Gideon Levy : l' ultimo rifugio del patriota israeliano:il boicottaggio



Un manifestante anti-israeliano all'aeroporto di Dublino, in Irlanda, Giugno 7, 2010. Foto da




Una contraddizione in termini? Abbiamo considerato delle alternative. Un boicottaggio è l'ultimo dei mali e può produrre benefici storici. È la meno violenta delle opzioni e la meno suscettibile di provocare spargimento di sangue. Sarà dolorosa come le altre, ma le altre sarebbero peggiori.

Assumendo che l'attuale status quo non può durare per sempre, è la più ragionevole delle opzioni per convincere Israele a cambiare. La sua efficacia è stata già provata. Sempre più israeliani hanno iniziato a preoccuparsi per la minaccia del boicottaggio. Quando il ministro della Giustizia, Tzipi Livni, mette in guardia sulla sua diffusione e chiede come risultato la fine dello stallo diplomatico, è la prova che c'è bisogno del boicottaggio. Lei e gli altri si stanno unendo al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Benvenuti nel club.

Il cambiamento non avverrà dall'interno. Questo è chiaro ormai da tempo. Finché gli israeliani non pagheranno il prezzo dell'occupazione, o almeno non comprenderanno la connessione tra la causa e l'effetto, non avranno alcun incentivo a terminarla. E perché il residente medio di Tel Aviv dovrebbe essere interessato a quanto accade a Jenin, in Cisgiordania, o a Rafah, nella Striscia di Gaza? Sono posti lontani e non particolarmente interessanti. Fino a quando l'arroganza e l'auto-vittimizzazione saranno le caratteristiche del Popolo Eletto, il più scelto al mondo, la sola vittima da sempre, l'esplicita presa di posizione del mondo non cambierà di una virgola.

È antisemita, diciamo. Il mondo intero è contro di noi e noi non siamo i responsabili di questa attitudine. E, nonostante tutto, il cantante inglese Cliff Richard è venuto a esibirsi qui. La maggior parte dell'opinione pubblica israeliana è lontana dalla realtà - la realtà dei Territori e quella estera. E ci sono quelli che vogliono che questa pericolosa sconnessione sia mantenuta. Insieme alla disumanizzazione e alla demonizzazione dei palestinesi e degli arabi, la gente qui ha subito troppi lavaggi del cervello con il nazionalismo.
Il cambiamento non verrà da fuori. Nessuno - chi scrive compreso, naturalmente - vuole un altro spargimento di sangue. Una sollevazione popolare nonviolenta palestinese è la sola opzione, ma probabilmente non avverrà a breve. E poi c'è la pressione diplomatica americana e il boicottaggio economico europeo. Ma gli Stati Uniti non faranno pressione. Se l'amministrazione Obama non lo ha fatto, non lo farà nessun'altra. E poi c'è l'Europa. Il ministro Livni ha detto che il discorso in Europa è diventato ideologico. Sa di cosa sta parlando. Ha anche detto che un boicottaggio europeo non si fermerebbe ai prodotti delle colonie in Cisgiordania.

Non c'è ragione che lo faccia. La distinzione tra prodotti dell'occupazione e prodotti israeliani è una creazione artificiale. Non è il colono il principale colpevole, ma piuttosto chi coltiva la sua esistenza. Tutto Israele è immerso nell'impresa coloniale, quindi tutto Israele deve assumersi la responsabilità e pagarne il prezzo. Non c'è persona non colpita dall'occupazione, nemmeno quelli che guardano dall'altra parte e se ne lavano le mani. Siamo tutti coloni.
Il boicottaggio economico si è dimostrato efficace in Sud Africa. Quando la comunità imprenditoriale del regime di apartheid ha affrontato la leadership del Paese dicendo che le nuove circostanze non potevano continuare, il dado era tratto. La sollevazione, la presenza di leader come Nelson Mandela e Frederik de Klerk, il boicottaggio dello sport sudafricano e l'isolamento diplomatico del Paese hanno contribuito sicuramente alla caduta di un regime odioso. Ma tutto è partito dall'economia.

E può succedere anche qui. L'economia israeliana non sopporterà un boicottaggio. È vero che all'inizio prevarranno la vittimizzazione, l'isolazionismo e il nazionalismo, ma non a lungo. Potrebbe portare ad un grande cambiamento di comportamento. Quando la comunità imprenditoriale affronterà il governo, il governo ascolterà e agirà. Quando il danno arriverà fino alle tasche di ogni cittadino, sempre più israeliani si chiederanno, forse per la prima volta, di che si tratta e perché sta succedendo.

