Migranti, rivolta nel cpa di Cona: 25 operatori bloccati per ore, poi liberati”, “Venezia, rivolta nel centro accoglienza di Cona”, “Rivolta nel centro accoglienza di Cona (Venezia). 25 operatori trattenuti e poi liberati”.
Una donna muore al centro di accoglienza per migranti di Conetta, una
frazione del Comune di Cona, in provincia di Venezia, ma a fare notizia è
la protesta dei migranti iniziata dopo la sua morte.
I titoli sulle home page di diverse testate on line hanno dato
risalto alla rivolta da parte dei tanti migranti presenti nella
struttura che hanno bloccato per tutta la notte gli operatori che
lavorano al centro di accoglienza, facendo pensare a una delle tante
proteste da parte di richiedenti asilo in attesa di giudizio ospitati
nei vari centri di accoglienza presenti in Italia. Il Giornale è andato oltre parlando di “Veneto sotto assedio dei migranti” dopo Cona.
Solo nel sommario dei singoli articoli vengono messi in correlazione i
due episodi e forniti alcuni dettagli (la morte della giovane donna, i
presunti ritardi nei soccorsi e la protesta) utili per iniziare a farsi
un’idea più approfondita dell’accaduto. Quella che era la notizia
centrale è diventata un soggetto di sfondo, un elemento che compare nel
racconto dei fatti solo in un secondo momento. Un’alterazione della
sequenza degli eventi che ha generato una distorsione della comprensione
di cosa è successo a Cona e che ha portato a parlare più dei soliti cliché
sull’accoglienza dei migranti (“dormono in hotel di lusso”, “arrivano e
non se ne vanno”, “non è vero che scappano tutti dalla guerra”, “ci
costano troppo, con quei soldi potremmo aiutare gli italiani”) che della
tragica morte di una persona di 25 anni in un centro per migranti, che
di accogliente aveva ben poco.
In questo articolo, proviamo a rimettere in ordine i fatti, o almeno quello che si sa fino a questo momento.
Cosa è successo a Conetta
Lunedì 2 gennaio, alle 12,30, Sandrine Bakayoko, una ragazza ivoriana
di 25 anni, arrivata con il compagno in Italia dalla Costa d’Avorio lo
scorso 30 agosto e ospite del centro di prima accoglienza (Cpa) per
richiedenti protezione internazionale di Conetta (i CPA accolgono
migranti, regolarmente soggiornanti in Italia, all'inizio del proprio
percorso di inserimento: in particolare sono destinati ad accogliere
donne, minori e richiedenti asilo), viene trovata svenuta in un bagno
della struttura. Poco dopo, mentre viene trasportata all’ospedale di
Piove di Sacco, muore.
Secondo la ricostruzione di Carlo Mion su La Nuova Venezia,
intorno a mezzogiorno Bakayoko è andata in bagno. Dopo mezz’ora, non
vedendola tornare, il compagno è andata a cercarla e ha chiesto a una
dipendente della cooperativa Ecofficina,
che gestisce il centro, di controllare se la donna avesse avuto un
malore. Forzata la porta del bagno, l’operatrice ha trovato la giovane
priva di sensi accasciata accanto alla tazza del water.
Il medico presente nel centro, chiamato a prestare soccorso, constata
la gravità delle condizioni di Sandrine Bakayoko e chiede l’intervento
del 118. Giungono sul posto il medico rianimatore del pronto soccorso
dell’ospedale di Piove di Sacco e l’ambulanza di Cavarzere. I sanitari
stabilizzano i parametri vitali della giovane ivoriana e partono verso
l’ospedale di Piove di Sacco. Ma la ragazza muore durante il tragitto.
Per diverse incomprensioni, prosegue Mion, il magistrato di turno
viene a sapere solo nel tardo pomeriggio della morte di Sandrine. Dopo
essere stata avvisata, Lucia D’Alessandro, sostituto procuratore, chiede
ai carabinieri di andare sul posto per appurare cosa fosse accaduto.
Arrivati al centro, i militari trovano una parte dei richiedenti
asilo che stava protestando all’esterno della struttura, sostenendo che i
soccorsi fossero arrivati in ritardo: alcuni di loro avevano staccato
la corrente elettrica, acceso dei roghi e bloccato all’interno 25
operatori della cooperativa. Sul posto erano presenti anche il
comandante provinciale dei carabinieri, Claudio Lunardo, e il questore,
Angelo Sanna. Gli operatori sono stati fatti uscire intorno alle 2 e la
situazione si è calmata solo nella mattinata del giorno successivo,
quando un gruppo di migranti ha chiesto un incontro con il prefetto “per
mostrargli le condizioni in cui sono sono costretti a vivere, definite
‘inumane’”. «È eccessivo parlare di sequestro» ha precisato al Fatto Quotidiano
il commissario capo Luca Vincenzoni, riferendosi a quanto detto da
alcuni media e politici. I migranti avrebbero dato fuoco a «quattro
vecchie panche di legno» sul prato, senza provocare alcun serio danno.
