sabato 21 gennaio 2017

Politica e intrighi: il piano israeliano per “far fuori” politici britannici si rivela un boomerang


 
 
 
 
REDAZIONE 20 GENNAIO 2017   Shai Masot, funzionario politico dell’ambasciata israeliana a Londra, parla con una giornalista di Al Jazeera in incognito – Al…
bocchescucite.org


di Daniel Read – 20 gennaio 2017

Israele è nei pasticci. Non per il voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche se irritante per Netanyahu l’astensione shock degli Stati Uniti riguardo alla continua costruzione di insediamenti sembra aver accresciuto la temerarietà israeliana più di ogni altra cosa. Quelle che stanno creando problemi, tuttavia, sono le recenti rivelazioni riguardo all’interferenza israeliana nella politica britannica, qualcosa che ha visto molteplici parlamentari presi di mira per una potenziale campagna di calunnie e diffamazioni per conto di Tel Aviv.

La scoperta è stata fatta da Al Jazeera. Come parte di un approfondito servizio di giornalismo d’inchiesta la rete con sede in Qatar è riuscita a rivelare un’aperta intenzione di un funzionario dell’ambasciata israeliana di “far fuori” diversi parlamentari britannici.

Come sarebbe stato fatto? Dopo aver potenzialmente istigato un “piccolo scandalo” al fine di distruggere la loro reputazione, i parlamentari in questione idealmente si sarebbero vista rovinata la carriera e messe a tacere le loro voci. Al Jazeera ha anche rivelato con successo una marcata ostilità nei confronti di numerose altre personalità di spicco, molte delle quali sono associate a correnti politiche o genericamente vicine ai palestinesi o direttamente sostenitrici della campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni (BDS). Anche Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista all’opposizione (esso stesso la più vasta organizzazione politica del Regno Unito) è stato messo nel mirino per un potenziale intervento. Sembrerebbero probabili gravi ripercussioni.

Il governo britannico, tuttavia, inizialmente ha tentato di ignorare la questione considerandola “chiusa”. Non è probabile che sia avviata alcuna inchiesta. Questo è notevole. Non è necessario ricorrere a congetture per immaginare come Londra avrebbe reagito a un simile affronto da, diciamo, Mosca. Mosca sembra incapace di fare persino uno starnuto in direzione dell’occidente senza attirarsi un’attenzione ostile. Se il Cremlino avesse autorizzato qualcosa di così apertamente intrusivo come quanto è emerso recentemente da parte di Israele, allora è probabile che la faccenda non sarebbe stata ignorata così facilmente.

La Gran Bretagna, ovviamente, è un’alleata di lungo corso del sionismo. Il rapporto risale un po’ indietro, addirittura a primo della comparsa di Israele come stato formale, dalla Dichiarazione Balfour alla soppressione della Rivolta Araba del 1936, al Piano di Partizione dell’ONU del 1947. Può esserci una certa ansia considerevole di mantenere intatta tale alleanza, indipendentemente dalle recenti e meno recenti balordaggini di Tel Aviv.

Entrambe le nazioni hanno anche esteri legami economici, con Londra che ha nella Forza Israeliana di Difesa [l’esercito – n.d.t.] un cliente entusiasta di armi britanniche, alcune delle quali risultano essere state usate in diversi atti vergognosi di aggressione come l’operazione “Margine Protettivo” del 2014.  Se qualcosa potrebbe lenire sentimenti feriti, allora sembra che un continuo flusso di contanti e di armamenti ci riuscirebbe.

Tuttavia in questo c’è più di quanto sembri. Dal 2015 il governo britannico è costituito da ministri tratti interamente dal Partito Conservatore dominante, un’entità che, con qualche lodevole eccezione, è storicamente sprezzante o apertamente ostile nei confronti di uno stato palestinese. Il Partito Laburista all’opposizione è, tuttavia, un gruppo più eclettico, avendo visto il parlamentare filopalestinese Jeremy Corbyn salire alla guida non solo una volta, bensì due nel giro di altrettanti anni, conquistando un considerevole sostegno della base in tale processo.

