giovedì 9 febbraio 2017

Alberto Negri - Tra Putin e Trump c'è di mezzo l'Iran



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Tra Putin e Trump c’è sempre di mezzo l’Iran. Il presidente americano ha definito Teheran lo stato terrorista «numero uno», il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha replicato a stretto giro che non è assolutamente vero. E il ministro degli Esteri Serghej Lavrov ha sottolineato che Teheran è «in prima linea nella lotta all’Isis», l’ha difesa dalle accuse di avere violato l’accordo nucleare del 2015 con il lancio nei giorni scorsi di un missile balistico, definendo assai controproducenti le sanzioni anti-iraniane decise da Trump nella sua prima escalation in politica estera.
Ma è davvero così saldo l’asse Mosca-Teheran? Il Cremlino sottolinea che nonostante le visione «diametralmente opposta» sull’Iran, Russia e Stati Uniti hanno ampi margini per negoziare.
Con l’ingresso nella guerra siriana nel settembre 2015 la Russia è diventata il maggiore alleato della repubblica islamica nel sostegno al regime di Bashar Assad. Quella che un paio d’anni fa appariva un’alleanza di comodo, destinata a unire due regimi sotto sanzioni occidentali, ora è diventata strategica dal momento che Mosca ha nuove basi militari in Siria la cui sicurezza è garantita, oltre che dal regime alauita nella roccaforte di Latakia, dalla presenza delle milizie filo-iraniane. La Mezzaluna sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah libanesi garantisce a Mosca una formidabile penetrazione mediorientale, rafforzata dalla ripresa di buoni rapporti tra la Siria e l’Egitto del generale Al Sisi, alleato di Mosca nell’appoggio al generale libico Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.
Non solo. L’Iran insieme alla Turchia è tra i padrini con Mosca dell’accordo di cessate il fuoco in Siria di cui si è discusso ieri ad Astana. L’angolazione più interessante di queste consultazioni è che i garanti del cessate il fuoco, oltre alla Russia che mena le danze, sono la Turchia e l’Iran, un Paese della Nato e uno da sempre nel mirino degli Usa come stato “fuorilegge”. Tutto questo solleva interrogativi. La Turchia ha il suo alleato storico in Europa nella Germania e il suo rivale ancestrale nell’Iran, mantiene accordi con l’Unione europea stringenti (sui profughi) e importanti rapporti economici, oltre ad avere ripreso le relazioni con Mosca.
La Turchia oggi è il vero pendolo della alleanze internazionali. Non sarà facile per l’America di Trump avere a che fare con i turchi, anche per il caso Gulen e il golpe del luglio scorso, quando russi e iraniani furono i primi a esprimere solidarietà a Erdogan.
L’offerta russa agli Usa qui è la possibilità di sostenere insieme l’alleanza curdo-araba filoamericana per far rientrare gli Stati Uniti nel grande gioco siriano ma questo mette Washington in rotta di collisione con Ankara che detesta i curdi. Senza contare che sul campo si stanno producendo intese anomale: le forze turche e quelle siriane, con il sostegno di Russia e Iran, stanno assediando insieme la roccaforte dell’Isis di Al Bab.
Questa è una scacchiera dove se muovi una pedina o un alfiere rischi di fare scacco a qualcuno provocando sconquassi. Senza contare che Mosca si sta dando da fare per colmare il vuoto lasciato da Washington in Afghanistan dove la missione americana è in fase di stallo. La Russia ha già molti amici nella regione - Cina, India, Iran - e sta corteggiando il Pakistan, assai critico verso Washington e impaziente di stringere rapporti con Pechino per resistere alle pressioni dell’India.
L’amministrazione Trump, secondo il Wall Street Journal, sta valutando le strade possibili per spezzare l’intesa militare e diplomatica della Russia con l’Iran che è quello che vorrebbero anche Israele e Arabia Saudita, i due maggiori alleati Usa in Medio Oriente e nemici giurati di Teheran. Ma per provarci Trump dovrà essere più pragmatico di quanto ha dimostrato finora.

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