È difficile e doloro, quasi impossibile, per un israeliano che ha vissuto tutta la sua vita qui, che non ha boicottato, che non ha mai considerato di emigrare e che si sente legato a questo Paese, aderire a tale boicottaggio. Io non l'ho mai fatto. Ho compreso cosa motiva il boicottaggio e sono stato in grado di fornire spiegazioni a tali motivazioni. Ma non ho mai spinto altri a fare questo passo. Tuttavia, con Israele che entra in un altro girone di profondo stallo, sia diplomatico che ideologico, la chiamata al boicottaggio va vista come l'ultimo rifugio del patriota.


The Israeli patriot’s final refuge: boycott

With Israel entering into another round of diplomatic inaction, the call for an economic boycott has become a patriotic requirement.

By | Jul.14, 2013 | 4:40 AM | 2





An anti-Israel protester at Dublin Airport, Ireland, June, 7, 2010. Photo by AP


Anyone who really fears for the future of the country needs to be in favor at this point of boycotting it economically.
A contradiction in terms? We have considered the alternatives. A boycott is the least of all evils, and it could produce historic benefits. It is the least violent of the options and the one least likely to result in bloodshed. It would be painful like the others, but the others would be worse.
On the assumption that the current status quo cannot continue forever, it is the most reasonable option to convince Israel to change. Its effectiveness has already been proven. More and more Israelis have become concerned recently about the threat of the boycott. When Justice Minister Tzipi Livni warns about it spreading and calls as a result for the diplomatic deadlock to be broken, she provides proof of the need for a boycott. She and others are therefore joining the boycott, divestment and sanction movement. Welcome to the club.
The change won’t come from within. That has been clear for a long time. As long as Israelis don’t pay a price for the occupation, or at least don’t make the connection between cause and effect, they have no incentive to bring it to an end. And why should the average resident of Tel Aviv be bothered by what is happening in the West Bank city of Jenin or Rafah in the Gaza Strip? Those places are far away and not particularly interesting. As long as the arrogance and self-victimization continue among the Chosen People, the most chosen in the world, always the only victim, the world’s explicit stance won’t change a thing.
It’s anti-Semitism, we say. The whole world’s against us and we are not the ones responsible for its attitude toward us. And besides that, despite everything, the English singer Cliff Richard came to perform here. Most Israeli public opinion is divorced from reality − the reality in the territories and abroad. And there are those who are seeing to it that this dangerous disconnect is maintained. Along with the dehumanization and demonization of the Palestinians and the Arabs, people here are too brainwashed with nationalism to come to their senses.
Change will only come from the outside. No one − this writer included, of course − wants another cycle of bloodshed. A non-violent popular Palestinian uprising is one option, but it is doubtful that will happen anytime soon. And then there’s American diplomatic pressure and the European economic boycott. But the United States won’t apply pressure. If the Obama administration hasn’t done it, no American administration will. And then there’s Europe. Justice Minister Livni said that the discourse in Europe has become ideological. She knows what she’s talking about. She also said that a European boycott would not stop at products made in West Bank settlements.
There’s no reason it should. The distinction between products from the occupation and Israeli products is an artificial creation. It’s not the settlers who are the primary culprits but rather those who cultivate their existence. All of Israel is immersed in the settlement enterprise, so all of Israel must take responsibility for it and pay the price for it. There is no one unaffected by the occupation, including those who fancy looking the other way and steering clear of it. We are all settlers.
Economic boycott was proven effective in South Africa. When the apartheid regime’s business community approached the country’s leadership saying that the prevailing circumstances could not continue, the die was cast. The uprising, the stature of leaders like Nelson Mandela and Frederik de Klerk, the boycott of South African sports and the country’s diplomatic isolation also contributed of course to the fall of the odious regime. But the tone was set by the business community.
And it can happen here too. Israel’s economy will not withstand a boycott. It is true that at the beginning it will enhance the sense of victimhood, isolationism and nationalism, but not in the long run. It could result in a major change in attitude. When the business community approaches the government, the government will listen and also perhaps act. When the damage is to every citizen’s pocketbook, more Israelis will ask themselves, maybe for the first time, what it’s all about and why it’s happening.
It’s difficult and painful, almost impossibly so, for an Israeli who has lived his whole life here, who has not boycotted it, who has never considered emigrating and feels connected to this country with all his being, to call for such a boycott. I have never done so. I have understood what motivated the boycott and was able to provide justification for such motives. But I never preached for others to take such a step. However, with Israel getting itself into another round of deep stalemate, both diplomatic and ideological, the call for a boycott is required as the last refuge of a patriot. 

Gideon Levy
The Israeli patriot’s final refuge: boycott

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