mercoledì 18 gennaio 2017

Robert Fisk : Il corrispondente dall’estero nell’epoca di Twitter e di Trump




6 gennaio 2017
Che opinione avrebbe avuto di Donald Trump, Clare Hollingworth, che è morta questa settimana? O del mondo di Twitter? Ogni volta che una persona della nostra categoria se ne va, prevediamo la fine del corrispondente estero. Soltanto 40 anni fa, una delle prime intervista radiofoniche che ho accettato – per un stazione radio irlandese, mi ricordo, comprendeva un dibattito non sul futuro della nostra professione, ma sulla data della sua fine. Quando la televisione ci portò reportage  fotografici via satellite, di solito ci domandavano: a che cosa serve “sfornare” parole per descrivere ciò che il mondo ha già visto sullo schermo? La morte della  Hollingworth a 105 anni, un’età in cui la gioia per la sua straordinaria longevità, deve soffocare il dolore , certamente ci  avvierà verso  su un altro necrologio prematuro del lavoro che amava e per il quale viveva e del quale ancora desiderava – quasi cieca e appena in grado di camminare – godere dopo aver raggiunto i 100 anni.
Tuttavia, in modo strano, lei avrebbe potuto comprendere il dilemma di Trump.  Sapeva tutto dello spionaggio russo – aveva comunicato la notizia della defezione di Kim Philby, anche se il Guardian  ha ignorato la sua notizia  per tre mesi. Questo non sarebbe accaduto nell’epoca dei tweet. Era abbastanza vicina ai diplomatici britannici (fin troppo vicino, presumo) per comprendere come il vasto potere politico possa essere usato per distruggere gli statisti.
Christopher Steele, l’autore del piccante servizio su interessi forse a luci rosse di Trump, sarebbe stato il tipo di persona che  la Hollingworth avrebbe potuto cercare. Ha un nome da film di Bond e unna società che si chiama Orbis  – lo stesso nome, a proposito, dell’agenzia di viaggio comunista  in Polonia che una volta organizzò la mia visita nella Polonia della Guerra Fredda. Nessun collegamento, naturalmente, e l’attuale Orbis polacca tanto tempo fa si è liberata dai suoi padroni comunisti.
La Hollingworth avrebbe espresso delle osservazioni acute sul dramma di Trump. Forse pensate che nelle recenti settimane il mondo avrebbe affrontato pericoli senza precedenti e catastrofici dopo l’elezione negli Stati Uniti. “Non fin dalla Seconda guerra mondiale…” è il vecchio logoro cliché che continuo a sentire. Davvero? Che dire della Guerra in Corea, o della Guerra del Vietnam, durante la quale Clare è stata corrispondente, e le guerre arabo-israeliane che aveva coperto? Anche la testimonianza della Hollingworth della Seconda Guerra mondiale,  di sicuro mette in ombra le sciocchezze di Trump.
“Arrivederci a presto,” abbiamo detto in coro quando ci siamo congedati da lei a Hong Kong 10 mesi fa, in un mondo pre-Trump, la fragile vecchia signora curva, seduta su un divano nel suo appartamento stretto,  che metterva  in ordine  cassetti  di armadi ancora stipati di bottiglie di champagne non aperte,  avanzate dai suoi precedenti compleanni.
In che altro modo si dice arrivederci a una persona così anziana? Sono stato crudele ad ipotizzare che Clare ripetesse, ancora una volta, il più grande scoop del mondo, quando avvistò i carri armati nazisti sul confine polacco, alla vigilia della guerra più titanica nella storia umana? Riuscì a rispondere a una delle mie domande: i Britannici avevano davvero dubitato della sua notizia fino a quando sporse il telefono dalla  finestra, e così il personale dell’ambasciata a Varsavia poté sentire il  rumore dei     cingoli dei carri armati? “Lo seppero,” ha detto, “oh, sì, certamente.” La redazione esteri del Daily Telegraph era più scettica. Oddio! Non conosciamo tutti quella sensazione…
Stranamente, la Hollingworth – come me, forse – potrebbe aver provato una strana simpatia per Trump nel suo attuale dilemma. Infatti nel corso dei decenni sono arrivato a considerare la “comunità dell’intelligence” americana – chiaramente non  amici del Presidente eletto ma non ancora insediato – come un gruppo di idioti, scarsamente istruiti che prendono con il cucchiaio le sciocchezza che i  presidenti di solito vogliono che leggano, incapaci di comprendere il Medio Oriente dopo aver fatto il bagno nella propaganda di Israele.