I Conservatori non sono esattamente estasiati da tali eventi. Che Corbyn e quelli come lui, siano potenzialmente nel mirino degli israeliani difficilmente susciterebbe preoccupazione. Considerato che moltissimi parlamentari conservatori hanno legami concreti con istituzioni filoisraeliane, potrebbero addirittura apprezzarlo.

E’ facile capire perché. Per tutta la sua vita politica Corbyn è stato un collaudato avversario dell’aggressione israeliana, attenendosi a una salda piattaforma a favore dell’autodeterminazione dei palestinesi e del blocco delle vendite di armi tra Londra e Tel Aviv. Ha mantenuto una posizione coerentemente antibellica e antirazzista per decenni di attivismo politico, essendo stato arrestato da giovane per ribellione all’apartheid in Sudafrica ed essendo stato determinante nella creazione e duratura esistenza della Coalizione ‘Stop alla Guerra’ britannica (STWC).

Sarebbe andato tutto bene se Corbyn si fosse limitato a un’attività fuori dai corridoi del potere. Dopotutto le proteste politiche di piazza sono notoriamente facili da ignorare, con la più vasta dimostrazione della storia britannica – composta da ben più di un milione di persone contro l’invasione dell’Iraq nel 2003 – tranquillamente ignorata dal governo dominato dal “New Labour” di Tony Blair.

Ciò è verosimilmente cambiato, tuttavia, dopo il ripetuto successo di Corbyn nello strappare il controllo del Partito Laburista agli aspiranti detrattori, cos che ha portato la sua politica filopalestinese ulteriormente al centro dei riflettori. E’ una posizione che si è dimostrata sempre più difficile da ignorare. Anche senza la presenza di antisionisti in parlamento, il movimento per la libertà dei palestinesi ha guadagnato considerevole seguito. Parlare apertamente di crimini dell’apartheid israeliano, un tempo considerato “controverso”, non è più un tabu, almeno nei circoli più umanitari.

In Gran Bretagna, specificamente, le politiche filopalestinesi sono più visibili che mai. Ogni atto israeliano di aggressione su vasta scala del passato recente ha incontrato una considerevole reazione nelle piazze, con dimostrazioni di masse tenute a sostegno della Palestina durante, rispettivamente, sia l’operazione “Piombo fuso” sia quella “Margine Protettivo”.

Anche la rivelazione del 2014 che armi di fabbricazione britannica erano arrivate in mano all’esercito israeliano costituì un episodio scomodo per il governo britannico, con una contestazione legale abortita di tali acquisti che denunciò ulteriormente l’ipocrisia dello stato. Se leader governativi desiderano continuare ad appoggiare una potenza che incessantemente viola la legge internazionale, allora certamente non troverà mansueta acquiescenza da parte di un movimento filopalestinese sempre più risoluto.

E’ dunque facile capire perché Corbyn e compagni possano essersi guadagnata l’attenzione indesiderata del governo israeliano. E anche facile calcolare perché l’attuale governo Conservatore sarebbe disinteressato da una simile attenzione, anche quando uno dei suoi stessi ministri è scelto per un potenziale maltrattamento.

Antisemitismo di “sinistra”?

Non è un segreto che per un tempo considerevole c’è stato un tentativo concertato di diffamare avversari del sionismo con lo stigma dell’antisemitismo. Quelli che si esprimono apertamente contro le azioni di Israele sono marchiati come odiatori di fatto degli ebrei, la logica essendo che poiché Israele è uno “stato ebraico” ogni critica delle sue azioni si estende per definizione all’intero popolo ebreo.

Non c’è bisogno di segnalare l’ovvia assurdità di tale logica. Il fatto che un numero considerevoli di ebrei è in disaccordo con il moderno Israele la dice lunga sulla validità di simili accuse. Ciò che è notevole, tuttavia, è semplicemente quanto spesso questa tattica è impiegata in reazione a una montante simpatia per la causa palestinese. Un metodo simile è stato svergognatamente impiegato nel caso di Jeremy Corbyn, specificamente, con il politico spesso assediato che subisce lo schiaffo dell’ostilità mediatica riguardo a un’apparente impennata di antisemitismo nel suo partito politico.

