giovedì 1 dicembre 2016

Ramzy Baroud : Che cosa dovrebbero aspettarsi i palestinesi – Trump può forse essere peggiore?


La paura e la trepidazione  stanno lentamente crescendo mentre il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, sta  rafforzando la sua squadra della transizione con persone in grado di causare uno scenario da  incubo, non soltanto per gli americani, ma anche per il resto del mondo.
Per i palestinesi, tuttavia, i segnali sono ancora più  infausti. Dall’ex sindaco di  New York, Rudy Giuliani, al leader Repubblicano Newt Gingrich, la squadra di Trump si sta riempiendo di uomini indegni che hanno fatto carriera assecondando gli interessi di Israele e ignorando vergognosamente i diritti dei palestinesi.
Mentre nel 2011 Gingrich aveva sostenuto che i palestinesi sono cittadini ‘inventati’, Giuliani, secondo il sito Jewish News Service “è affettuosamente ricordato nella Comunità ebraica per avere espulso Yasser Arafat,  capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) da un  concerto delle Nazioni Unite tenutosi al Lincoln Center nel 1995.”
Considerando precedenti dichiarazioni fatte dallo stesso Trump nel maggio scorso – cioè, che l’espansione degli insediamenti ebraici illegali ‘dovrebbe continuare ad andare avanti’ – fino alle più recenti osservazioni espresse  dallo ‘uomo di punta’ di Trump a Israele, Jason Greenblatt, che le colonie illegali ‘non sono un ostacolo alla pace’, è   certo che l’amministrazione Trump è decisamente contraria alla pace e ai Palestinesi.
Naturalmente i funzionari israeliani si stanno rallegrando per l’opportunità di lavorare con un’amministrazione di questo tipo; il ministro dell’Istruzione, Naftali Bennet festeggia l’era della ‘fine di uno stato palestinese’ e il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman invita Trump a ‘coordinare lo sviluppo’ degli insediamenti illegali.
Anche le previsioni per i prossimi quattro anni della politica americana nei riguardi della Palestina e di Israele, sono, però, frutto di pregiudizi. E’ vero che la probabile “carrellata” di Trump di vecchi politici non contribuisce al raggiungimento di una pace giusta in Palestina, anche facendo qualsiasi sforzo di immaginazione, ma presentare la notizia come se le prospettive di una pace prospera e  giusta fossero esistite durante l’amministrazione di Barack Obama, è semplicemente ridicolo.
L’amministrazione Obama, malgrado il rapporto non facile tra il Presidente Barack Obama e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, è stata una delle più cordiali e più generose verso Israele. Obama è rimasto saldo dalla parte di Israele dato che combattevano entrambi contro le aspirazioni politiche palestinesi nelle istituzioni internazionali.
Soltanto di recente Obama ha firmato un ‘accordo storico’,  dando a Israele 38 miliardi di dollari di finanziamenti militari, il più cospicuo pacchetto di aiuti  nella storia degli Stati Uniti.
Coloro che sono preoccupati che le cose per i palestinesi possano andare peggio con la presidenza di Trump, possono quindi trovare conforto nel fatto che sono già peggiorate.
Ma questo avrà un impatto sulla posizione americana verso uno stato palestinese?
Neanche un po’, perché, ripeto, Obama, come i suoi predecessori, ha lottato instancabilmente per impedire che uno stato palestinese prendesse mai forma.
Se una distinzione deve emergere tra le amministrazioni Obama e Trump, è probabile che si manifesterà con la retorica, non con l’azione: la prima raffinata ed eloquente, la seconda bellicosa e demagogica. In entrambi i modi, i palestinesi perdono.
Nel suo recente discorso alle Nazioni Unite, Obama ha dedicato un’unica frase al conflitto israelo-palestinese, una frase che rifletteva precisamente il suo fallimento di influire positivamente sui risultati del conflitto più prolungato e più destabilizzante che ci sia in Medio Oriente.
Entrambi gli stati “starebbero meglio se i palestinesi rifiutassero l’istigazione  e riconoscessero la legittimità di Israele, ma Israele riconosce che non può occupare  e stabilirsi in permanenza sulla terra palestinese,” ha detto. Nulla di più.
Mentre i suoi precedenti discorsi dedicavano più retorica al conflitto in Palestina e a Israele, il suo discorso più recente all’ONU – e quella sola frase – è stata un’indicazione più onesta di otto anni che hanno mancato di avere una visione, o anche di un tentativo sincero di trovarne una.
