Padre Mario Da Silva, parroco della parrocchia latina della Sacra Famiglia, Gaza
Quando si varca il grande portone di ferro della parrocchia latina della Sacra Famiglia, a Gaza, è facile pensare al passo evangelico del capitolo 12 di Luca dove si legge: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno… Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli”. E che sia un piccolo gregge lo dicono anche i numeri:
i cristiani della Striscia oggi sono poco più di 1.000 fedeli, su 2 milioni di abitanti. Di questi soltanto 135 sono cattolici
guidati, da un anno, dal missionario brasiliano padre Mario Da Silva, religioso dell’Istituto del Verbo incarnato (Ive), con la passione del calcio. Nel 2017 sono 10 anni che la Striscia è sigillata da Israele, da quando Hamas, movimento islamista è al potere. Un blocco che non si è più interrotto anche per le guerre, ben tre negli ultimi nove anni, che hanno devastato intere zone di Gaza, anche quelle più vicine alla parrocchia, come testimoniano alcuni palazzi ancora distrutti. Oggi la ricostruzione va avanti anche se lentamente. La popolazione deve fare i conti con l’elettricità erogata per poche ore al giorno, l’acqua inquinata, la mancanza di lavoro, di medicine e di molti altri beni di prima necessità.
Rapporti tesi con i musulmani. Ma per i cristiani a queste difficoltà se ne aggiungono ancora delle altre. Lo racconta lo stesso parroco a margine di una visita di solidarietà a Gaza, il 12 e 13 gennaio, di una delegazione del Coordinamento dei vescovi per la Terra Santa (Hlc) nell’ambito del tradizionale pellegrinaggio annuale. “Sono a Gaza da quattro anni – racconta padre Da Silva – e da uno sono diventato parroco della Sacra Famiglia”. L’inizio non è stato facile: “Si sono presentati dei problemi con la comunità musulmana non sempre benevola con quella cristiana. È capitato di ricevere delle sassate, subito dopo la preghiera del venerdì, lanciate da giovani delle zone vicine alla parrocchia. Uno di loro è arrivato anche a mettere della droga nella mia vettura, con tutti problemi legati alla denuncia alla Polizia. Tutto si è risolto quando il colpevole ha ammesso la sua colpa. La situazione adesso è migliorata ma persistono ancora delle tensioni”. Per evitare intrusioni e altri fatti del genere il parroco ha fatto rimettere a posto i muri perimetrali della parrocchia, messo in opera delle videocamere per la vigilanza e impiantare un cancello nuovo e più grande. A questi lavori se ne sono aggiunti degli altri: il restauro della chiesa, un salone polivalente, e pannelli solari per garantire luce elettrica per molte ore al giorno.
“Siamo discriminati”. “Ci sentiamo perseguitati, discriminati, come minoranza – ammette padre Mario – e non è facile restare saldi. Ma questa comunità di Gaza, pur molto piccola, è vitale e rappresenta un segno e un messaggio forte alla Chiesa”. Un “piccolo gregge” che resta “sveglio” per attendere il ritorno del padrone, come racconta la parabola del Vangelo.
“I nostri fedeli qui soffrono, come tutti, per le dure condizioni di vita ma anche per la loro fede cui non rinuncerebbero mai.
Io vengo dal Brasile dove non soffriamo alcuna persecuzione per la nostra fede e nonostante ciò molti la stanno perdendo. I cristiani qui preferirebbero perdere la loro vita piuttosto che rinunciare o negare la loro fede”. Come i cristiani di Siria e Iraq.
A preoccupare padre Da Silva è anche l’emigrazione dei cristiani da Gaza. “Quando sono arrivato qui, 4 anni fa, la comunità era composta da circa 2.000 fedeli, tra cattolici e ortodossi. Oggi non si arriva che a 1.200 persone, molto probabilmente anche meno, intorno ai 1.000”. Un calo impressionante dovuto al fatto che molti dei beneficiari dei permessi rilasciati da Israele per Pasqua e Natale non fanno rientro a Gaza alla scadenza del lasciapassare. Sono soprattutto i giovani ad approfittarne. L’esempio più eclatante è quello del gruppo scout.
“L’anno scorso era composto da 50 giovani, oggi ne sono rimasti circa 30. Sono andati tutti via. Parliamo sia di cattolici che di ortodossi”
ricorda il religioso, che pure mostra di comprendere le ragioni di questa fuga. “La vita a Gaza per i più giovani è durissima, non hanno luoghi dove ritrovarsi, non possono andare in vacanza come tanti loro coetanei di altri Paesi, non hanno lavoro e, se studiano, rischiano di restare ugualmente disoccupati. Chiedono la libertà che non hanno e che non sappiamo se potranno mai avere”. “Costruirsi una famiglia nella Striscia è arduo” come rivela anche il numero dei matrimoni che il parroco ha celebrato l’anno scorso, “uno soltanto”. “Fortuna – aggiunge sorridendo – che ho amministrato anche 5 battesimi”.
Nelle mani di pochi. Numeri a parte, padre Mario non crede che “il piccolo gregge di Gaza sia destinato a morire, anno dopo anno. Vedo che
ci sono fedeli risoluti e convinti a restare perché qui è la loro terra.
La resistenza dei cristiani a Gaza è nelle mani di questi pochi”. Che non vanno abbandonati. “Alla Chiesa universale chiedo aiuto, materiale, spirituale e politico. Questo è un problema che deve essere risolto. Noi non abbiamo le forze per farlo. Ma tutto sarebbe vano senza la preghiera”. Dopo dieci anni di blocco israeliano della Striscia e 50 anni di occupazione militare, conclude il parroco brasiliano,
“la nostra missione resta sempre la stessa: dare aiuto, infondere coraggio e restituire speranza a questa gente.
La guerra deve finire. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza parlando solo pochi giorni fa al Corpo Diplomatico: “Nessun conflitto può diventare un’abitudine dalla quale sembra quasi che non ci si riesca a separare. Israeliani e Palestinesi hanno bisogno di pace”. Gaza ha bisogno di pace.