La  CIA e l’FBI, ricordate, sono gli eroi della patria che non soltanto non sono stati capaci di prevedere il crollo dell’Unione Sovietica, ma che hanno totalmente  deluso   la loro nazione, ignorando tutte le prove dell’11 settembre, prima che accadesse. Poi, incoraggiati dagli israeliani, hanno proseguito con la coltre di bugie sulle armi di distruzione di massa, e hanno contribuito a spingere il paese in una guerra disastrosa che a sua volta ha prodotto il “califfato” dell’Isis. Dopo tutto questo si suppone che dobbiamo prendere sul serio le spie dell’America?
Ma, di fatto, con l’aiuto dei sempre passivi media americani, si suppone che dimentichiamo il loro orribile “curriculum” e che facciamo finta che  i ragazzi  e le ragazze dell’intelligence sono di nuovo super detective che dovrebbero essere creduti quando dicono che Putin sta attaccando l’America i sistemi informatici dell’America. In altre parole, malgrado le sue sciocche contraddizioni, Trump che probabilmente è realmente un po’ fuori di testa,  potrebbe ora trattare la “comunità dell’intelligence” statunitense con la mancanza di rispetto che meritano. I media sociali che sputano le loro notizie non attribuibili a una fonte, con l’aiuto della CNN e gli altri, stanno svolgendo il loro ruolo in questa commedia.
Certo, se Putin ha costruito l’elezione di Trump, questo è uno scandalo internazionale. Ma ecco su che cosa i media sociali e i grossi giornali e canali americani, non fanno domande.
E non è forse uno scandalo internazionale quando il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu interviene sfacciatamente nella politica degli Stati Uniti, incoraggia il Congresso a ignorare i desideri del Presidente Obama, e permette che la lobby di Israele negli Stati Uniti costringa i rappresentanti politici del paese a permettere a Israele di continuare a costruire colonie per gli ebrei e soltanto per gli ebrei sulla terra araba rubata? Netanyahu ha svolto un ruolo nell’elezione di Trump, proprio come il diplomatico Shai Masot a Londra voleva  “distruggere”  i politici del Regno Unito che non erano d’accordo con le vergognose politiche per la Cisgiordania occupata (e, a proposito, “distruggere”   ha una connotazione molto più minacciosa nel gergo militare israeliano che semplicemente distruggere la reputazione di qualcuno). Masot, stava anche interferendo vergognosamente nella democrazia britannica.
Come Trump, ho notato che Masot occasionalmente ha detto la verità. E quando le spie israeliane hanno definito “un idiota” quel pagliaccio del  nostro ministro degli Esteri, Boris Johnson, la mia fede nel servizio di intelligence israeliano, di solito incapace, è stata quasi ripristinata. Tuttavia, i media hanno anche permesso che la parte israeliana dell’elezione di Trump – e l’interferenza nel governo del Regno Unito, cadessero nel dimenticatoio.  Una cosa è competere con Putin o Trump, del tutto un’altra affrontare Netanyahu.
Ma torniamo alla Hollingworth. La sua memoria spesso si interrompeva, come un notiziario  da un paese lontano ascoltato su una vecchia radiolina a transistor, il cui suono  si dissolveva e tornava mentre parlavamo, e talvolta Clare faceva quello che tante persone anziane fanno quando gli si chiede la stessa cosa per la millesima volta: si ricordava quello che si ricordava di aver detto l’ultima volta.
Ho insistito con lei su un argomento del quale, per quanto ne so, non aveva mai parlato prima: sopravvivranno i giornali nell’epoca di internet? “I giornali finiranno sul computer,” disse con voce tetra. Questo è stato il punto in cui si è avvicinata di più parlando del futuro dei media sociali.
La mia intervista con la Hollingwort è stata l’ultimo pezzo che ho scritto domenica  per The Independent, la cui ultima edizione stampata conteneva le sue parole. Fra pochi giorni soltanto, presenterò invece, on line i miei rapporti dal Medio Oriente per The Independent. E’ successo quindi questo? Dato che tutti i giornali “fisici” sembra che stiano per crollare intorno a noi come se fossero bagnati fradici, biblioteche di libri irrimediabilmente rovinate, ci arrendiamo, andiamo delicatamente in quella buona notte, ci convinciamo che le nuove generazioni non leggeranno più la parola stampata che si poteva toccare non più di quanto oggi cercheremmo  informazioni da una pergamena scritta a mano e miniata? E un mondo senza stampa può fare fronte a Trump?
Per esempio, come twittereste l’inizio della Seconda Guerra mondiale? Con l’abuso che si fa di media sociali, come convincereste i lettori che, certo, i nazisti stanno per invadere la Polonia? Oppure – dato che l’epoca della “post-verità” di mentire permette a chiunque di negare l’Olocausto di Hitler poiché questa è una “prospettiva” – esiste una qualche speranza di essere creduti?