Nel periodo di otto anni, durante il quale migliaia di persone innocenti – la vasta maggioranza delle quali erano palestinesi – sono state uccise, Obama ha presumibilmente  faticato per ottenere la  proverbiale, anche se ingannevole ‘via di mezzo’. Il risultato delle sue politiche è stato piuttosto devastante: mentre vendeva false speranze ai palestinesi, garantiva a Israele la maggior parte delle sue necessità di finanziamenti e di tecnologia militari, proteggendolo anche dalla censura internazionale.
Inoltre, durante l’ultima guerra di Israele contro Gaza nel 2014, che uccise e ferì migliaia di persone, Obama si assicurò che il deposito di munizioni e di attrezzature            militati dell’esercito israeliano rimanesse della massima potenza.
Sul fronte politico, si assicurò che gli sforzi palestinesi mirati a ottenere il riconoscimento per il loro futuro stato, venissero del tutto annullati. E’ arrivato al punto di negare all’organizzazione culturale dell’ONU, l’UNESCO    quasi un quarto dei finanziamenti semplicemente per avere accettato la ‘Palestina’ come nuovo membro.
Tuttavia alcuni stanno, ingenuamente, sperando che Obama cercherà il riconoscimento per lo stato della Palestina al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nelle settimane che gli restano alla nello Studio Ovale. Queste speranze sono state incoraggiate da servizi apparsi sui media in cui si diceva che Obama aveva istruito   il Dipartimento di Stato a elaborare un ‘menu di opzioni’   riguardo alla sua visione per una risoluzione del conflitto.
Mentre i palestinesi e i loro sostenitori sono ottimisti che Obama si redimerà, anche se simbolicamente e appoggerà lo sforzo palestinese per diventare stato, è improbabile che Obama compirà qualcun di tali passi, specialmente da quando Trump inevitabilmente liquiderà tali iniziative una volta trasferitosi alla Casa Bianca.
Inoltre, il presidente che presto se ne andrà ha avuto 8 interi anni per trarre vantaggio dalla popolarità del suo primo mandato, per sfidare la lobby pro-Israele e presentare il suo paese come un  mediatore  realmente onesto in un conflitto impari. Avrebbe almeno potuto stare dalla parte della maggioranza dell’umanità, aggiungendo la voce del suo paese a coloro che riconoscono uno stato palestinese alla Nazioni Unite.
Nel settembre dell’anno scorso, 139 degli stati membri dell’ONU ( e due stati non-membri), hanno riconosciuto la Palestina. Questi riconoscimenti rimangono, però, in gran parte simbolici fino a quando gli Stati Uniti resteranno irremovibili nel loro rifiuto delle aspirazioni palestinesi. Incrollabili sostenitori di Israele, gli Stati Uniti non soltanto bloccano la totale  membership  palestinese all’ONU, ma stanno facendo tutto il possibile per impedire che la ‘Palestina’ ottenga l’accesso alle istituzioni internazionali.
Indipendentemente da quale posizione venga raccomandata dal Dipartimento di Stato a Obama nel suoi ultimi giorni alla Casa Bianca, è improbabile che le contrarietà dei palestinesi vengano ribaltate da un giorno all’altro o nel prossimo futuro. A giudicare dalla cordiali aperture di Trump verso Israele – per esempio l’invito a Netanyahu e a sua moglie di andare in visita a Washington fatto subito dopo aver vinto le elezioni – il futuro immediato non sembra promettente.
La storia ci ha insegnato che, quando si tratta della politica estera degli Stati Uniti riguardo alla Palestina e a Gerusalemme, è probabile che le cose peggiorino, non migliorino. Malgrado l’attuale divario  all’interno della società americana, tra i media e le élite politiche, la storia d’amore dell’America con Israele continuerà. Anche la guerra in corso contro i diritti e le aspirazioni dei palestinesi durerà.
La dirigenza palestinese sembra incapace di comprendere una realtà così ovvia. L’Autorità Palestinese a Ramallah è inconsapevole oppure ignara del fatto che la sua salvezza non arriverà da Washington ma dalla sua capacità di guidare l’alleanza israelo-palestinese in maniera risoluta e unita.
In effetti, indipendentemente da quale posizione Obama, o anche Trump possano o non possano assumere, avrà poca rilevanza sull’esito, se i palestinesi resteranno divisi. Molto più significative  del vaniloquio provocatorio di Gingrich e di Giuliani, la divisione palestinese e la sua  incapacità di affrontare l’Occupazione Israeliana con una strategia unificata e audace, è la sfida più grande e più urgente della Palestina.
Il Dottor  Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri e fondatore del sito Palestine Chronicle.com. Tra i suoi libri ci sono: ‘Searching Jenin’ [Cercando Jenin], The Second Palestinian Intifada [La seconda Intifada palestinese],  e il suo  più recente: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
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