il loro schema di colonizzazione nei Territori Occupati; la leadership palestinese (in gran parte non eletta) vi si è unita, cercando finanziamenti e riconoscimento politico senza senso; il resto del mondo, comprese le Nazioni Unite, osservavano da lontano o svolgevano il ruolo marginale a loro assegnato.
Israele, però, ora non ha più la necessità di adattarsi alle regole del gioco, semplicemente perché il ‘mediatore’ americano ha perduto interesse. Trump capisce che i suo paese non può più continuare a sorvegliare  un mondo unipolare e non ha interesse a ‘cercare la rissa’ con Israele che è potente nella regione.
Sebbene Trump abbia iniziato la sua campagna presidenziale promettendo di mantenersi a pari distanza da palestinesi e israeliani, ha poi scelto una direzione estremamente allarmante – facendo la promessa di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, innescando così, probabilmente, un’altra insurrezione palestinese.
Sapendo che gli Stati Uniti non sono più un paese alleato, i cosiddetti ‘palestinesi moderati’ stanno ora cercando delle alternative. Il giorno dell’insediamento di Trump, in un partito mai in precedenza così sfarzoso, considerato il più costoso della storia, le fazioni palestinesi si stavano incontrando non a Washington, a Londra o a Parigi, ma a Mosca.
La notizia di un accordo che vedrà l’ammissione sia di Hamas che della Jihad Islamica nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha ricevuto scarsa copertura sui media, ma ciononostante, è stata significativa. La tempistica (insediamento di Trump) e il luogo (Mosca) sono stati molto rivelatori di una realtà politica che stava cambiando in Medio Oriente
Ma come dobbiamo interpretare la Conferenza di Parigi? E’ stata una triste dimostrazione di un tentativo finale francese-europeo-americano di mostrare importanza  in una regione che è ampiamente cambiata, in un ‘processo’ che esisteva soltanto sulla carta, in un panorama politico che è diventato troppo complicato e variegato per le persone simili a François Hollande (ardente sostenitore di Israele, tanto per cominciare) per essere minimamente importante.
No, non è stata soltanto ‘un’altra conferenza di pace per il Medio Oriente, ma la fine di un’era. L’era americana in  Medio Oriente.
Nella foto: John Kerry, l’Ambasciatore russo in Francia, Alexander Orlov, Federica Mogherini e altri diplomatici, posano per una foto al summit di Parigi per la pace.
Presa da: http://www.haaretz.com/opinion/editorial/1.765275
Il Dottor  Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri ci sono: ‘Searching Jenin’ [Cercando Jenin], The Second Palestinian Intifada [La seconda Intifada palestinese],  e il suo  più recente: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-paris-peace-conference-signaling-an-end-to-a-western-dominated-era
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0
 

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