lunedì 20 febbraio 2017

Dalla Palestina con dolore, l’orrore delle carceri israeliane spiazza la Berlinale

“Ghost Hunting” di Raed Andoni presentato nella sezione Panorama. Il regista arabo ricostruisce l’esperienza – vissuta personalmente appena 18enne –  dei palestinesi imprigionati nelle carceri israeliane: tra torture fisiche e psicologiche, gli ex detenuti ricreano il carcere come un set, interpretando torturati e torturatori. Uno spiazzante gesto umano e politico. Che ha già incassato l’entusiasmo di Ken Loach…

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Venire arrestati, torturati e poi rimettere in scena la propria prigionia. È un dispositivo spiazzante quello di Ghost Hunting, il film di Raed Andoni presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2017. Il regista arabo porta al Festival i dolori del suo popolo, i palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane per motivi politici. Lo fa attraverso un cortocircuito tra realtà e rappresentazione: partendo da un ex prigioniero poi rilasciato, che ha passato 19 giorni in una stanza senza dormire, la ricostruzione si basa sulla sua testimonianza insieme ad altre voci.
Andoni convoca una serie di costruttori, architetti, pittori e carpentieri: tutti sono stati internati nella prigione di Al-Moskobiya, esattamente come accadde all’autore all’età di 18 anni. Lo stesso Andoni si ritaglia il ruolo di sé, ovvero la parte del regista. Basandosi sulle rispettive professionalità, mescolate ai ricordi personali, l’ambiente della prigione si può allora ricreare.
Gli attori costruiscono il set: in stanze asettiche, inchiodando assi di legno, si impegnano a rifare le “sala delle torture” israeliana seguendo la descrizione scientifica delle persone coinvote. Così il film si apre con un casting: dinanzi agli attori tutti palestinesi che sostengono il provino, bisogna decidere chi interpreta l’arrestato e chi il torturatore. È qui che avviene una prima inversione, col ragazzo arabo che si presenta per la parte di carceriere, la esegue davanti alla cinepresa, e poi gli viene assegnato il ruolo di arrestato. Vittime e carnefici si scambiano i ruoli a vicenda.
Il principale testimone delle torture “diventa” idealmente carceriere: egli dà indicazioni, dirige gli altri, spiega i dettagli come il divieto di andare in bagno, li corregge quando la violenza è troppo lieve. In un’autoanalisi davanti all’obiettivo è lui il principale timone del riallestimento.
Torture indicibili, sia fisiche sia psicologiche, ma il punto della questione resta la modalità di inscenarle: diversamente da The Act of killing di Joshua Oppenheimer, dove i torturatori di Suharto mimano i loro atti, qui sono le stesse vittime ad “interpretare”  i gesti dei torturatori israeliani.
Il congegno che confonde strategicamente realtà e rappresentazione ricorda il cinema iraniano, quello di Makhmalbaf e Kiarostami (e in seguito Panahi), quello che riflette il dolore del singolo e l’autoritarismo di Stato – come l’arresto dello stesso Panahi – proiettandolo nello specchio della rappresentazione.
Ghost Hunting è piaciuto a Ken Loach: “È una ricostruzione straordinaria: ha una grande intelligenza cinematografica con cui passa dalla risata al terrore”.
Per realizzarlo Raed Andoni è partito dalla sua esperienza di diciottenne prigioniero, ha spiegato, di cui conserva ricordi confusi, a distanza di decenni senza riuscire a distinguere esattamente tra realtà e immaginazione.
Dunque il film si propone come saldo di un debito personale, in cui il cineasta si riconosce e può ricostruire la propria esperienza per interposta messinscena. Lo spettro del titolo è il suo stesso fantasma, quella reclusione, che ricreandola si può finalmente combattere. Un gesto umano, e insieme politico, che viene compiuto non attraverso l’enunciazione di una posizione (per quello basta guardare le torture) ma frequentando le possibilità della messinscena.


 
 
 
 
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