lunedì 30 gennaio 2017

Fulvio Scaglione :Se chi se la prende con Trump non ha sconfitto il terrorismo

 
 
 
 
 
 
 
Sarà meglio prepararsi a vivere, almeno per un po', in due mondi paralleli. Da un lato quello di Donald Trump. Dall'altro quello di tutti coloro, e non sono pochi, che…
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Sarà meglio prepararsi a vivere, almeno per un po', in due mondi paralleli. Da un lato quello di Donald Trump. Dall'altro quello di tutti coloro, e non sono pochi, che hanno in uggia (quando non in odio) il miliardario diventato Presidente. Nel mondo di Trump, l'Isis e il terrorismo islamico sono il primo dei nemici. Quindi, occorrono misure stringenti e "rivoluzionarie" per affrontare una minaccia che i precedenti presidenti, ossessionati dalla correttezza politica, non hanno nemmeno avuto il coraggio di chiamare per nome. In questa filosofia, e nella cornice dei famosi primi cento giorni di presidenza, quelli in cui l'inquilino della Casa Bianca è chiamato a mostrare di voler fare ciò che aveva promesso, si inserisce il discusso provvedimento (un "ordine presidenziale", in termini tecnici) con cui Trump ha sospeso il programma di accoglienza per i rifugiati siriani e, per tre mesi, i visti ai cittadini di Iran, Iraq, Sudan, Somalia, Yemen e Libia.

Non è un provvedimento nuovo nella storia recente degli Usa. Fu preso, con le stesse modalità, da George W. Bush dopo gli attentati alle Torri Gemelle. E non è un atto ostile nei confronti dei Paesi interessati: l'intento, come più volte dichiarato da Trump e dai suoi collaboratori, è quello di imporre una moratoria per il tempo necessario a rivedere la procedura (rendendola, si presume, più occhiuta e severa) per la concessione dei visti. Gli Usa di Trump temono l'infiltrazione di elementi legati al terrorismo da Paesi che sono fortemente interessati dal fenomeno jihadista e che, oggettivamente, non hanno le capacità di sconfiggerlo né di controllarlo. Mentre restringe l'accesso agli Usa, d'altra parte, Trump promette un impegno militare più serio contro l'Isis, per eliminarlo "con chi ci sta", anche con la Russia. Almeno così par di capire.

Il vero atto ostile, in questo quadro, è aver inserito nella lista anche l'Iran con cui un anno e mezzo fa proprio gli Usa, insieme con Russia, Onu e Ue, avevano siglato il famoso trattato per la non proliferazione del nucleare militare. Non a caso la Repubblica islamica ha subito risposto negando l'ingresso sul proprio territorio ai cittadini americani. Qui emergono i limiti tecnici e anche politici di ciò che accade nel mondo di Trump. Bloccare i visti ai cittadini di Siria, Sudan, Somalia, Libia, Iraq, Yemen e Iran rischia di essere un provvedimento solo retorico se non si interviene anche e soprattutto sui Paesi che del terrorismo islamico sono, come tutti ormai sanno, i maggiori ispiratori e finanziatori: le petro-monarchie del Golfo Persico.

Proprio i Paesi con cui gli Usa e i maggiori Paesi europei continuano invece ad avere relazioni diplomatiche, politiche e commerciali assai calorose. Per non parlare di Egitto e Tunisia, Paesi travagliati dal terrorismo. Il primo è colpito con regolarità da sanguinosi attentati. Il secondo è diventato in brevissimo tempo una "fabbrica di terroristi", con 7 mila foreign fighters riversati nella sola Siria e altri 50 mila (secondo dati dello stesso Governo tunisino) bloccati prima che potessero partire. Nel mondo di Trump, dunque, i provvedimenti più utili, seri e complicati devono ancora essere presi. Per ora siamo alla retorica e ai primi passi. Anche se non va dimenticato che è passata una sola settimana dal cambio della guardia alla Casa Bianca.

Poi c'è il mondo di quelli che non amano Trump, per i quali questi provvedimenti sono manna dal cielo. Consentono di parlare di caos negli aeroporti, di discriminazione, di razzismo. E di far dimenticare l'amara realtà che questi stessi hanno tollerato e coperto per anni: l'Isis, allargatosi nella primavera del 2014 in Siria e in Iraq, ancora dev'essere sconfitto, nonostante che Barack Obama abbia raccolto una coalizione di 67 Paesi, di gran lunga più ampia e potente di quelle che in poche settimane annichilirono Slobodan Milosevic in Jugoslavia e Saddam Hussein in Iraq. Il terrorismo islamico negli ultimi anni non ha fatto che aumentare: dal 2000 al 2016 i morti nel mondo per atti di terrorismo sono cresciuti di nove volte e tra 2013 e 2014 i Paesi che hanno subito almeno 500 morti per violenze terroristiche sono passati da 5 a 11. In compenso, negli stessi anni, sono stati attaccati e smembrati Stati come Iraq, Libia e Siria.

C'è chiaramente qualcosa che non funziona, in questa strategia. O forse questa strategia aveva fini diversi da quello, con tanta enfasi dichiarato dai vari Bush, Blair, Cameron, Sarkozy e Obama, di combattere il terrorismo. In ogni caso adesso c'è il clamoroso e approssimativo Donald con cui prendersela. Una pacchia.

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