E’ difficile mettere tali accuse alle strette. C’è innegabilmente dell’antisemitismo nel Regno Unito. Tuttavia è più visibile nell’estrema destra dello spettro politico, dove coesiste una pletora di sentimenti incoerenti, da un’approvazione incondizionata degli interventi militari britannici all’estero a un localismo eccentrico che considera fasciste istituzioni quali l’Unione Europea.

Neppure si può negare che tali gruppi abbiano anche la bizzarra abitudine di appoggiare stranamente Israele come parte di una posizione genericamente anti-mussulmana; uno strano spettacolo, se si considera che i membri di quei gruppi sono notoriamente ostili a chiunque non sia considerato adeguatamente “britannico”, ebrei compresi. Ciò nonostante, il fango contro il campo filopalestinese persiste.

Prendiamo la candidatura iniziale di Corbyn alla guida del Partito Laburista. Oltre alla solita propaganda a proposito del disastro incombente, Corbyn è stato accusato di una presunta associazione con un apparente negatore dell’Olocausto, Paul Eisen. Corbyn, questa è la tesi dei suoi detrattori, è riuscito a farsi amico Eisen in una serie di incontri a Dier Yassin, un villaggio che fu il luogo di un massacro di civili palestinesi durante l’iniziale annessione israeliana di territorio palestinese nel 1948.

I dettagli di tale rapporto sono difficili da mettere a fuoco. Lo stesso Eisen risulta aver poco da dire al riguardo, risultando solo parlare con calore di Corbyn che lo ha salutato in diverse occasioni.

Lo stesso Corbym afferma di ricordare poco di Eisen o se in effetti fosse realmente un negatore dell’olocausto all’epoca, il che sembra abbastanza facile da credere, considerando l’enorme numero di personalità che indubbiamente egli ha incontrato nel corso della sua carriera politica. Ciò nonostante questo è stato sufficiente per alcuni per tentare di dipingere Corbyn come antisemita. Al diavolo le prove. Al diavolo la politica. Semplicemente si scagliano accuse e si spera che funzionino.

Questo è soltanto uno degli esempi di una tattica sempre più disperata che, purtroppo, sembra essere impiegata tuttora. Le rivelazioni di cui sopra circa l’interferenza israeliana nella politica britannica non costituiscono dunque una vera sorpresa. Israele sta semplicemente tentando di usare ancora una volta un metodo che sa far vibrare una corda, indipendentemente da quanto lontane dalla verità possano in realtà essere le accuse. Questa non è una novità.

Ciò che è nuovo, tuttavia, è quanto sicura di sé sia diventata Tel Aviv nel perseguire il suo programma all’estero in aperto disprezzo di qualsiasi idea di trasparenza, obbligo di rispondere o in realtà di rispetto del processo governativo di un alleato di lungo corso. Al Jazeera ha dunque compiuto un lavoro rimarchevole nello svelare la situazione per quello che è.

Ai responsabili certamente piacerebbe che noi dimenticassimo questo incidente. Indubbiamente guardano con apprensione a una piena resa dei conti. Non dovremmo dar loro soddisfazione. Se i britannici attribuiscono davvero valore all’integrità del loro Parlamento, per non parlare dei diritti e delle aspirazioni dei palestinesi, allora non dovrebbe essere lasciato nulla di intentato nel rivelare l’intera portata di quest’ultimo esempio dell’arroganza israeliana.

Daniel Read è un giornalista residente in Gran Bretagna, specializzato in diritti umani e affari internazionali. Ha in origine studiato giornalismo alla Kingston University di Londra, prima di conseguire dottorati sia in diritti umani sia in politica globale. Scrive su uncommonsense.me e twitta a @DanielTRead.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/politics-and-intrigue-israels-plan-to-take-down-british-politicians-backfires/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA

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