domenica 4 dicembre 2016

–Ugo Tramballi : Nella partita siriana la vittoria è di Mosca

 
 
«Rossija s Vami!”, la Russia con voi, è scritto in cirillico e arabo sui sacchi pieni di cibo distribuiti ai profughi siriani che escono da Aleppo
ilsole24ore.com
 
 
«Rossija s Vami!”, la Russia con voi, è scritto in cirillico e arabo sui sacchi pieni di cibo distribuiti ai profughi siriani che escono da Aleppo Est, dopo un estenuante assedio. L’immagine è diffusa sul web mentre Serghej Lavrov si siede sul palco dei Dialoghi mediterranei di Roma, come un vincitore pronto a cogliere il piacere del trionfo: la bandiera della democrazia raccolta dalle primavere arabe è stata fallimentare e i cambi di regime che ha causato sono stati per gli occidentali una dura “lezione di geopolitica”.
La seconda giornata della conferenza organizzata dalla Farnesina e dall’Ispi è stata un alternarsi di dialoghi accademici e cruda diplomazia. Le star erano il ministro degli Esteri russo Lavrov e il segretario di Stato John Kerry: sul palco davanti al pubblico, a porte chiuse loro due, l’uno e l’altro separatamente con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. La parte diplomatica apparentemente senza passi in avanti e sintetizzata da brevi conferenze stampa, verteva sulla Siria: come fermare il massacro di Aleppo, salvare i civili, separare i combattenti, creare le condizioni per un negoziato.
L’altra, quella pubblica sul palco dei Dialoghi, è stata invece una dimostrazione plastica di chi ha vinto la partita siriana e chi l’ha persa. «Aleppo è andata, è finita», ha ammesso Kerry. I russi avevano una politica, la determinazione quasi cinica e gli alleati necessari. Gli Stati Uniti niente di tutto questo: un presidente con idee diverse dai suoi segretari di Stato, riluttanza a usare la forza, alleati rissosi. Se per Barack Obama non è mai stato una priorità, l’altro ieri a Mosca Vladimir Putin ha decretato che il Medio Oriente è «una regione vitale per la Russia». Poco più tardi nel Michigan, Donald Trump ha annunciato che la sua politica estera non prevederà la caduta di regimi: «Il nostro obiettivo è la stabilità, non il caos».
Alternando simpatia e arroganza come fanno i vincitori, Lavrov ha descritto una breve storia del Medio Oriente sostanzialmente corretta nei risultati: tranne che in Tunisia, ha perso la democrazia che non è il modello perseguito dalla Russia. «Noi non siamo dalla parte di nessuno, siamo con lo Stato siriano», intendendo con questo ogni statualità, cioè ogni dittatura precedente le primavere arabe. E per la Russia «la Siria è cruciale per la regione» più di ogni altro Paese. A chi gli ha chiesto dove voglia arrivare la Russia, Lavrov ha risposto: «Se qualcuno ha dei dubbi, consiglio di leggere la nostra storia». Si deve dare per scontato che fosse una minaccia.
Ogni vincitore scrive la sua storia che non è mai del tutto vera ma viene sempre presa per buona. È con una certa arroganza che il russo scarica le colpe della mancata tregua ad Aleppo sulle Nazioni Unite e sul suo negoziatore Staffan de Mistura. Poco prima, nell’incontro bilaterale con Paolo Gentiloni che aveva ricordato la necessità di «sostenere i tentativi dell’Onu e di usare questi colloqui di Roma», Lavrov ha saputo dire una cosa straordinaria: tutte le notizie e le denunce sulle vittime e le distruzioni ad Aleppo non sono che un fenomeno di “isteria”. Susan Glasser, ex direttrice di Politico, ha scritto qualche tempo fa che Lavrov «è un sovietico sofisticato, rigenerato da un abito italiano: un Mister Niet aggiornato».
Come per una legge del contrappasso, subito dopo il russo sul palco è salito John Kerry. Il suo è stato un intervento formale, di grande respiro e triste commiato: il classico bel discorso di chi sa perdere bene. Citando Cicerone, il segretario ricorda che «è un’arte difficile governare una repubblica» che nelle intenzioni dell’oratore romano era sinonimo di democrazia rispetto alle visioni imperiali di Cesare. La malinconica orazione di Kerry non servirà all’ambizione di scrivere «un’agenda positiva»: ma almeno i Dialoghi mediterranei hanno incassato il discorso d’addio di un americano per bene.
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