Tenete oggi un telefono fuori dalla finestra e vi assicuro che qualcuno sosterrà che il rumore dei cingoli dei carri armati è finto – forse è un tagliaerba,  o il caricamento di un camion della spazzatura  e che l’intera notizia è un’operazione “sotto falsa bandiera” o che la Polonia ha invaso la Germania, non il contrario. Questo, infatti, è esattamente quello che Hitler voleva che la gente sapesse, quando ordinava ai suoi teppisti di travestire  le vittime dei campi di concentramento con uniformi polacche e di spargere i loro corpi intorno a una stazione radio tedesca per farli ispezionare dalla stampa.
Goebbels stesso pensava che il film di Hitchcock, Foreign Correspondent (conosciuto anche con il titolo italiano: Il prigioniero di Amsterdam, n.d.t.), il film che per primo mi ispirò a diventare giornalista – era una parte brillante della propaganda nemica. A Goebbels sarebbe piaciuto anche YouTube, perché sapeva manipolare le fotografie, usarle di nuovo in occasioni diverse, controllare le immagini. E se si fossero filmati i carri armati sul proprio telefono, avrebbe detto che era un vecchio filmato della guerra civile spagnola.
Penso che a Hitler sarebbe piaciuto il mondo dei blog e dei tweet – il modo preferito di Trump di mandare messaggi – e l’odio via Internet.
Infatti gran parte dell’odio sui media sociali – anonimo, osceno, anti-semita, anti-musulmano, nazista nella sua furia – sembra come gli originari sfoghi fascisti degli anni ’30. Nel Reich, non avrebbero avuto bisogno neanche del massimo di 140 caratteri. “Ein Volk. Ein Reich. Ein Fuehrer. (Un popolo – Un impero – Un capo).
Che tweet! Soltanto 33 caratteri. In inglese ha soltanto due lettere in più.
Trump non sa nulla di questo, anche se ironicamente accusa i suoi nemici di agire come “avrebbe fatto e come ha fatto la Germania nazista.” Il punto, naturalmente, è che il tweet perfetto, è breve, preferibilmente indimenticabile, e ha come obiettivo le menti più deboli.  “Juden Raus!” “Fuori gli ebrei!” E questa minaccia, la più abietta di tutte, era di fatto il nome di un gioco da tavolo per bambini nella Germania nazista, un tweet per  i ragazzini (11 caratteri).
Certamente si può usare in due modi. “Ich bin ein Berliner”* (Sono un berlinese) è stata la meravigliosa difesa della democrazia fatta da Kennedy (20 caratteri) oppure “I am a Berliner”  (15 caratteri) che Kennedy ha preso da quel vanto orgoglioso e antico: “civis romanus sum” (17 caratteri) – “I am a Roman citizen” (20 caratteri). La frase “Et tu, Brute?” è di soltanto 13 caratteri (in inglese: “And you, Brutus?” di 16).
Ma questa è una cosa insignificante quando si vuole dire la verità. Il discorso di Lincoln a Gettysburg ** (“Ottantasette anni fa..”) all’ epoca fu criticato perché era troppo corto (275 parole – troppo lungo per un tweet, ma un discorso tipo tweet se
mai ce ne è stato uno). L’ipotesi era che si doveva sviluppare un argomento in modo esauriente e in linea di massima è vero. Se un soundbite (una breve citazione ), un tweet bite vocale, suppongo, si ricorda per un breve tempo, si ha bisogno di una spiegazione.
C’è quindi bisogno di parole, frasi, paragrafi. La Hollingworth ha scritto vari libri. Il titolo di uno di questi, There’s a German Just Behind Me, [C’è un tedesco proprio dietro di me] (31 caratteri), è di per sé un tweet acuto, ma il suo libro migliore è la sua autobiografia, Front Line (Linea del Fronte). Eccola qui, quindi mentre descrive la sua fuga dai tedeschi attraverso la campagna della Polonia condannata, dove l’unica “offerta di interesse” in un villaggio che aspetta l’attacco violento dei nazisti, era la chiesa ortodossa.
“Stavo seduta con la testa appoggiata al muro della chiesa, e sentivo il canto attraverso il sottile rivestimento di legno e fissavo lo sguardo sulle paludi. La terra rossa bruciava attraverso una sottile copertura di erba. La pianura era a  chiazze e a strisce gialle, ruggine, verde-olivo e purpureo, tra grossi gruppi di alberi neri. Il sole era appeso senza raggi in un cielo brunito che faceva infiammare le nuvole e la terra e dava una forma definita ai covoni di fieno e al  bestiame. Un fumo freddo indugiava sull’orizzonte.”
Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è stato originariamente  pubblicato.

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