Nel pomeriggio arriva l’esito dell’autopsia
sul corpo della giovane ivoriana, eseguita su ordine della procura
della Repubblica di Venezia. L’esame ha accertato che Sandrine Bakayoko è
morta per “cause naturali”, in particolare per "tromboembolia massiva polmonare bilaterale", e ha escluso ipotesi di morte dolosa (come violenze o percosse) o a causa di malattie infettive.
Intanto il ministro dell’Interno Marco Minniti ha disposto per la
giornata del 4 gennaio il trasferimento di circa cento migranti del
centro di accoglienza di Cona in strutture dell’Emilia Romagna.
Le diverse versioni
La Procura della Repubblica di Venezia ha avviato
un’indagine per fare luce sulle diverse versioni nella ricostruzione
dei fatti e verificare eventuali sottovalutazioni e ritardi nelle cure e
accertare possibili reati commessi nel corso della protesta: secondo alcuni ospiti
del centro di accoglienza, Sandrine Bakayoko avrebbe manifestato già
nei giorni precedenti segnali di malessere e si sarebbe sentita male
verso le 8 di mattina, molte ore prima dell’arrivo dei soccorsi; secondo Simone Borile,
direttore tecnico della cooperativa, il malore della ragazza si sarebbe
verificato intorno alle 13 e i soccorsi sarebbero arrivati
immediatamente.
In base ai dati messi a disposizione dal 118 e riportati da Carlo
Mion nel suo articolo, i sanitari sembrerebbero giunti tempestivamente
al centro. La richiesta di soccorso (agli atti dell'indagine) sarebbe
arrivata alle 12,48, alle 13,09 sarebbe arrivata l’ambulanza da
Cavarzere e alle 13,15 l’automedica con a bordo medico, infermiere
professionale e autista soccorritore, proveniente dall’ospedale di Piove
di Sacco. Dopo aver tentato di rianimare Sandrine Bakayoko, in stato di
arresto cardiorespiratorio, l’ambulanza sarebbe ripartita alle 13,31
per l’ospedale di Piove di Sacco. Il decesso è stato constatato alle
13,46.
Le reazioni
I commenti a quanto accaduto a Conetta si sono concentrati su
questioni differenti, tra speculazioni politiche, considerazioni sullo
stato del sistema di accoglienza in Italia, il ricordo di Sandrine
Bakayoko e la riflessione sulle condizioni di vita nel centro di prima
accoglienza veneto.
Matteo Salvini ha puntato l’attenzione sulla protesta dei migranti, invitando alla chiusura dei centri e a espulsioni di massa.
Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, in uno status su
Facebook, ha segnalato che i soccorsi sono stati tempestivi e che
“bisogna attuare la politica dei rimpatri iniziando da questi signori
che fanno casino. I centri di accoglienza come quello di Cona devono
chiudere. E vanno espulsi i facinorosi e a seguire tutti quelli che non
sono profughi. Da questa circostanza emergono tutte le debolezze di
questo sistema di accoglienza”. Posizione poi esplicitata in
un’intervista all’Huffington Post, in cui Zaia ha proposto
di fare campi di prima accoglienza in nord Africa e sottolineato lo
scarso dialogo tra regioni, ministero dell’Interno, prefetture e
cooperative che hanno in appalto i centri di accoglienza per poterne
verificare la gestione.
A Sandrine Bakayoko è, invece, dedicato lo status della pagina Facebook dell’Ex Opg Occupato – Je so’ pazzo, collettivo di giovani e studenti universitari napoletani, che ha occupato
nel 2015 l’ex ospedale psichiatrico “Materdei” di Napoli, per sottrarlo
dallo stato di abbandono in cui si trovava dal 2008. Nel post, il
collettivo denuncia le pessime condizioni igienico-sanitarie dei centri
di accoglienza, dove “l'assistenza sanitaria è un lusso, l'igiene pure,
di tutela della dignità personale dei migranti non se ne parla”, e
scrive di sentirsi come quando “si perde una sorella. Nei centri per
l'accoglienza si muore. Come Sandrine non vogliamo piangere più
nessuno”.
«Non possiamo tollerare e non giustificheremo mai episodi come quelli
accaduti nel Cpa di Cona in provincia di Venezia. È inaccettabile che
occorra attendere fino a 8 ore per avere sul posto un’ambulanza che
presti i dovuti soccorsi a una migrante, che poi purtroppo ha perso la
vita. Ed è ancora più inaccettabile la reazione di coloro che hanno
tenuto a lungo assediato i 25 addetti del centro liberati solo a tarda
notte», ha dichiarato
il presidente della Commissione di inchiesta sui migranti, Federico
Gelli (Pd), che ha aggiunto che presto il ministero dell’Interno Marco
Minniti sarà ascoltato dalla Commissione per capire «se predisporre i
Cie, centri di identificazione ed espulsione, in ogni regione sia
realmente la risposta giusta all’emergenza immigrazione».
Il centro di Conetta
L'ex base missilistica, isolata dal centro abitato, dove è situato il centro di Conetta
Già in passato i richiedenti protezione internazionale presenti nella struttura, gestita dalla cooperativa Ecofficina, avevano protestato per
chiedere migliori condizioni di vita: si erano lamentati del freddo
durante la notte, dell’assenza di vestiti e acqua calda per lavarsi,
della scarso numero di docce e servizi igienici, della carenza di
medicine e assistenza medica.
Situazione segnalata anche sulla pagina Facebook Officiel Italie immigration
dove i richiedenti asilo presenti nel centro di Conetta stanno
documentando da tempo le condizioni della struttura che li accoglie. La
pagina ospita fotografie e post dei migranti che transitano nella
struttura: dai loro scatti si intuiscono degrado di condizioni igieniche
e spazi, invivibili a causa dell'alto numero di persone ammassate.
Il centro si trova
all’interno di una ex base missilistica di proprietà del ministero
della Difesa nei pressi di Conetta, una frazione di quasi 200 abitanti,
vicino Cona, in provincia di Venezia. È gestito dalla cooperativa Ecofficina,
nata nel 2011 come gruppo dedicato alla gestione dei rifiuti e dalla
fine di marzo del 2014 entrata nell’ambito dell’accoglienza. Oltre a
quello di Conetta, in Veneto gestisce anche i centri di Bagnoli e della Prandina a Padova e alcuni centri Sprar per un totale che a giugno, secondoMelting Pot Europa, superava i 1200 richiedenti asilo. Proprio per l’assegnazione del bando Sprar 2016, scriveva a maggio il Corriere del Veneto,
i vertici della cooperativa sono indagati dalla procura di Padova.
Un’indagine che si aggiunge a un’altra inchiesta di pochi mesi prima per
truffa aggravata, violenze e maltrattamenti per fatti avvenuti nel 2014
sempre nella gestione dell’accoglienza migranti.
L’ex base missilistica di Conetta ospita i richiedenti di protezione internazionale dal 2015. Nel giugno scorso una delegazione della campagna LasciateCIEntrare e di avvocati dell’associazione Giuristi Democratici aveva avuto accesso alla struttura ed espresso diverse perplessità sulle sue condizioni:
Il centro si trova a Conetta un piccolo borgo in cui non
ci sono servizi né spazi sociali, una tendopoli nel nulla. Alle tende si
alternano casolari con letti a castello in stanze stracolme. Il centro –
che neanche la prefettura sa come inquadrare dato che i Comuni non
accettano migranti – ospita attualmente 620 persone, 80 in più del
numero massimo di quante previste, appartenenti ad oltre 25 diverse
nazionalità. Molti gli eritrei che non hanno neanche un mediatore nella
loro lingua.
(...)
Entriamo nelle tendostrutture e vediamo decine e decine di letto a
castello dove ognuno cerca di ritagliarsi una propria minima intimità,
utilizzando coperte per sottrarsi allo sguardo degli altri ed
accatastando bagagli ed oggetti temporanei sotto o sopra il letto.
Restiamo piuttosto sgomenti. Il sovraffollamento è evidente. Gli stessi
letti a castello sono a gruppi di 4 (due letti sopra e due sotto tra di
loro attaccati) e quindi la promiscuità e la mancanza di un minimo di
privacy sono assolute. Le due tendostrutture ospitano circa la metà
delle persone (160 in una e più di 100 nell’altra).
Già prima della sua apertura, il sindaco di Cona, Alberto Panfilio, si era detto preoccupato che la struttura diventasse come un centro di prigionia, perché situata in aperta campagna e priva di collegamenti e servizi.
A novembre 2016, il parlamentare di Sel, Giovanni Paglia, aveva presentato
un’interrogazione parlamentare rivolta all’allora ministro dell’interno
Angelino Alfano, evidenziando le “condizioni di soggiorno difficilmente
compatibili con la parola accoglienza” in un centro che all’epoca
ospitava 1256 persone e avvertendo che “una simile situazione potrebbe
degenerare in qualsiasi momento”.
Le denunce sono state, però, ignorate. Il centro ospita, attualmente,
circa 1300 persone, quasi 800 in più delle 530 in più che potrebbe
accogliere, scriveInternazionale.
Il sovraffollamento della struttura è stato causato anche della mancata
disponibilità da parte dei Comuni del Veneto di aprire centri di
accoglienza per richiedenti asilo: meno del 50% dei Comuni in provincia
di Venezia ha aderito al sistema di accoglienza Sprar, costringendo i
prefetti a trasferire i migranti in edifici militari riconvertiti in
centri di accoglienza straordinari. Un sistema che non crea le premesse
per l’inclusione perché destina i migranti in luoghi distanti dai centri
abitati. Come ha detto Gianfranco Schiavone dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) al programma Tutta la città ne parla, una strada potrebbe essere l’accoglienza diffusa del Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), ma solo il 14% dei richiedenti protezione internazionale è ospitato in un centro Sprar e appena un terzo dei 118 Comuni capoluogo li accoglie volontariamente.
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